Risposta. Quest'ultima persecuzione, che durò un intero decennio e fu denominato l'Era de' Martiri, per la copia che ne morirono, si può chiamare persecuzione ragionata, a differenza dell'altre, ch'erano state accese piuttosto da un subitaneo furore, o dalla natia fierezza de' Principi, che da fredda e riflettuta politica. Insinua non oscuramente l'Autore che i Cristiani stessi, che per gran pezzo erano stati protetti e beneficati da Diocleziano, l'obbligassero ad armar la destra in loro danno con fatti scandalosi e superbi, che distruggevano i principj della disciplina militare, e cita in prova di ciò i due esempi di Massimiliano e di Marcello. Ma questo tratto di storia, che immediatamente precedè l'esaltazione del Cristianesimo, è così luminoso, che non si dee durar fatica a dissipare le torbide nebbie con cui si sforza egli di oscurarlo.
I veri motivi della persecuzione furono due, l'uno fu l'ultimo sforzo della superstizione e dell'interesse de' Sacerdoti, l'altro fu la smisurata ambizione di Galerio: il primo è toccato dall'Autore, che passa totalmente sotto silenzio il secondo.
Vedendo i Sacerdoti, che malgrado una guerra ch'era durata tre secoli, il Cristianesimo era divenuto presso che da per tutto la Religione dominante; che gli eserciti erano pieni di soldati Cristiani; che i Cristiani occupavano le principali cariche della Corte Imperiale; che i Cristiani avevano pubblici tempj e godevano il favore dei Principi, facilmente congetturarono, che se uno de' quattro padroni del mondo si fosse dichiarato Cristiano, l'idolatria sarebbe irreparabilmente andata in rovina, e temendo in Diocleziano più che in altri, tal mutazione, il pericolo parve loro sì grande, che non potesse rimoversi, se non con isforzi straordinarj.
Diocleziano era ignorante e superstizioso: dunque i Sacerdoti fecero parlar un oracolo contro i Cristiani, ed apparir segni infausti nelle vittime a cagion dei Cristiani. Questi due artifizj commossero l'animo del Principe che minacciò i Cristiani della sua Corte, e diede qualche ordine per costringerli a sacrificare agli Dei: ma dominato dall'amor della quiete, il suo sdegno appena acceso si estingueva; sicchè, disperando i Sacerdoti di guadagnarlo, si rivolsero a Galerio, in cui vedevano disposizioni più favorevoli.
Era Galerio rozzo, brutale, superstizioso all'eccesso; e dopo la guerra di Persia era venuto in tanta superbia, che formò l'ambizioso progetto di far perire i suoi Colleghi, e di godersi solo l'Impero. Costanzo Cloro, minacciato di prossima morte dalle abituali sue infermità, non gli dava gran pena, e la fortuna di Massimiano era appoggiata a quella di Diocleziano; sicchè contro costui doveva egli tutte le sue macchine indirizzare. Diocleziano, amando i Cristiani, n'era egualmente riamato, ed il loro numero, e la loro potenza lo tenevano in sicuro di qualunque attentato; onde Galerio non poteva perderlo, senza perder prima i Cristiani: e perchè Diocleziano faceva nel comando la figura di capo, come quegli, che aveva inventato il nuovo sistema, ed aveva chiamato a parte dell'Impero gli altri tre Principi, bisognava ch'egli stesso fosse lo strumento della persecuzione de' Cristiani.
Dunque il traditore, cautamente celando il suo vero disegno, assediava continuamente le orecchie di Diocleziano, e tentava ogni mezzo d'infiammare il di lui animo contro i Cristiani. Felici noi, e felice lui, se penetrando le mire del nemico avesse seco temporeggiato per politica, come aveva già fatto co' Sacerdoti per naturale freddezza! Egli resistè buona pezza agli assalti; ma finalmente la istanza di Galerio gli parve sì giusta, che non potesse con onore rigettarla. Domandò Galerio, che si mettesse l'affare in deliberazione secretamente con alcuni scelti Consiglieri; l'ottenne, e vinse. I Consiglieri furono nominati da lui, e vedendolo correre a gran passi alla fortuna, ne secondarono la intenzione.
