A. D. 372
Nabal, padre di lui, era uno dei più ricchi e potenti Principi Mauritani che riconoscessero la Sovranità di Roma. Siccome però aveva lasciato dalle sue mogli o concubine una numerosa prole, ardentemente si disputava intorno alla ricca sua eredità; e Zamma, uno de' suoi figli, in una domestica rissa fu ucciso da Firmo di lui fratello. L'implacabile zelo, col quale Romano procedè alla legittima vendetta di questo omicidio, si potrebbe attribuire soltanto ad un motivo di avarizia o di odio personale: ma in quest'occasione le sue pretensioni eran giuste; la sua influenza era potente; e Firmo chiaramente conobbe che egli o doveva presentare il collo al carnefice, o appellare dalla sentenza del concistoro Imperiale alla sua spada ed al popolo[122]. Esso fu ricevuto come il liberator della patria; ed appena si vide, che Romano non era formidabile che ad una sommessa Provincia, il Tiranno dell'Affrica divenne un oggetto d'universale disprezzo. La rovina di Cesarea, che fu saccheggiata e bruciata dai licenziosi Barbari, convinse le città refrattarie del pericolo che correvano resistendo; la potenza di Firmo si stabilì, almeno nelle Province della Mauritania e della Numidia; e pareva che egli non fosse più dubbioso che nell'assumere o il diadema di Re Mauritano o la porpora di Romano Imperatore. Ma gl'imprudenti ed infelici Affricani presto s'accorsero, che in questa inconsiderata rivoluzione non avevano a sufficienza esaminata la propria loro forza o l'abilità del lor condottiero. Avanti che questi aver potesse alcuna certa notizia, che l'Imperator d'Occidente avesse determinata la scelta di un Generale, o che si fosse preparata una flotta di trasporti alla bocca del Rodano, ad un tratto egli seppe che il Gran Teodosio con una piccola truppa di veterani avea preso terra presso a Igilgiti o Gigeri sulla costa dell'Affrica; ed il timido usurpatore fu oppresso dalla superiorità del valore e del genio militare. Quantunque Firmo avesse armi e danaro, pure la disperazione di vincere lo ridusse immediatamente all'uso di quegli artifizi che nel medesimo luogo ed in simili circostanze si erano praticati dall'astuto Giugurta. Ei tentò d'ingannare con un'apparente sommissione la vigilanza del Generale Romano, di sedurre la fedeltà delle sue truppe, e di prolungar la durata della guerra coll'impegnar l'una dopo l'altra le tribù indipendenti dell'Affrica ad abbracciare il partito, ed a proteggere la fuga di esso. Teodosio imitò l'esempio, ed ebbe il successo del suo predecessore Metello. Quando Firmo in aria di supplicante accusò la sua temerità, ed umilmente sollecitò la clemenza dell'Imperatore, il Luogotenente di Valentiniano lo accolse, e lo licenziò con un amichevole abbraccio; ma premurosamente richiese i sodi e sostanziali contrassegni d'un pentimento sincero; nè dalle assicurazioni di pace si potè mai persuadere a sospendere per un momento le operazioni d'un'attiva guerra. Dalla penetrazione di Teodosio fu scoperta un'oscura cospirazione; ed egli soddisfece, senza molta ripugnanza, il pubblico sdegno, che segretamente aveva eccitato. Molti de' rei complici di Firmo furono abbandonati, secondo il costume antico, al tumulto d'una esecuzion militare; molti altri più, mediante l'amputazione di ambe le mani, continuarono a presentare un istruttivo spettacolo d'orrore; l'odio dei ribelli era accompagnato da timore; ed il timore, che avevano dei soldati Romani, era mescolato con una rispettosa ammirazione. Fra le immense pianure della Getulia, e le innumerabili valli del monte Atlante era impossibile d'impedir