Subito il bosco parve animarsi e viver tutto: s’empì di guizzi di fiamma e di fumo; le palle grandinarono sul villaggio. Dalla terrazza del castello si cominciò a rispondere; al basso ufficiali e sergenti cacciavano correndo comandi brevi ed acuti, per disporre gli uomini ai loro posti di battaglia.
Non n’ebbero il tempo; l’aria rintronò di grida forsennate; una turba fitta, disordinata, furibonda irruppe sulla piazza e piombò sui francesi. Camicie, farsetti, giacchette, tonache di preti e di frati si mescolarono furiosamente agli uniformi. La battaglia proseguì corpo a corpo: sciabole e baionette contro falci, coltelli, tridenti. Un gran Cristo di legno dominava la strage come un insegna; scoppiavano indistinte nell’urlìo orrendo le grida fanatiche di: — Viva il re! Viva noi! Morte ai giacobini!...
I francesi, rotti in piazza, si sparpagliarono per le vie; la mischia seguitò spaventosa negli orti, fra le siepi, nelle aie, nei cortili, nelle stanze; si mutò in eccidio. Quelli che si trovavano in castello si ripiegarono nel giardino, uscirono pel cancello sui colli, ma raggiunti ed accerchiati nel sito detto poi Riva Calda, non ottennero a niun patto quartiere.
Ci sono morti là pezzi di giovanotti!.. Ora questa mandibola, così ben fornita, — aggiunse il dottore, ripigliandola fra le mani, — potrebbe benissimo aver appartenuto a qualcun di coloro. E sa chi era fra i primi a scannar francesi?... Don Barbero, anima pia, con gli abiti del capitano.
— E il capitano?
— Ah! quello non fu rivisto mai.
***
Non rammento d’aver sognato quella notte la bella e fatal figura della contessa Melania; ma nei due o tre giorni ch’io rimasi ancora a Ripalta provai, aggirandomi per le stanze del castello o passeggiando in giardino, un senso inatteso di commozione che mi portava a fantasticare un mondo di cose indefinite.