Mio padre tornò correndo al villaggio; era sopraffatto da un gelido senso di paura, gli pareva che le anime invisibili dei trucidati di quel giorno, strappate in modo così fulmineo dai corpi, errassero nelle tenebre senza sapersi decidere a lasciar quei luoghi, quasi aspettando quelle che dovevano raggiungerle il domani.

***

Il giorno seguente arrivò a sera senza gravi mutazioni: i soldati continuavano a mettere sossopra il villaggio. Il capitano passeggiò per la piazza discorrendo con gli ufficiali, giocò davanti all’osteria e, a mezza giornata, fece subire a mio padre una specie d’interrogatorio a proposito dell’arciprete. Gli domandò dove lo credesse rifugiato.

— Nella macchia, — rispose mio padre.

— È grande la macchia?

— Grandissima e folta.

— Non supponete invece che si trovi nel castello?

Mio padre rivide il seggiolone voltato alla tavola, il breviario aperto, immaginò il vero. Rispose fermo che essendo stato nel castello la sera innanzi aveva trovata la cittadina Boetti tutta sola.

Pareva però che il capitano non volesse occuparsi del castello; era noncuranza o proposito? Forse non sperava d’entrarvi colle buone e le muraglie e le porte apparivano così salde che per varcarle di forza occorreva presso a poco un assalto. Forse non stimava che il bottino francasse la spesa, o riserbava la festa per l’ultimo giorno.

Sul tardi, ad ogni municipalista che passasse, gli ufficiali gridavano di spicciarsi coi quattrini, trattandoli di maiali, cialtroni, infingardi ed altre finezze; poi di schianto un ordine volò per la piazza: in due minuti si formò il plotone e gli si cacciaron davanti sei disgraziati.