A. 366

I Goti avevano contratto un ereditario attaccamento all'Imperial casa di Costantino, che tante segnalate prove avea lor date di liberalità e di potenza. Essi rispettavano la pubblica pace; e se alle volte qualche truppa ostile ardiva di passare il confine Romano, tale irregolare condotta candidamente si attribuiva all'indomito spirito della Barbara gioventù. Il disprezzo, che avevano per due Principi nuovi ed oscuri, innalzati al trono per una popolare elezione, inspirò ai Goti più ardite speranze; e mentre formavano disegni di riunire le confederate loro forze sotto il medesimo stendardo della nazione[144], furono facilmente tentati ad abbracciare il partito di Procopio, ed a fomentare col pericoloso loro soccorso la discordia civile dei Romani. Il pubblico trattato non avrebbe richiesto più di diecimila ausiliari; ma con tanto zelo adottossi questo disegno dai Capi de' Visigoti, che l'armata, la quale passò il Danubio, ascese al numero di trentamila uomini[145]. Essi marciarono con la superba persuasione, che l'invincibile loro valore avrebbe decisa la sorte del Romano Impero; e le Province della Tracia gemerono sotto il peso dei Barbari, che spiegavano l'insolenza di padroni e la licenziosa condotta di nemici. Ma l'intemperanza che sollecitava i loro appetiti, ne ritardò il progresso; e prima che i Goti potessero avere alcuna certa notizia della disfatta e della morte di Procopio, conobbero dallo stato di difesa, in cui si trovava il paese, che il fortunato rivale di lui aveva ripresa la civile e la militar potestà. Una catena di torri e di fortificazioni, abilmente disposte da Valente o dai suoi Generali, arrestò la loro marcia, ne impedì la ritirata, e ne intercettò la sussistenza. La fierezza dei Barbari fu domata e sospesa dalla fame; posero essi dispettosamente le loro armi ai piedi del vincitore, che offrì loro cibo e catene; i numerosi schiavi furon distribuiti in tutte le città dell'Oriente; ed i provinciali, che ben presto si famigliarizzarono col loro aspetto selvaggio, appoco appoco arrischiaronsi a misurare le forze con quei formidabili avversari, il nome de' quali era stato sì lungamente l'oggetto del loro terrore. Il Re della Scizia (ed il solo Ermanrico potea meritare tal sublime titolo) sentì dispiacere ed ira per tal disgrazia della nazione. I suoi Ambasciatori fecero alte doglianze alla Corte di Valente della violazione dell'antica e solenne alleanza, che per tanto tempo era sussistita fra i Romani ed i Goti. Dicevano essi d'avere adempito il dovere di alleati assistendo il parente e successore dell'Imperator Giuliano; richiedevano l'immediata restituzione dei nobili schiavi; ed insistevano sopra una ben singolar pretensione, che i Generali Goti, che marciavano in armi ed in ostile ordinanza, avesser diritto al sacro carattere ed ai privilegi di ambasciatori. Un decente ma perentorio rifiuto di tali stravaganti domande venne significato ai Barbari da Vittore, Generale della cavalleria, che rappresentò con forza e dignità le giuste querele dell'Imperatore d'Oriente[146]. Fu interrotto il trattato: e le virili esortazioni di Valentiniano incoraggiarono il timido suo fratello a vendicare l'insultata maestà dell'Impero[147].