la fuga di Firmo; e se avesse l'usurpatore potuto stancare la pazienza del nemico, avrebbe posto in sicuro la sua persona in fondo a qualche remota solitudine, ed avrebbe potuto aspettar la speranza di una ribellione futura. Ei fu vinto però dalla perseveranza di Teodosio, che avea fatto un'inflessibile risoluzione di non terminare la guerra che con la morte del tiranno, e d'involger nella rovina di lui qualunque nazione Affricana, che avesse ardito di sostenerne la causa. Alla testa d'un piccolo corpo di truppe, che rare volte eccedevano il numero di tremila cinquecento uomini, il Generale Romano avanzavasi con una costante prudenza, senza temerità e senza timore, nel cuore d'un paese, in cui veniva attaccato alle volte da eserciti di ventimila Mauritani. La fermezza della sua disciplina disordinava l'irregolarità dei Barbari; essi erano sconcertati dalle opportune ed ordinate sue ritirate; restavan continuamente delusi dagli ignoti ripieghi dell'arte militare, e sentirono e confessarono la giusta superiorità che aveva sopra di loro il Capitano d'una incivilita nazione. Allorchè Teodosio entrò negli estesi dominj d'Igmazen Re degli Isaflensi, l'altiero Selvaggio domandò in termini di diffidenza il suo nome, e l'oggetto di sua spedizione: «Io sono (replicò il forte e non timido Conte) io sono il Generale di Valentiniano, Signore del Mondo, che qua mi ha spedito a perseguitare e punire un disperato ladrone. Dàllo subito nelle mie mani; e sia certo, che se non obbedirai agli ordini dell'invincibile mio Sovrano, tu ed il popolo, su cui regni, sarete totalmente distrutti». Tosto che Igmazen fu convinto, che il suo nemico avea forza e risolutezza capace d'eseguire quella fatal minaccia, consentì a comprare una pace necessaria col sacrifizio d'un reo fuggitivo. Le guardie, che furon poste alla custodia della persona di Firmo, gli tolsero qualunque speranza di fuga; ed il Mauritano Tiranno, dopo d'aver estinto col vino il sentimento del pericolo, deluse l'insultante trionfo dei Romani, strangolandosi da se stesso la notte. Il suo cadavere, unico presente che Igmazen potè offerire all'Imperatore, fu con disprezzo gettato sopra un cammello; e Teodosio riconducendo le sue vittoriose truppe a Sitifi, fu salutato dalle più vive acclamazioni di gioia e di fedeltà[123].
A. 376
S'era perduta l'Affrica pe' vizi di Romano e ricuperata per le virtù di Teodosio: ora la nostra curiosità può vantaggiosamente occuparsi in investigare il trattamento che i due Generali rispettivamente ottennero dalla Corte Imperiale. Era stata sospesa l'autorità del Conte Romano dal Comandante generale della cavalleria; egli era stato posto in sicura ed onorevol custodia fino al termine della guerra. I suoi delitti eran dimostrati con le più autentiche prove; ed il pubblico aspettava con impazienza il decreto di una rigorosa giustizia. Ma il parziale e potente favore di Mellobaude l'animò a ricusare i legittimi suoi giudici, ad ottenere replicate dilazioni a fine di procurarsi una folla di favorevoli testimonianze, e finalmente a cuoprire la rea sua condotta coll'altro delitto della frode e della finzione. Verso il medesimo tempo, il restauratore della Britannia e dell'Affrica, sopra un incerto sospetto, che il nome ed i servigi di lui fossero superiori al grado di suddito, fu ignominiosamente decapitato a Cartagine. Non regnava più Valentiniano; e la morte di Teodosio non meno che l'impunità di Romano si può giustamente attribuire alle arti dei Ministri, che abusarono della confidenza, ed ingannarono l'inesperta gioventù dei suoi figli[124].
