Scoppiò là dentro un tafferuglio orrendo. Gli sciagurati che sapevano d’essere tolti nel mucchio, prima si facevano piccini, aggruppandosi, ficcandosi gli uni dietro gli altri, cercando sparire: poi, vedendosi addosso i soldati, si sbrancavano a furia, scappando di qua, di là per sfuggire, sgattaiolando per nascondersi. I francesi si divertivano un mondo a quella sorta di mosca cieca mortale: li inseguivano vociando, sghignazzando, lasciando l’uno per agguantar l’altro, dandosi il barbaro gusto di prolungare l’agonia di tutti, col palleggiarli dalla morte alla vita.
Il capitano, colla spada sguainata, aspettava; ed ecco di nuovo aprirsi il portone. Si vide sulla soglia l’alta figura sottile della contessa Melania, con la sua veste nera, i grandi occhi inquieti, il volto più bianco che mai. Venne nobile e lenta al francese che la guardava colpito, e, a due passi da lui, con un tono freddo, lontano ugualmente dall’ordine come dalla preghiera, gli disse d’indugiar l’esecuzione.
Sperava di giungere a completare la taglia, con quanto rimaneva di valsente in castello: invitava il capitano a salirvi, a verificare, a pagarsi.
Piegò appena il capo, voltò le spalle e se ne tornò d’onde era venuta. Non si vedeva più da un pezzo, ed il giovinotto guardava ancora da quella parte immobile e muto.
***
Salì subito con un luogotenente, alcuni soldati e tre municipalisti, fra i quali mio padre. Non trovarono anima viva in cortile, un gran silenzio come se il castello fosse abbandonato; ma avanzando videro lume alle finestre del salone terreno e vi si diressero.
La contessa era là, ritta presso alla tavola. Sotto la fiamma sanguigna e vacillante di una grossa lucerna senza paralume, brillavano gli arredi sacri dell’oratorio, le poche gioie d’uno scrignetto aperto e quanto forse restava dell’argenteria di casa Sauris.
Il capitano ed il luogotenente aspettavano un cenno, un invito: donna Melania non pareva vederli, teneva gli occhi a terra come riposasse profondamente in un solo pensiero. Allora i due scambiarono un’occhiata inarcando le ciglia, e appressandosi non senza esitanza, cominciarono ad esaminare il tesoro.
Per qualche minuto non si udì che il suono acuto dei metalli palpati e pesati, il bisbigliare dei francesi, e su tutto il singhiozzo lugubre di un gufo nei gran cipressi del cortile.
Mio padre guardava palpitante, sentiva correre dei brividi per le spalle, come quando si dice che passa la morte.