«I Bruteri (è Tacito che parla) furono totalmente esterminati dalle vicine tribù[712], provocate dalla loro insolenza, lusingate dalla speranza del bottino, e forse inspirate dai Numi tutelari dell'Impero. Quasi sessantamila Barbari furon distrutti non dall'armi romane, ma sotto i nostri occhi, e per darci un grato spettacolo. Così le nazioni nemiche di Roma conservino sempre fra loro questa scambievole inimicizia. Noi siamo giunti al colmo della prosperità[713], ed altro non ci resta ad implorare dalla fortuna, che le discordie dei Barbari[714].» Questi sentimenti men degni dell'umanità, che del patriottismo di Tacito, mostrano le invariabili massime di politica de' suoi concittadini. Consideravan eglino più sicuro espediente il dividere, che il combattere quei Barbari, dalla disfatta dei quali non potean ritrarre nè onor nè vantaggio. Il danaro e gli artifizj di Roma penetravano nel cuore della Germania; e col giusto decoro si metteva in opera ogni seduzione per conciliarsi quei popoli, che la lor vicinanza al Danubio ed al Reno potea rendere utilissimi amici, o nemici pericolosissimi. I Capi rinomati e potenti erano adulati co' più frivoli doni, ch'essi ricevevano o come segni di distinzione, o come strumenti di lusso. Nelle civili dissensioni la fazione più debole procurava di avvalorare la sua causa unendosi secretamente coi governatori delle confinanti province. Ogni discordia fra i Germani era fomentata dagl'intrighi di Roma; ed ogni disegno di unione e di pubblico bene veniva sconcertato dalla forza maggiore della gelosia e dell'interesse privato[715].

La generale congiura, che atterrì i Romani sotto il regno di Marco Antonino, comprendeva quasi tutte le nazioni della Germania e fino della Sarmazia, dalla foce del Reno a quella del Danubio[716]. E impossibile di stabilire se questa precipitosa confederazione fu formata dalla necessità, dalla ragione, o dalla passione, ma siamo sicuri che i Barbari non furono allettati dall'indolenza, nè provocati dall'ambizione del Monarca romano. Questa pericolosa invasione richiese tutta l'intrepidezza e vigilanza di Marc'Aurelio. Egli pose Generali molto esperti nei diversi posti d'attacco, e prese in persona il comando dell'armi nella più importante provincia del Danubio superiore. Dopo un lungo e dubbioso conflitto il coraggio di quei Barbari fu domato, I Quadi ed i Marcomanni[717], che si erano fatti i capi della guerra, furono in quella catastrofe più degli altri severamente puniti. Vennero costretti a ritirarsi cinque miglia[718] dalle rive del Danubio, ch'essi abitavano, e a dare in ostaggio il fiore de' loro giovani, i quali furono immediatamente mandati nella Britannia, isola remota, dove potessero essere sicuri come ostaggi, ed utili come soldati[719]. Irritato l'Imperatore per le frequenti ribellioni dei Quadi e dei Marcomanni, si risolvè di ridurre il lor paese in Provincia. La morte sconcertò i suoi disegni. Questa lega formidabile, la sola che comparisca nei due primi secoli della Storia Augusta, fu interamente dissipata, senza lasciare di se traccia veruna nella Germania.

Nel corso di questo capitolo, che servir dee d'introduzione, ci siamo ristretti ai generali lineamenti dei costumi della Germania, senza tentar di descrivere o distinguere le varie tribù, che riempivano quel vasto paese ai tempi di Cesare, di Tacito, o di Tolomeo. A misura che le antiche o le nuove tribù si presenteranno nel corso di questa Storia, noi faremo breve menzione delle loro origini, e situazioni, e dei loro particolari caratteri. Le nazioni moderne sono società fisse e permanenti, unite tra loro dalle leggi e dal Governo, attaccate al suolo nativo per le arti e per l'agricoltura. Le tribù della Germania erano volontarie e fluttuanti associazioni di soldati, quasi direi di selvaggi. Un medesimo territorio cangiava spesso di abitatori nelle varie vicende di conquiste e di emigrazioni. Le stesse comunità, unendosi per formare un piano di difesa o d'invasione, davano un nuovo nome alla nuova loro confederazione. Lo scioglimento di una antica lega rendeva alle indipendenti tribù i loro particolari nomi, da lungo tempo obbliati. Un popolo vittorioso spesso comunicava il suo proprio nome al vinto. Turme di volontarj correvano talora da tutte le parti sotto le insegne di un condottier favorito; il suo campo diveniva la loro patria, e qualche circostanza di quella impresa dava ben presto un nome comune a quella mista moltitudine. Le distinzioni dei feroci invasori erano continuamente mutate da loro medesimi, o confuse dagli attoniti sudditi dell'Impero romano[720].