Se Ammiano avesse usato la geografica sua esattezza nel descrivere le operazioni Affricane di Teodosio, noi avremmo con ardente curiosità seguitato i distinti e domestici passi della sua marcia. Ma la tediosa enumerazione delle incognite e non interessanti tribù dell'Affrica, si può ridurre alla generale osservazione, che esse erano tutte della nera stirpe dei Mori, che abitavano gl'interni stabilimenti delle province della Mauritania e della Numidia, paese (come in seguito si è chiamato dagli Arabi) dei datteri e dello locuste[125]; e che come andava nell'Affrica decadendo la potenza Romana, insensibilmente si ristringevano i limiti della civiltà e dell'agricoltura. Oltre gli ultimi confini de' Mauritani, il vasto ed inospito deserto del Sud s'estende più di mille miglia fino alle rive del Nigro. Gli Antichi, i quali avevano una cognizione molto debole ed imperfetta della gran Penisola dell'Affrica, furono alle volte indotti a credere, che dovesse la zona torrida restare perpetuamente priva di abitatori[126]; ed alle volte divertivano la lor fantasia con empire quel voto intervallo di uomini o piuttosto di mostri[127], di satiri con le corna e col piede forcuto[128], di favolosi centauri[129], e di umani pimmei, che facevano un'audace e dubbiosa guerra contro le grue[130]. Cartagine avrebbe tremato alla strana notizia che le terre di là dall'equatore eran piene d'innumerabili popoli, i quali non differivano dall'ordinaria figura della specie umana, che nel colore; ed i sudditi del Romano Impero avrebbero potuto affannosamente aspettare, che quegli sciami di Barbari, che uscivan dal Settentrione, presto incontrassero dalla parte del Mezzogiorno nuovi sciami di Barbari ugualmente formidabili e fieri. Tali oscuri terrori si sarebbero invero dissipati dalla più esatta cognizione del carattere degli Affricani loro nemici. L'inazione per altro dei Neri non sembra che sia l'effetto nè della virtù, nè della pusillanimità loro. Soddisfano essi, come il resto degli uomini, le loro passioni ed appetiti; e le vicine tribù si trovan frequentemente impegnate in atti d'ostilità[131]. Ma la rozza loro ignoranza non ha inventata mai verun arme efficace di difesa o di distruzione; pare che siano incapaci di formare alcun piano esteso di governo o di conquista; e le nazioni della zona temperata facilmente hanno scoperta l'inferiorità delle loro potenze intellettuali; e ne hanno abusato. Ogni anno s'imbarcano dalla costa della Guinea sessantamila Neri per non tornar mai più al nativo loro paese; ma sono imbarcati in catene[132]; e tal continua emigrazione che nello spazio di due secoli avrebbe potuto somministrar eserciti da soggiogar tutto il globo, accusa la reità dell'Europa e la debolezza dell'Affrica.
A. 365-378
IV. Era stato fedelmente eseguito dalla parte dei Romani l'ignominioso trattato, che salvò l'esercito di Gioviano; e siccome avevano essi rinunziato solennemente alla sovranità ed alleanza dell'Armenia e dell'Iberia, quei tributari due regni si trovarono esposti senza protezione alle armi del Monarca Persiano[133]. Entrò Sapore nel territorio dell'Armenia, conducendo un formidabile esercito di corazze, di arcieri e d'infanteria mercenaria; ma era un invariabile suo costume il mescolare la guerra con la negoziazione, e risguardar la falsità e lo spergiuro, come gli istrumenti più efficaci della reale politica. Egli affettò di lodare la prudente e moderata condotta del Re d'Armenia; ed il non diffidente Tiranno si lasciò persuadere dalle replicate assicurazioni d'un'insidiosa amicizia a dar la propria persona in mano ad un infido e crudele nemico. In mezzo ad uno splendido convito fu posto in catene d'argento, quasi fosse un onore dovuto al sangue degli Arsacidi; e dopo una breve dimora nella Torre dell'Oblivione ad Ecbatana, fu liberato dalle miserie della vita per mezzo o del suo proprio pugnale, o di quello d'un assassino. Il regno dell'Armenia fu ridotto alla condizione d'una provincia Persiana; ne fu divisa l'amministrazione fra un nobile Satrapo, ed un favorito Eunuco; e Sapore senza indugio marciò a soggiogare il marziale spirito degli Iberi. Sauromace, che per concessione degl'Imperatori vi regnava, fu espulso dalla forza superiore; ed il Re dei Re, insultando alla maestà di Roma, pose il diadema sul capo all'abbietto suo vassallo Aspacura. La città d'Artogerassa[134] fu l'unico luogo dell'Armenia, che ardisse resistere allo sforzo delle sue armi. Il