A. 367-368-369

Un istorico di quel tempo celebra lo splendore e la grandezza di questa guerra Gotica[148]; ma l'evento di essa appena merita l'attenzione della posterità, qualora non voglia risguardarsi come un passo preliminare dell'imminente decadenza e rovina dell'Impero. In cambio di condurre le nazioni della Germania e della Scizia alle rive del Danubio, o anche alle porte di Costantinopoli, il vecchio Monarca dei Goti rassegnò al bravo Atanarico il pericolo e la gloria d'una guerra difensiva contro un nemico che maneggiava con debole destra le forze d'un grande stato. Fu eretto un ponte di barche sopra il Danubio; la presenza di Valente animava le sue truppe; e la sua ignoranza nell'arte della guerra veniva compensata in esso dalla personal bravura, e da una savia deferenza ai consigli di Vittore e d'Arinteo, suoi Generali di cavalleria e d'infanteria. Le operazioni della campagna regolate furono dalla loro abilità ed esperienza; ma fu loro impossibile di trarre i Visigoti dai forti posti delle montagne; e la devastazione delle pianure obbligò i Romani medesimi a ripassare il Danubio all'approssimarsi dell'inverno. Le continue piogge che fecer gonfiare le acque del fiume, produssero una tacita sospension di armi, e confinarono l'Imperator Valente in tutta la seguente state nel suo campo di Marcianopoli. Il terzo anno della guerra fu più favorevole pe' Romani, e dannoso pe' Goti. L'interrompimento del commercio privò i Barbari degli oggetti di lusso, che essi già confondevano con le necessità della vita, e la desolazione d'un molto esteso tratto di paese gli minacciava degli orrori della carestia. Atanarico fu provocato o costretto ad arrischiare una battaglia, che ei perdè, nella pianura; e la crudel precauzione dei vittoriosi Generali, che avevano promesso un grosso premio per la testa di ogni Goto, che portata fosse nel campo Imperiale, rendè più sanguinosa la caccia dei vinti. La sommissione dei Barbari quietò lo sdegno di Valente e del suo consiglio; l'Imperatore diede orecchio con piacere all'adulatrice ed eloquente rimostranza del Senato di Costantinopoli, che per la prima volta ebbe parte nelle pubbliche deliberazioni; ed i medesimi Generali Vittore ed Arinteo, che avean felicemente diretta la condotta della guerra, ebbero la facoltà di regolare le condizioni della pace. La libertà del commercio, che i Goti avevano fin allora goduta, fu ristretta a due sole città sul Danubio; fu severamente punita la temerità dei lor Capi con la soppressione delle pensioni e dei sussidi che ricevevano; e l'eccezione che fu stipulata in favore del solo Atanarico, fu più vantaggiosa che onorevole al Giudice dei Visigoti. Atanarico, il quale sembra che in quest'occasione consultasse il suo privato interesse senza aspettar gli ordini del Sovrano, sostenne la propria dignità e quella della sua tribù nel personal congresso, che fu proposto dai Ministri di Valente. Ei persistè nella dichiarazione, che era impossibile per lui senza incorrere nella colpa di spergiuro, il porre mai piede sul territorio dell'Impero; ed è più che probabile che il riguardo, che aveva per la santità del giuramento, fosse confermato dai recenti e fatali esempi della Romana perfidia. Fu scelto il Danubio che separava i dominj delle due indipendenti nazioni, per luogo della conferenza. L'Imperator d'Oriente ed il Giudice dei Visigoti, accompagnati da un ugual numero di loro seguaci armati, s'avanzarono nei respettivi loro battelli fino alla metà del fiume. Dopo la ratifica del trattato e la consegna degli ostaggi, Valente tornò in trionfo a Costantinopoli, ed i Goti rimaser tranquilli circa sei anni, finchè a forza non furono spinti contro l'Impero Romano da un'innumerabile armata di Sciti, che sboccarono dalle gelate regioni del Norte[149].