Le guerre e l'amministrazione dei pubblici affari sono i soggetti principali della Storia; ma il numero delle persone interessate in quelle scene di affari è molto diverso secondo che diversa è la condizione degli uomini. Nelle grandi Monarchie, milioni di sudditi ubbidienti attendono alle loro utili occupazioni in seno alla pace ed all'oscurità. L'attenzione dello scrittore e del lettore allora è solamente ristretta ad una Corte, ad una capitale, ad un esercito regolare, ed a distretti che accidentalmente divengono teatri di militari operazioni. Ma uno Stato d'indipendenza e barbarie, il tempo delle turbolenze civili, o la situazione delle piccole Repubbliche[721], mette quasi ogni membro della società in azione e per conseguenza in veduta. Le divisioni irregolari, e le inquiete turbolenze della Germania abbagliano la nostra immaginazione, e par che moltiplichino il loro numero. La prolissa enumerazione di tanti Re e di tanti guerrieri, di eserciti e di nazioni, ci fa quasi dimenticare, che i medesimi oggetti vengono continuamente ripetuti sotto nomi diversi e che spesso i nomi più illustri sono stati largamente conceduti agli oggetti meno degni di considerazione.

CAPITOLO X.

Gl'Imperatori Decio, Gallo, Emiliano, Valeriano e Gallieno. Irruzione generale dai Barbari. I trenta tiranni.

A.D.
248-268

I vent'anni, che scorsero dai grandiosi giuochi secolari di Filippo alla morte di Gallieno, furono una serie di obbrobrj e di calamità. In ogni momento di quel calamitoso periodo, si videro barbarici invasori, e militari tiranni opprimere ogni provincia del romano Impero, il quale pareva ormai giunto all'ultimo funesto termine del suo disfacimento. La confusione dei tempi, e la scarsezza di memorie autentiche, oppongono uguali difficoltà allo Storico, che procura di conservar chiaro e non interrotto il filo della sua narrazione. Circondato da imperfetti frammenti sempre concisi, spesso oscuri, e talvolta contradditorj, egli è ridotto a raccogliere, paragonare, e far congetture; e sebbene non dovrebbe mai fondarle sulla schiera dei fatti, pure la cognizione della natura umana, e della sicura operazione delle vive e sfrenate passioni della medesima, potrebbe in qualche occasione supplire alla mancanza di molti materiali storici.

Non v'è, per esempio, alcuna difficoltà nel concepire, che le successive uccisioni di tanti Imperatori avessero sciolti tutti i vincoli di fedeltà tra il Principe ed il Popolo; che tutti i Generali di Filippo fossero pronti ad imitare l'esempio del loro Sovrano, e che il capriccio degli eserciti, da gran tempo avvezzi alle spesse e violente rivoluzioni, potesse ogni giorno innalzare al trono il più vile dei soldati. La Storia può solamente aggiungere, che, la ribellione contro l'Imperatore Filippo scoppiò nella state dell'anno dugentoquarantanove tra le legioni della Mesia; e che Marino, uffiziale subalterno[722], fu l'oggetto della loro sediziosa scelta. Filippo si spaventò. Temeva che il tradimento di quell'esercito non divenisse la prima favilla di un generale incendio. Agitato dalla coscienza della sua reità, e dal suo pericolo, comunicò la nuova al senato. Restarono tutti in un profondo silenzio, effetto del timore, e forse della malevolenza: ma Decio finalmente, uno dell'assemblea, con animo degno della nobil sua nascita[723] osò mostrarsi più intrepido del medesimo Imperatore. Trattò tutto quell'affare con disprezzo, come un precipitoso o sconsiderato tumulto, ed il rivale di Filippo, come un fantasma di sovranità, che sarebbe in pochi giorni distrutto dalla stessa incostanza che creato l'avea. Il pronto adempimento della profezia inspirò a Filippo una giusta stima verso un consigliere sì abile; e Decio gli parve il solo capace di ristabilire la quiete e la disciplina in un esercito, il cui spirito tumultuoso non era interamente calmato dopo l'assassinio di Marino. Sembra che Decio, resistendo lungamente alla scelta fatta di se, volesse mostrare il pericolo che vi era nel presentare un condottiero di merito agl'inaspriti e paventanti soldati; e la sua predizione fu di nuovo confermata dall'evento. Le legioni della Mesia costrinsero il loro giudice a divenire lor complice, presentandogli l'alternativa della morte o della porpora. La sua susseguente condotta, dopo un passo così decisivo, era già inevitabile. Condusse egli, o piuttosto seguì la sua armata ai confini dell'Italia, dove Filippo, adunando tutte le sue forze per respingere il formidabile competitore da lui stesso innalzato, si avanzò ad incontrarlo. Le truppe imperiali erano più numerose[724]; ma l'esercito dei ribelli era tutto composto di veterani, e comandato da un Capo abile e sperimentato. Filippo o fu ucciso nella battaglia, o messo a morte pochi giorni dopo in Verona. Il suo figlio e collega nell'Impero fu trucidato in Roma dai Pretoriani; e Decio vittorioso con le più favorevoli circostanze, che potessero in quel secolo servir di pretesto all'ambizione, fu universalmente riconosciuto dal Senato e dalle province. Vien riferito che immediatamente dopo d'avere contro sua voglia accettato il titolo di Augusto, avea con un secreto messaggio informato Filippo della sua innocenza e della sua fedeltà, solennemente protestando che al suo arrivo nell'Italia deporrebbe gli ornamenti imperiali, e rientrerebbe nella condizione di suddito obbediente. Poteano essere sincere le sue proteste. Ma nella situazione, in cui l'avea posto la sorte, era quasi impossibile ch'egli potesse o perdonare, od ottenere il perdono.

A.D. 250