tesoro depositato in quella forte rocca tentava l'avarizia di Sapore; ma il pericolo d'Olimpiade, moglie o vedova del Re d'Armenia, eccitò la pubblica compassione, ed animò il disperato valore dei sudditi e soldati di essa. I Persiani furon sorpresi e rispinti sotto le mura d'Artogerassa da una coraggiosa e ben concertata sortita che fecero gli assediati. Ma di continuo si rinnovavano ed accrescevan le forze di Sapore; s'esaurì finalmente il disperato coraggio della guarnigione; cederono all'assalto le mura; e l'altiero vincitore, dopo d'aver messo a ferro e fuoco la ribelle città, condusse via schiava una sfortunata Regina, che in un più prospero tempo era stata destinata per isposa del figlio di Costantino[135]. Se però Sapore trionfava già della facil conquista di due dipendenti regni, presto s'accorse che non può dirsi soggiogato un paese, fin tanto che infierisce negli animi del popolo uno spirito d'ostilità e di contumacia. I Satrapi, ai quali fu egli costretto d'affidarsi, abbracciaron la prima occasione che ebbero di riguadagnar l'affezione dei loro compatriotti, e di segnalare l'odio immortale che portavano al nome Persiano. Gli Armeni e gl'Iberi, dopo la lor conversione, risguardavano i Cristiani come i favoriti, ed i Magi come i nemici dell'Ente Supremo; l'influenza parimente del Clero sopra un popolo superstizioso si esercitava in favore di Roma, e finchè i successori di Costantino disputarono con quelli d'Artaserse la sovranità delle intermedie Province, la connessione religiosa portò sempre un vantaggio decisivo dalla parte dell'Impero. Un numeroso ed attivo partito riconobbe Para, figlio di Tirano, per legittimo Sovrano d'Armenia; ed il diritto di esso al trono avea le sue profonde radici nell'ereditaria successione di cinquecento anni. Per unanime consenso degl'Iberi fu diviso ugualmente il paese fra' rivali due Principi; ed Aspacura che era debitor del diadema all'elezione di Sapore, fu costretto a dichiarare, che il riguardo pe' suoi figliuoli ch'eran ritenuti in ostaggio dal Tiranno, era l'unico riflesso che l'impediva di rinunziare apertamente all'alleanza della Persia. L'Imperator Valente che rispettava le convenzioni del trattato, e temeva d'impegnar l'Oriente in una pericolosa guerra, tentò con lenti e cauti passi di sostenere il partito Romano nei Regni d'Iberia e d'Armenia. Dodici Legioni stabilirono l'autorità di Sauromace sulle rive del Ciro. L'Eufrate era difeso dal valore d'Arinteo. Un potente esercito sotto il comando del Conte Trajano, e di Vadomairo, Re degli Alemanni, pose il campo nei confini dell'Armenia. Ma fu strettamente ordinato loro di non essere i primi a commettere ostilità, che potessero interpretarsi come un'infrazione del trattato: e tale fu l'implicita obbedienza del Generale Romano, che i soldati si ritirarono con esemplare pazienza sotto una pioggia di dardi Persiani, insino a che avessero chiaramente acquistato un giusto diritto ad una legittima ed onorevol vittoria. Queste apparenze di guerra però insensibilmente si ridussero ad una vana e tediosa negoziazione. Ambe le parti sostenevan le lor pretensioni con mutui rimproveri di ambizione e di perfidia; e sembra che il trattato originale fosse espresso in termini molto oscuri, giacchè furono esse ridotte alla necessità d'inconcludentemente appellarsi alla parzial testimonianza de' Generali di ambedue le nazioni, che si erano trovati presenti al trattato medesimo[136]. L'invasione dei Goti e degli Unni, che poco dopo scosse i fondamenti del Romano Impero, espose le Province dell'Asia alle armi di Sapore. Ma l'età cadente e forse le infermità del Monarca gli suggeriron nuove massime di moderazione e di pace. La sua morte, che accadde nella piena maturità d'un regno di settanta anni, cangiò in un istante la Corte ed i consigli della Persia; e probabilmente ne fu impiegata l'attenzione nelle domestiche turbolenze, e nei distanti sforzi di una guerra Carmania[137]. Nel godimento della pace si perdè la rimembranza delle antiche ingiurie; fu permesso ai Regni dell'Armenia e dell'Iberia pel reciproco, sebbene tacito, consenso di ambi gl'Imperi di riprendere la dubbiosa loro neutralità; e nei primi anni del regno di Teodosio, giunse a Costantinopoli un'ambasceria Persiana per iscusare i mal giustificabili passi del precedente regno; e per offerire, come un tributo d'amicizia o anche di rispetto, uno splendido donativo di gemme, di seta e di elefanti dell'India[138].
