Tutto quanto si riferisce ai secoli morti, alle generazioni passate, per una speciale disposizione del mio spirito, si riveste per me di poesia. La conformazione delle strade di certi nostri villaggi, l’aspetto esterno ed interno delle chiese, delle case, anche un mobile, un quadro, un oggetto, bastano ad eccitare in me l’attività fantastica, a risvegliare sensazioni arcane, idee indeterminate, inafferrabili, che paiono rischiarare la mente come lampi, quasi occulte reminiscenze d’una vita anteriore.

Le parole di Ruggiero: «quello che non sa il dottore lo inventa», mi tornavano spesso alla mente.

Certo, ripensando al racconto molte cose mi riescivano sospette; i fatti, malgrado le minuzie e le realtà di certi particolari, mancavano di determinatezza. Un fondo di verità ci doveva pur essere, ma il dottore aveva senza dubbio elaborato, ampliato e fiorito il soggetto. La figura di Melania, Dio sa in qual romanzo era andato a pescarla! Se pur non era sgorgata fuor dell’immaginazione così tal e quale.

Ma io stesso, in quell’ambiente, ero venuto in una sorta d’ebrietà intellettuale, creavo a me stesso visioni d’una realtà intensa e curiosa, passavo d’una in un’altra, internandomi in ognuna di esse fino a discernervi minutissimi particolari, con convinzione, con esaltazione. Quel fantasma di donna m’era visibile agli occhi, sentivo trasalire in fondo al cuore qualche cosa di lei penetratovi col racconto. La vedevo in lutto, con la sua carnagione d’un pallore di avorio, coi grandi occhi nerissimi che, animati da interni fulgori, sapevano fissare così intentamente da affascinare sull’atto. Immaginavo la pietosa storia di quella giovane sposa, vedova il domani delle nozze: i lunghi giorni vissuti nella glaciale solitudine di quel triste castello, giorni contati a goccie di sangue, per quel coltello che le aveva passato l’anima: covando in cuore un odio ineffabile, inestinguibile contro coloro che glielo avevan confitto... E la creatura della mia fantasia si andava facendo viva e reale, come l’avessi conosciuta, e m’ostinavo a cercare un riflesso, un’essenza eterea di lei che parlasse ancora, dopo tanti anni, della sua presenza in quei luoghi...

— Ma che diavolo n’avean fatto del capitano?

***

Quattro mesi dopo, nei primi giorni di marzo 1887, Ruggero fu a trovarmi nello studio. Aveva la faccia di chi ha una grande novità da metter fuori; gettò il cappello e la mazza sul divano e cominciò a levarsi i guanti soffiando e brontolando:

— Ah! mio caro, mio caro, mio caro...

— Spero — gli dissi — che non sarai venuto per parlarmi del terremoto!

— Ma sì, ma sì.