Non aveva ancor finito di parlare che già gli uomini erano allineati col fucile al braccio; sei disgraziati, i primi che vennero nelle mani furono trascinati fuori della chiesa e buttati contro la casa donde era uscito il colpo.

Erano ansanti, esterrefatti; quando capirono fu uno strazio. Due di essi caddero sulle ginocchia, sfiniti, abbandonati, come si fosse reciso i loro nervi, un altro rimase impietrito con gli occhi e la bocca sbarrati e le mani per aria; i più giovani cacciando strida disperate, si divincolavano come serpi contro la muraglia, graffiando coll’unghie, puntando le braccia come per aprirla e fuggire. Un fragore empì la piazza... poi silenzio di morte, neppure un gemito. Il fumo s’alzò: mio padre aveva ancora negli occhi, dopo tanti anni, quei corpi a terra, gli uni sugli altri, come falciati.

E mentre si rompevano le file e tornavano le voci e il rumore, la nuvola saliva al cielo densa, come per aiutare l’ombra della notte ad oscurarlo.

***

Naturalmente la taglia doveva essere ripartita fra tutti: nobili, preti, borghesi, campagnuoli. I municipalisti cominciarono a darsi attorno per raggranellare il valsente; toccò a mio padre rivolgersi alla contessa Melania.

Era notte. Egli si presentò al portone che s’apre sul villaggio, picchiò e ripicchiò senza ottenere risposta. Andò lungo il muraglione del giardino fino al cancello che mette sui campi; appuntando lo sguardo fra i rami, scorse un abbaino illuminato nella casetta del giardiniere; chiamò forte, e quando vide l’uomo avanzare nell’ombra del viale si nominò e disse il motivo che lo conduceva.

Il giardiniere non s’arrischiò ad aprire senz’ordine, corse al castello e ritornò subito per introdurlo. Gli disse che la contessa era nel salone terreno.

Lei, vi avrà osservato due seggioloni antichi, coperti di cuoio, coll’impresa della casa stampata in oro?... Be’, quella sera i due seggioloni erano vicini alla tavola di mezzo: nell’uno sedeva la contessa, l’altro, vuoto, era situato in modo da far pensare a mio padre che una persona l’avesse poc’anzi occupato. V’era anche un libro sulla tavola aperto e girato in quel verso: gli parve un breviario.

Mio padre si ricordò poi dopo di questa circostanza; in quel momento pensò a fare un bell’inchino, e ad esporre con garbo i fatti e le ragioni per cui era venuto. Non aveva rivisto da vicino donna Melania dopo la vedovanza, l’impressione di quella visita non gli uscì più dalla mente. Era pallida, accigliata, bellissima. Abbandonata la persona sulla spalliera, il viso un po’ chino sul petto, le mani a riposo sui bracciuoli, stava immobile ascoltando, pareva scolpita. Ma le palpebre battevano sugli occhi luccicanti, fissi sul pavimento, ove forse si disegnavano per lei, tramutandosi senza posa, lugubri e fantastiche visioni di sangue. Di tratto levò il capo e lo sguardo; diceva mio padre che uno sguardo così non l’aveva veduto più mai. Non era nemmeno naturale: ora brillava vivo, acuto, scintillante come la lama d’un pugnale sguainato di colpo; ora pareva spegnersi, errar smarrito sulle persone e sugli oggetti senza raffigurarli e passava via; tornava colla rapidità del lampo, acceso d’una fiamma scura, e si levava severo, imperioso, terribile come una minaccia... per ridiscendere blando e soave come un raggio od una carezza.

Quando egli disse la miseranda fine dei sei contadini, le scorse balenar l’odio negli occhi per modo che n’ebbe un brivido e si sentì mozzar la favella. Vi fu un silenzio e finalmente udì pur la sua voce; una voce morbida che si sentiva spossata da un dolore mortale; velata, dolce, fioca così che pareva venisse da un punto lontano... ricordava quella d’una persona che parli in sogno. L’accento era grave, lento, modulato con un tono d’indifferenza molle, come se quanto veniva dicendo non avesse importanza o non fosse affar suo: — Aveva inteso; avrebbe voluto far tanto e poteva far poco, poichè le Case Sauris e Boetti avevano tutto donato al rompersi della guerra, come la Corte e tutta la nobiltà. — E non disse altro.