A. 384
Nella general pittura degli affari Orientali sotto il regno di Valente, le avventure di Para formano uno degli oggetti più singolari e di maggior effetto. Il nobile Giovane, cedendo alle persuasioni d'Olimpia sua madre, era fuggito attraverso l'oste Persiana, che assediava Artogerassa, ed aveva implorato la protezione dell'Imperator dell'Oriente. Pei timidi suoi consigli, Para fu alternativamente sostenuto e richiamato, restituito ai suoi Stati, e tradito. Furono per qualche tempo eccitate le speranze degli Armeni dalla presenza del lor naturale Sovrano; ed i Ministri di Valente si persuadevano di mantenere l'integrità della fede pubblica, se non concedeva egli al suo vassallo di prendere il diadema ed il titolo di Re. Ma presto si pentirono della loro imprudenza. Restaron confusi dai rimproveri e dalle minacce del Monarca Persiano. Ebbero anche ragione di diffidare dell'indole crudele ed incostante di Para medesimo, che sacrificava le vite dei suoi sudditi più fedeli ai più tenui sospetti, e teneva una segreta e vergognosa corrispondenza coll'assassino del proprio padre e col nemico della sua patria. Para, collo specioso pretesto di deliberare coll'Imperatore intorno ai comuni loro interessi, fu indotto a discendere dalle montagne dell'Armenia, dove il suo partito era in armi, e ad affidare la propria indipendenza e salute alla discrezione d'una perfida Corte. Il Re dell'Armenia (giacchè tale appariva egli ai propri occhi, ed a quelli della sua nazione) fu ricevuto coi dovuti onori da' Governatori delle Province per le quali passava; ma quando arrivò a Tarso nella Cilicia, sotto vari pretesti fu arrestato il progresso del suo viaggio; si guardavano con rispettosa vigilanza i suoi movimenti; ed appoco appoco s'accorse d'esser prigioniero in balìa dei Romani. Egli soppresse allora lo sdegno, coprì i suoi timori, e dopo d'essersi preparata segretamente la fuga, montò a cavallo con trecento de' suoi fedeli seguaci. L'uffiziale, che stava alla porta del suo appartamento, immediatamente partecipò tal fuga al Consolare della Cilicia, che lo sopraggiunse nei sobborghi, e tentò senza effetto di dissuaderlo dal proseguire quel temerario e pericoloso disegno. Fu ordinato ad una legione d'inseguire il fuggitivo Reale; ma l'inseguimento dell'infanteria non poteva dare gran fastidio ad un corpo di cavalleria leggiera, e dopo il primo nuvolo di dardi che furono scagliati nell'aria, precipitosamente si ritirarono alle porte di Tarso. Dopo una continua marcia di due giorni e due notti, Para giunse co' suoi Armeni alle sponde dell'Eufrate; ma il passaggio del fiume, che doverono traversare a nuoto, portò seco qualche dilazione e qualche perdita. Il paese era in armi; e le due strade, non separate che da uno spazio di tre miglia, erano state prese da mille arcieri a cavallo sotto gli ordini di un Conte e d'un Tribuno. Para avrebbe dovuto cedere alla maggior forza, se l'accidentale arrivo d'un viaggiatore suo amico non gli avesse manifestato il pericolo ed i mezzi per evitarlo. Un oscuro e quasi impraticabil sentiero per un folto bosco condusse in sicuro la truppa Armena, e Para si era lasciati dietro il Conte ed il Tribuno, mentre stavano essi pazientemente aspettando l'arrivo di lui per le pubbliche strade. Tornarono dunque alla Corte Imperiale, scusando la loro mancanza di diligenza o di successo; e seriamente addussero in lor difesa, che il Re d'Armenia, il quale era un abile Mago, aveva trasformato se stesso ed i compagni, ed era passato avanti ai lor occhi sotto un'altra figura. Tornato Para al nativo suo regno, tuttavia continuò a professarsi amico ed alleato dei Romani; ma questi troppo aspramente l'avevano ingiuriato per lasciarlo in pace, e fu pronunziata nel consiglio di Valente la segreta sentenza della sua morte. Fu commessa la fatale esecuzione di essa alla sottil prudenza del Conte Trajano; ed egli ebbe il merito d'insinuarsi nella confidenza del credulo Principe in modo, che potè trovar la comodità di trafiggergli il cuore. Para fu invitato ad un banchetto Romano che era stato preparato con tutta la pompa e tutto il lusso Orientale; la sala risuonava di grata musica, e la compagnia era già riscaldata dal vino, allorchè il Conte ritirossi per un momento, sfoderò la spada, e diede il segno dell'uccisione. Immediatamente corse addosso al Re d'Armenia un robusto e disperato Barbaro; e quantunque egli bravamente difendesse la propria vita con la prima arma che a caso gli capitò nelle mani, la mensa dell'Imperial comandante restò macchiata dal sangue reale d'un ospite e d'un alleato. Tanto eran deboli e malvagie le massime del governo Romano, che per giungere ad un fine dubbioso di politico interesse, crudelmente si violavano in faccia al Mondo le leggi delle nazioni ed i sacri diritti dell'ospitalità[139].
