Bruscamente una voce circolò nelle file, arrivò agli ufficiali, che fatto venire un soldato, lo interrogarono. Costui l’aveva veduto uscire dal portone verso il tocco. Esortato a rammemorar ben tutte le circostanze, affermava di non ingannarsi, solo gli era parso un po’ più corpulento: effetto forse, diceva lui, della cena gustata.

Gli ufficiali, che non si raccapezzarono più, si consultarono e si risolsero. Mentre l’un d’essi andava con alcuni uomini al portone, l’altro si presentava, scortato pure, al cancello. Fu aperto ad entrambi.

Nell’interno trovarono i servitori che andavano e venivano alle loro faccende; due muratori riparavano una tettoia in fondo al cortile, certe donne tendevano il bucato, e la cittadina Boetti, con le mani inguantate, dirigeva e consigliava il giardiniere occupato a mondare i rosai dietro la casa.

Tutti, signora e servitori, interrogati, mostrarono di non saper niente del capitano, come non l’avessero visto mai. Certo era troppa la calma e l’indifferenza loro per non essere simulata, ma d’altra parte era evidente che nessuno avrebbe parlato, neppure con la morte alla gola.

Gli ufficiali dal terrazzo chiamarono su altri soldati di rinforzo; e, mentre alcuni esploravano palmo a palmo il cortile ed il giardino per trovar traccie recenti di scavo o di terra smossa, gli altri facevano una minuziosa ispezione per tutto il castello, dalla soffitta alle cantine. Si frugò nelle scuderie, sul fienile, pei magazzini; si cercò nel pozzo, nel forno, nelle gole dei camini, e solo in uno di questi si trovarono le traccie di panni arsi da poco, ma senza bottoni o fregi metallici che tradissero indumenti militari.

Gli ufficiali in disparte si perdevano in un ginepraio di supposizioni: lasciavan fare ai soldati che, avendo finito di frugare, ricominciavano. E poco a poco costoro si accaloravano, i loro animi s’inasprivano; presero a manomettere, poi a fracassare. Presto la casa parve pigliata d’assalto: correvano vociando e minacciando per gli appartamenti, forzando e sbatacchiando gli usci, scaricando le pistole nelle serrature, spostando e scassinando armadi e cassettoni, buttando per terra gli oggetti, le vesti, la biancheria alla rinfusa, strappando le cortine, lanciando i mobili con le gambe per aria o buttandoli dalle finestre.

La maledetta febbre della distruzione faceva briachi i cervelli, metteva nelle mani e nelle braccia delle smanie furiose, suscitava in coloro la frenesia omicida: quel delirio di sangue che spinge l’uomo armato ed invelenito a voler adoprar l’arma sua ad ogni costo.

Due di costoro andati incontro al maestro di casa e presolo per il petto, gli urlavano in faccia imprecazioni e minaccie; altri, fremendo coi denti stretti, venivan coi fucili spianati alla vita degli altri servitori. Un momento ancora e più nulla li avrebbe frenati...

Nella macchia cupa, foltissima, che rivestiva la collina di fronte al villaggio, scoppiarono d’un tratto alcuni spari e si videro le nuvolette grigie ondeggiar sui cespugli.

Gli ufficiali corsero alla terrazza, riparandosi gli occhi dai raggi, osservando, scrutando; poi l’un d’essi si precipitò alla scalinata, l’altro si diede attorno a riordinare gli uomini in fretta ed in furia.