Quand’ecco, tutto in un momento, senza che nessuno si presentasse ad annunziarli, si videro comparire sulla strada maestra:

Les habits bleus par la victoire usés!

Cioè i francesi che venivano a ristabilir l’ordine. Era una colonna di forse duecento uomini, comandata da un capitano e da ufficiali. Vennero difilato in piazza, senza trovar resistenza la occuparono, e, mentre il duce, abboccatosi coi municipalisti, mostrava col gesticolamento e col cipiglio di volerli ingoiar vivi; i soldati si sparsero per il villaggio.

Si udirono subito strida e pianti di donne, strillar di bambini, bestemmie, minaccie, abbaiar di cani, il fracasso degli usci ed imposte che volavano in pezzi. Si videro comparire in piazza capi di bestiame grosso e minuto in povero stato, anitre e galline magre e consunte. Tornarono i soldati inviati ad arrestar l’arciprete come fomentatore principale dei disordini: non avevano trovato nessuno nella casetta, manco la serva. Un mendicante scemo, che sedeva sulla porta, interrogato e minacciato, assicurava di averlo visto scappare per una viottola che metteva alla macchia vicina. Avevano intanto spezzate le campane parrocchiali.

Il capitano, giovane, piccoletto, ma saldo più dell’acciaio, coi capelli color di sabbia, piatti, separati in mezzo alla fronte e pioventi per le tempie fin sulle spalle — così lo dipingeva mio padre — stava seduto davanti alla piccola osteria aspettando il desinare. Sentito il rapporto del sergente, chiamò a sè un ufficiale e cominciava ad impartirgli ordini sottovoce, quando alla finestra d’una casupola di fronte si udì lo scoppio d’un’archibusata.

L’ufficiale impallidì, stralunò gli occhi, e dando una giravolta, stramazzò colla faccia in terra. Il capitano, a cui forse era diretto il colpo, saltò in piedi tuonando ordini che si perdettero nel trambusto. I soldati si avventarono contro la casa, urtandosi, impacciandosi a vicenda; la porta fu sbatacchiata, irruppero dentro; tosto comparvero faccie scalmanate alle finestre urlando a quei di sotto che non trovavan nessuno; e poi s’udì dietro la casa lo schiamazzar di coloro che visto l’assassino saltare la siepe dell’orto e correr volando, attraverso i prati, alla macchia, cominciarono a sparargli addosso e a dargli la caccia.

Intanto il capitano, che era andato correndo di qua e di là mordendosi le dita di rabbia, gridando e sagrando, era riuscito a raccozzar gli uomini, e subito con due ordini rapidi e precisi li aveva scagliati addosso ai contadini ad arrestarne quanti avessero potuto. Lo scalpore, gli strilli, le ingiurie andarono alle stelle: gli arrestati, a pugni, a pedate, a spintoni erano cacciati nella chiesetta di S. Rocco. Dopo un momento per la piazza non si videro più che uniformi, i contadini essendo tutti arrestati o scappati fuor del villaggio.

Davanti all’osteria, i municipalisti in gruppo stavano immobili, intontiti, minacciati alla vita da una siepe luccicante di baionette in canna.

Quando mio padre vide venire il capitano, trafelato, grondante di sudore, con gli occhi e la fronte in burrasca, pensò: — Son ito!

Colui fece smettere con un gesto i soldati che si divertivano a torli di mira e quelli che li punzecchiavano nelle reni con le baionette; si piantò in faccia sulle gambe aperte e dettò con arroganza le sue condizioni. Ecco: — Imponeva una contribuzione di guerra di lire ventimila in moneta corrente di Piemonte, od in effetti d’oro e di argento equivalenti: rifiutava gli assegnati. La taglia doveva essere pagata dentro la settimana; in quel frattempo il villaggio avrebbe provvisto alla sussistenza dei soldati. Al sabato, o i danari o fuoco al villaggio senz’altro. Questi erano gli ordini del commissario francese. Come rappresaglia per la morte dell’ufficiale, si sarebbero fucilati subito sei contadini, tolti a caso fra i prigionieri; avrebbe poi seguitato così ogni giorno per obbligare la municipalità a spicciarsi.