V. Nel pacifico intervallo di trent'anni i Romani assicuraron le loro frontiere, ed i Goti estesero i loro dominj. Le vittorie del grand'Ermanrico[140], Re degli Ostrogoti, ed il più nobile nella stirpe degli Amali, si son paragonate dall'entusiasmo dei suoi nazionali alle imprese d'Alessandro, con questa singolare e quasi incredibile differenza, che lo spirito marziale dell'Eroe Gotico, invece di esser sostenuto dal vigore della gioventù, si manifestò con gloria e successo nell'ultimo periodo della vita umana, fra l'età di ottanta e di centodieci anni. Le indipendenti tribù furon persuase o costrette a riconoscere il Re degli Ostrogoti per Sovrano della nazione Gotica: i Capi dei Visigoti o dei Tervingi rinunziarono al titolo Reale, ed assunsero il più basso nome di Giudici; e fra questi Atanarico, Fritigerno, ed Alvavivo erano i più illustri pel personale lor merito, non meno che per la vicinanza alle province Romane. Quelle domestiche conquiste, le quali accrebbero la forza militare d'Ermanrico, ingrandirono anche gli ambiziosi disegni di lui. Esso invase gli addiacenti paesi del Nord, e dodici considerabili nazioni, delle quali non si possono esattamente definire i nomi ed i limiti, l'una dopo l'altra cederono alla superiorità delle armi Gotiche[141]. Gli Eruli, che abitavano le pantanose terre vicine alla palude Meotide, eran celebri per la loro forza ed agilità; ed in tutte le guerre dei Barbari veniva con ardore sollecitato, ed altamente stimato l'aiuto della loro infanteria leggiera. Ma lo spirito attivo degli Eruli fu soggiogato dalla lenta e costante perseveranza dei Goti; e dopo una sanguinosa azione in cui restò morto il Re, i residui di quella guerriera tribù divennero un utile aumento all'esercito di Ermanrico. Marciò egli allora contro dei Venedi, non abili nell'uso delle armi, e solo formidabili pel loro numero, i quali occupavano la vasta estensione delle pianure della moderna Polonia. I vittoriosi Goti, che non eran di numero inferiori ad essi, prevalsero nella pugna mercè dei vantaggi decisivi della disciplina e dell'esercizio. Dopo d'aver sottomesso i Venedi, s'avanzò il conquistatore senza alcuna resistenza fino ai confini degli Estj[142], antico popolo, di cui tuttavia conservasi il nome nella Provincia d'Estonia. Quei remoti abitanti della costa Baltica si sostenevano mediante i lavori dell'agricoltura, s'arricchivano col commercio dell'ambra, ed erano addetti al culto speciale della madre degli Dei. Ma la scarsità del ferro costringeva i guerrieri Estj a contentarsi di clave di legno; e si attribuisce la riduzione di quel ricco paese alla prudenza piuttosto che all'armi d'Ermanrico. I suoi stati che s'estendevano dal Danubio al Baltico, includevano le native regioni, ed i moderni acquisti dei Goti; ed esso regnava sopra la maggior parte della Germania e della Scizia coll'autorità di un conquistatore e qualche volta con la crudeltà di un tiranno; ma regnava sopra una parte del globo incapace di perpetuare e di adornare la gloria de' suoi Eroi. Il nome d'Ermanrico è quasi sepolto nell'obblivione; appena si ha notizia delle sue imprese; e pare che i Romani stessi ignorassero i progressi d'un'intraprendente potenza, che minacciava la libertà del Settentrione e la pace dell'Impero[143].