Niuno degli antichi ha lasciato scritto ciò, che nel Consiglio si disse: ciò non ostante il nostro Autore crede d'indovinarlo; egli suppone, che i Ministri persuasero Diocleziano colle seguenti riflessioni: Che non doveva permettersi che sussistesse, e si moltiplicasse un popolo indipendente, e numeroso nel cuore delle Province. Ma Diocleziano si lodava della ubbidienza, e del servizio de' Cristiani, che erano sparsi per tutto, e vivevano subordinati alle leggi, contenti della libertà di coscienza. Che i Cristiani avevano formata una repubblica a parte, che si poteva sopprimere, prima che acquistasse una forza militare. Ma Diocleziano avrebbe risposto, che questa era una fredda ripetizione. Che questa Repubblica già si governava colle proprie leggi, e co' propri magistrati: e ciò nello spirituale; nel temporale co' magistrati, e colle leggi del Principe. Che già possedeva un tesoro pubblico. Tesoro in sogno; le Chiese raccoglievano quotidianamente le oblazioni e quotidianamente le distribuivano, secondo i canoni della disciplina. Che tutte le parti erano intimamente legate fra loro per mezzo delle adunanze dei Vescovi; cioè professavano la stessa credenza. Che i loro decreti erano ricevuti dalle numerose congregazioni con cieca credenza: nelle materie spettanti alla loro fede, Iddio volesse, che i nostri nemici fossero entrati in queste considerazioni!
Ma lo spirito calunniatore del nostro Autore è contrario ai monumenti più autentici della Storia. Imperciocchè le addotte accuse giustificherebbero così bene la persecuzione, che i Principi per rimuoverne tutta la odiosità, e far in se stessi risplendere l'amor del ben pubblico, le avrebbero pomposamente spiegate nei loro editti, se si fossero potuti lusingare, che alcuno vi avrebbe prestata credenza. Che vuol dire, che non se ne fa neppur motto? Galerio in fine pubblicò l'editto di rivocazione: in esso prese a giustificarsi, e dichiarò che il suo disegno era stato di guarire la superstizione de' Cristiani, e di ricondurli alla Religione degl'Idoli. Un Principe può purgarsi con ragioni di Stato, e trascura un vantaggio così essenziale? Inoltre, è noto, che Geroele Presidente della Bitinia fu uno de' Consiglieri, e lo strumento principale della persecuzione: costui pubblicò due libretti contro i Cristiani; Lattanzio, che ne dà l'estratto, non porge il minimo indizio di sospettare ciò, che l'Autore gli ha fatto dire.
Cade qui in acconcio di spiegare i due esempi che egli suppone anteriori alla persecuzione, e cagione ancora della medesima. Quando i Sacerdoti fecero credere a Diocleziano, che nella vittima, ch'egli consultava, non si trovavano i soliti segni, per la presenza de' Cristiani, il Principe milites ad nefanda sacrificia cogi praecepit, come scrive Lattanzio. Ma i soldati, piuttosto che sacrificare agl'Idoli, rinunciavano alla milizia; ciò, ch'era permesso.
Ora negli atti del Ruinart citati dall'Autore il Centurione Marcello così dice: Se tale è la condizione di quelli che militano, che debbano essere costretti a sacrificare agli Dei, ed agl'Imperadori, io getto a terra il cingolo e l'armi. Il Signor di Voltaire sopprimendo tutte le circostanze ha narrato, che Marcello in giorno di pubblica festa avendo gettato a terra le insegne militari, dichiarò che al solo Cristo ubbidiva: e così potè soggiungere che fu punito, come disertore, non come Martire, e che si trattava di una legge militare, non di una guerra di Religione. Il nostro Autore lo ha copiato fedelmente con tutta la citazione, benchè nelle altre sue ricerche consulti sempre gli originali. Questo, e simili fatti, sieno accaduti prima, sieno accaduti dopo la dichiarazione della persecuzione, altro non dimostrano, se non che i Cristiani dediti alla milizia non volevano rinunciare alla propria Religione.