Si diceva che non avesse più senso di nulla, che le si fosse travolto il cervello. Non scendeva mai nel villaggio, non riceveva che l’arciprete-parroco, il quale saliva a dir la messa per lei e per i servitori nel piccolo oratorio del torrione. Dalla piazza la scorgevano pallida, vestita a bruno, col gran fichu di linon alla Maria Antonietta, passeggiar sulla terrazza, o starsene immobile con la persona eretta, le mani sul parapetto, i begli occhi perduti in un punto lontano. Le donne dicevano che guardava le montagne ove era morto il marito.
L’arciprete Don Barbero, uomo impetuoso, audace, gran cacciatore al cospetto di Dio, professava quasi apertamente massime anti-repubblicane. A costui non mancava che l’occasione per seguire l’esempio di altri ministri di pace del suo stampo. Vescovi, frati e preti, oltre all’aizzar la rabbia delle turbe, predicando che lo scannar francesi e patrioti era opera meritoria presso Dio, facevano comunella con gl’insorti, li aiutavano, li sostenevano, benedicevano loro le mani intrise di sangue. Il vescovo d’Asti di tepido repubblicano si trasformava in acerrimo persecutore dei patrioti; il vescovo d’Acqui si faceva condurre gli sciagurati caduti nelle mani dei campagnuoli e li cacciava al buio negli umidi sotterranei del Seminario; quello d’Alba diveniva capo delle sommosse popolari nella sua diocesi, col nome di Comandante degli insorti.
Preti e frati, fanatici energumeni, si vedevano col crocifisso in mano e lo schioppo in spalla scorrazzare, trasmutati in capibanda, le strade e le campagne dando la caccia ai francesi ed ai patrioti. Così il curato di Bra, quel di Primeglio, di Castelalfèro ed altri assai.
A Ripalta, Don Barbero si contentava di predicare e di riscaldare gli animi coi discorsi sovversivi; ma, quando nei primi giorni di maggio insorsero Vauda di Front, Airasca, Villafaletto, Villafranca e non so quanti altri paesi, i nostri villani più caldamente istigati gettarono anch’essi a basso l’albero della Libertà.
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Poi ad una domenica tutta di tumulto successe un lunedì tranquillo; l’albero era a terra come un nemico morto, i monelli vi correvano sopra a piè scalzi, facendo a chi lo percorresse tutto senza sdrucciolarne; i contadini consideravano l’operato, i municipalisti — fra i quali era mio padre, flebotomo e speziale — non avevano saputo far niente prima e meno sapevano adesso. Tacevano le campane, erano cessati gli urli e lo schiamazzo e non si udiva che qualche grido rauco ed isolato: — Viva il re! Viva l’indipendenza! Viva noi! — Poveri echi delle furibonde acclamazioni del giorno prima.