— Ci stia, — gli dissi. — Ci dica dei Branda.
— Peuh! non c’erano soltanto i Branda in quel tempo a mettere il Piemonte sossopra. Prima di tutto v’era la miseria spaventosa: il grano era aumentato smodatamente di prezzo nei mercati, non si poteva più aver moneta erosa per le spese indispensabili, i soldati francesi consumavano il foraggio, vuotavano i pollai e le cantine e, mentre i ladri pullulavano nelle campagne, bisognava lasciarsi disarmare per non essere fucilati. Era venuto anche il voto dell’unione alla Francia, si gridava che il culto cattolico sarebbe interdetto, i parroci cacciati fuor delle chiese, tutta la gioventù mandata a militare oltremonti, e cento altri guai. Si mormorò, si gridò, molti Comuni insorsero, il Piemonte si coprì di bande, le quali, sotto colore di battersi per la monarchia e per la religione s’occupavano di vendette e di rapine. Preti e frati dai pulpiti spargevano olio sul fuoco; si commisero atti da cannibali!...
— Ma i Branda? — fece Ruggiero, già sdraiato sul canapè.
— I Branda... erano facinorosi più degli altri — seguitò il dottore. — E il loro capo un furfante impostore di nefanda memoria. Era un lombardo; antico ufficiale austriaco, già risparmiato dai francesi nella sollevazione di Pavia. Il diavolo lo portò in Piemonte nel Novantanove; cominciò ad andare in giro, vantandosi inviato dall’imperatore a rimettere sul trono il legittimo sovrano, spacciando che gli compariva Gesù Cristo a promettergli di condurlo di vittoria in vittoria sino a spazzar la Francia dai repubblicani, niente meno. I contadini cominciarono a seguirlo sbravazzando, sbraitando minaccie e giuramenti che avrebbero fatto ridere i polli, se ve ne fossero rimasti in Piemonte. Ma i fatti che seguirono non facevano rider nessuno. Marciava fiancheggiato da due straccioni cappuccini, suoi luogotenenti e segretari, scortato da un branco di pretacci e di fratacci ribaldi a guisa di stato maggiore, seguito da una marmaglia sfrenata, in disordine, armata di randelli, di fionde, di forche, di tridenti, di schioppi o di tromboni. Ammazzavano quanti soldati francesi incontrassero viaggianti in piccol numero, e tutti i repubblicani che lor cadessero negli artigli. Capitando in un villaggio, mentre le campane sonavano a festa, Branda Lucioni sostituiva all’albero della Libertà, rovesciato a terra, una gran croce, e vi si buttava davanti a pregare, a picchiarsi il petto, con gli occhi al cielo. Poi correva lagrimoso e compunto a confessarsi e comunicarsi alla parrocchia, mentre i suoi taglieggiavano allegramente e trucidavano quanti erano in voce di essere giacobini, chè tali per loro erano i più ricchi d’ogni terra, quanti avevano lite od interesse avverso ai caporioni della Massa cristiana, che così aveva nome quella bell’accozzaglia; ingiuriavano le donne più onorevoli, sempre col pretesto delle opinioni repubblicane; commettevano, insomma, tutti i delitti che possono inspirare la rabbia politica, il fanatismo religioso, gli odii privati e l’ingordigia della rapina associati ed uniti. Da Biella e da Ivrea fino alle porte di Torino regnava lo scompiglio e lo spavento. I villaggi che rifiutavano di riconoscere Branda Lucioni come regio mandatario, minacciati di sentirsi leggere il documento al chiaror delle case incendiate, cedevano e si lasciavano taglieggiare. Così accadde a Ciriè, San Maurizio, Caselle e Leynì... Alcuni fanatici della banda involarono nella chiesa di Soperga tre calici ed un ostensorio...
Bruscamente il dottore s’interruppe e si volse a guardar Ruggiero nella penombra: era disteso, aveva gli occhi chiusi, la respirazione regolare, non si poteva dire che russasse, ma l’aria passando per le narici produceva un leggier sibilo, molto espressivo.
Vercellis ebbe un breve sorriso, la sua fronte si andò spianando e corrugando con continuo movimento mentre rifletteva; infine si rivolse tutto a me:
— Mentre che il contino dorme — riprese egli a voce più bassa — le dirò un fatto capitato qui nel maggio del Novantanove... Mio padre ogni volta che tornava a raccontarlo rabbrividiva e si rimescolava tutto.
Di casa Sauris erano vive allora due persone: il conte Amedeo e sua sorella Melania. Il conte sposò poi in tempi migliori la baronessa Laneri del Castellaro, dalla quale ebbe Massimo, padre del nostro Ruggiero.
Allora, trovandosi giovane assai, forte di corpo, d’animo ardito ed appassionato, era andato a raggiungere il cavaliere di Vonzo, antico ufficiale piemontese, il quale, con un tal Cerigna chirurgo, s’era posto a capo dei campagnuoli nelle gole degli Appennini.
La contessina Melania aveva sposato il cavaliere Boetti di San Giorgio, ammazzato subito, pochi giorni dopo le nozze, in non so qual fatto d’armi. Nel separarsi ella gli aveva dato il suo ritratto in miniatura; le fu riportato stiacciato dalla palla che aveva passato il cuore. Gli voleva un bene dell’anima, fu uno di quei dolori che ne va la vita o la ragione. Dopo giorni di pianto, di disperazione, di strazio mortale, venuta a rinchiudersi qui nel castello, aveva incominciata una vita monotona e regolare, come fosse circondata da una grande solitudine.