Massimiliano di Affrica non può nella stessa guisa scusarsi: egli dichiarò, che la sua coscienza non gli permetteva di appigliarsi al mestiere delle armi. Ma quali sospetti poteva risvegliare nell'animo de' Principi un fatto singolare, quando gran moltitudine di Cristiani serviva attualmente negli eserciti?
Galerio si sforzò di far cadere sopra i Cristiani il sospetto del fuoco, che si attaccò al palazzo: ma Diocleziano fece dare i tormenti a tutti i suoi; e la sua Corte era composta di Cristiani, e di Gentili. Costantino, che allora era nel palazzo di Nicomedia lo attribuisce ad un fulmine; Lattanzio ne fa autore lo stesso Galerio. Siccome gl'incendj furono due, così non è facile di mettere in chiaro le difficoltà, che ne nascono; ma se noi non possiamo convincerne Galerio, così egli non potè convincerne i Cristiani.
Si è detto, che la intera durata della persecuzione fu di 10 anni; ma non sempre, nè da per tutto dello stesso tenore. Opinò Galerio da prima, che i Cristiani si dovessero bruciar tutti vivi, e il suo avviso fu rigettato con orrore. Diocleziano sempre abborrì il sangue, e non fu strascinato sino all'eccesso, che a grado a grado. Ordinò col primo editto la consegna de' libri sacri; così la tempesta si scaricò sopra i soli Ecclesiastici, ma succedendosi di mano in mano gli editti, la persecuzione divenne generale.
E ne' primi due anni fu violenta: la rinuncia di Diocleziano fu cagione di qualche cambiamento: Costanzo, che ubbidiva con ripugnanza, rendè la pace ai Cristiani suoi sudditi: Massenzio rivoltatosi contro Massimiano, trasse nel suo partito i Cristiani di quella porzione d'Impero: ma Galerio fece orribili stragi in tutto l'Oriente.
Editto di Galerio per dare la pace alla Chiesa.
Ristretto. Galerio afflitto da lunga e penosa malattia pubblicò un editto, nel quale dichiarò ch'era intenzion sua di correggere e ristabilir tutto secondo le antiche leggi e la disciplina pubblica de' Romani; e di ricondurre nella via della ragione e della natura i delusi Cristiani, che avevano abbandonata la Religione, e le ceremonie de' loro maggiori; e che disprezzando presuntuosamente le pratiche dell'antichità, avevano inventate leggi ed opinioni stravaganti secondo i dettami del lor capriccio, ed avevano formate diverse società nelle Province dell'Impero: ma che trovandoli tuttora ostinati nell'empia loro follia permetteva loro di nuovo il libero esercizio della propria Religione, purchè conservassero sempre il rispetto dovuto alle leggi, ed al governo, e gli esortava a pregare il lor Dio per la sua salute, e per la prosperità dell'Impero.
Risposta. O l'Autore ha falsificato l'editto, o lo ha malamente tradotto dal latino. Nell'originale non si nominano mai le leggi, sulle quali tanto s'insiste nella traduzione. La disciplina Romana che Galerio voleva rimettere, significa, come lo avverte il Mosemio, la Religione. Così Galerio suppone, che i Cristiani andavano contro la Religione Romana, non contro le antiche leggi, e contro la disciplina civile. Nel testo si legge, ut Christiani, qui parentum suorum reliquerunt sectam, ad bonas mentes redirent; ed in fatti, i moderni platonici li accusavano di essersi allontanati dal primo loro istituto. Le parole sectam parentum suorum, chiarissime in se stesse, nella traduzione esprimono, che i Cristiani avevano abbandonata la Religione de' loro maggiori Idolatri, poichè soggiugne disprezzando presuntuosamente le pratiche dell'antichità, avevano inventate leggi, ed opinioni stravaganti, secondo i dettami del loro capriccio, e che però i delusi Cristiani si dovevano ricondurre nella via della ragione, e della natura. In verità bisogna avere una fronte molto intrepida, per portar la impostura ad un segno tanto alto.
Conchiudiamo sopra Galerio, e sopra Diocleziano. Questo Principe fu piuttosto sciocco, che crudele: e nella persecuzione servì di puro strumento. Il vero Autore ne fu il primo, che per le stragi, e le carneficine giunse al suo intento di ristabilire la monarchia universale; ma anzichè poterne godere egli il frutto, morì dal dolore di aver messo in libertà il giovane Costantino, a cui il cielo aveva destinato il trono del Mondo. Ed i Sacerdoti Pagani, ch'eccitarono una sì grave e sì lunga tempesta, per impedire, che alcuno de' Principi non si dichiarasse cristiano, ottennero in premio delle loro fatiche, che la temuta dichiarazione seguisse in Costantino, e che questi collocasse nella sedia imperiale la croce di Gesù Cristo. Così la Providenza sa impiegare le passioni degli uomini, per giungere a fini diametralmente contrari a quelli, che essi si propongono.
Relazione probabile de' patimenti de' Martiri, e de' Confessori.
Ristretto. Eusebio, e Lattanzio declamano, ed esagerano i patimenti sofferti da' Cristiani in questa persecuzione. Il primo si rende sospetto, col dichiarare di scrivere tutto ciò che poteva ridondare in gloria, e di aver soppresso tutto quello che poteva tendere al disonore della Religione. Quando i Cristiani irritavano i Magistrati, egli è da credere, che fossero trattati con rigore. Ma ordinariamente avveniva il contrario; e ciò apparisce, 1. da' Confessori condannati alle miniere, dove avevano la libertà di formar cappelle per professarvi la loro Religione: 2. da' Vescovi, ch'erano obbligati a reprimere lo zelo precipitato di coloro, che gettavansi volontariamente nelle mani de' Magistrati, o per debiti, o per saziare la fame, o per espiare i lor falli con una lunga carcerazione. Trionfato ch'ebbe la Chiesa sopra tutti i suoi nemici, la vanità esagerò i patimenti de' Martiri, e 'l potere del Clero accreditò le leggende piene di miracoli.