A. 374

L'Imperator d'Occidente, che aveva lasciato al fratello il comando del basso Danubio, riservò immediatamente a se stesso la difesa delle Province Retiche e Illiriche, che per tante centinaia di miglia estendevansi lungo il maggior fiume dell'Europa. L'attiva politica di Valentiniano era continuamente occupata in aggiunger nuove fortificazioni alla sicurezza della frontiera; ma l'abuso di tal politica provocò il giusto risentimento dei Barbari. I Quadi si dolsero che era stato preso dal lor territorio il suolo per una fortezza che si meditava di fare; e sostennero con tanta ragione e moderatezza le loro querele, che Equizio, Generale dell'Illirico, acconsentì a sospendere il proseguimento dell'opera, finattanto che fosse più chiaramente informato del volere del suo Sovrano. Questa bella occasione di far ingiuria a un rivale, e di avanzare la fortuna del proprio figlio, fu ardentemente abbracciata dal crudele Massimino, Prefetto o piuttosto tiranno della Gallia. Le passioni di Valentiniano non soffrivan opposizioni; ed egli prestò con credulità orecchio alle assicurazioni del suo favorito, che se fosse affidato allo zelo di Marcellino, suo figlio, il governo di Valeria e la direzione dell'opera, l'Imperatore non sarebbe stato più importunato dalle audaci rimostranze dei Barbari. I sudditi di Roma ed i nativi della Germania furono insultati dall'arroganza d'un giovane e indegno Ministro, che risguardava la rapida sua elevazione come la prova ed il premio del sublime suo merito. Egli affettò, per altro, d'ammettere la modesta istanza di Gabino, Re de' Quadi, con attenzione e riguardo: ma quest'artificiosa cortesia celava un oscuro e sanguinario disegno, ed il credulo Principe s'indusse ad accettare il premuroso invito di Marcellino. Io non so come variare la narrazione di delitti fra loro simili, o come riferire che nel corso d'un medesimo anno, ma in diverse lontane parti dell'Impero, l'inospita mensa di due Comandanti Imperiali fosse macchiata dal regio sangue di due ospiti ed alleati, crudelmente uccisi per ordine ed in presenza di essi. L'istesso fu il destino di Gabinio e quello di Para; ma in maniera molto diversa la crudel morte del Sovrano si risentì dalla servil indole degli Armeni e dal libero ed audace spirito dei Germani. I Quadi erano essi, in vero, assai scaduti da quel formidabil potere, che al tempo di Marco Antonino aveva sparso il terrore fino alle porte di Roma. Essi però avevano sempre armi e coraggio; questo fu animato dalla disperazione, ed ottennero il solito rinforzo di cavalleria dai Sarmati, loro alleati. Il perfido Marcellino fu tanto imprudente che scelse il momento, nel quale i veterani più bravi erano stati mandati a sopprimere la ribellione di Firmo; e tutta la Provincia era esposta con una debol difesa al furore dei Barbari esacerbati. Essi invasero la Pannonia nel tempo della raccolta; senza compassione distrussero tutto ciò che facilmente non potevano trasportare; e disprezzarono o demolirono le vuote fortificazioni. Alla Principessa Costanza, figlia dell'Imperator Costanzo, e nipote del gran Costantino, assai difficilmente riuscì di fuggire. La regia fanciulla che innocentemente avea sostenuta la ribellione di Procopio, era in quel tempo destinata per moglie all'Erede dell'Impero Occidentale. Traversava essa con uno splendido e non armato corteggio quella Provincia creduta pacifica. E la persona di lei fu salvata dal pericolo, ugualmente che la Repubblica dal disonore, mediante l'attivo zelo di Messala, Governatore di quelle Province. Appena egli seppe che il villaggio, dove ella s'era fermata per desinare, era quasi circondato dai Barbari, la pose in fretta sul proprio cocchio, e corse velocemente finchè giunse alle porte di Sirmio, che era distante ventisei miglia. Neppur questa città sarebbe stata sicura, se i Quadi ed i Sarmati si fossero speditamente avanzati, mentre i Magistrati del popolo erano in una generale costernazione. Il loro indugio concesse a Probo, Prefetto del Pretorio, tempo abbastanza di riprendere animo egli stesso, e di ravvivare il coraggio dei cittadini. Egli abilmente diresse i loro valorosi sforzi per riparare e fortificare le cadenti muraglie; e procurò l'opportuna ed efficace assistenza d'una compagnia di arcieri, per proteggere la capitale delle Province Illiriche. Sconcertati nei tentativi, che fecero contro le mura di Sirmio, gli irritati Barbari voltaron le armi contro il Generale della frontiera, al quale ingiustamente attribuivano la morte del loro Re. Non poteva Equizio mettere in campo che due legioni; ma contenevano esse il veterano vigore delle truppe Mesie e Pannonie. La ostinazione con cui disputaron fra loro i vani onori della precedenza e del grado, fu causa della lor distruzione; e mentre agivano con forze separate e con differenti disegni, sorprese furono e trucidate dall'operoso vigore della Sarmata cavalleria. Il buon successo di quest'invasione provocò l'emulazione delle confinanti tribù; e si sarebbe infallibilmente perduta la Provincia della Mesia, se il giovane Teodosio, Duce o militar Comandante della frontiera, non avesse, nella disfatta del pubblico nemico, segnalato un intrepido genio, degno dell'illustre suo padre e della sua futura grandezza[150].

A. 375

Lo spirito di Valentiniano, che allora risedeva in Treveri, fu profondamente commosso dalle calamità dell'Illirico; ma la stagione avanzata sospese l'esecuzione de' suoi disegni fino alla primavera seguente. Mosse egli in persona, con una parte considerabile delle truppe della Gallia, dalle rive della Mosella; ed ai supplichevoli Ambasciatori dei Sarmati, che l'incontraron per viaggio, rispose dubbiosamente, che quando fosse giunto al luogo dell'azione, avrebbe esaminato e deciso. Arrivato a Sirmio, diede udienza ai Deputati delle Province Illiriche, i quali altamente gloriaronsi della loro felicità sotto il prospero governo di Probo, Prefetto del Pretorio[151]. Valentiniano, ch'era lusingato da tali dimostrazioni di fedeltà e di gratitudine, dimandò imprudentemente al Deputato dell'Epiro, che era un filosofo Cinico d'intrepida sincerità[152], s'era egli stato inviato liberamente dai voti della Provincia? «Io son mandato (replicò Ificle) con lacrime e con lamenti da un popolo contro sua voglia». L'Imperatore s'arrestò: ma l'impunità de' suoi ministri fece stabilire la perniciosa massima che essi potevano opprimere i sudditi, senza offendere il servizio di lui. Una rigorosa ricerca sopra la loro condotta avrebbe medicato il pubblico disgusto. La severa condanna dell'uccisor di Gabinio era il solo mezzo che restituir potesse la confidenza dei Germani, e vendicar l'onore del nome Romano. Ma il superbo Monarca era incapace della magnanimità, che osa riconoscere una mancanza. Dimenticò egli la causa, solo si rammentò dell'ingiuria, e s'avanzò nel paese dei Quadi con un'insaziabile sete di vendetta e di sangue. Si giustificò agli occhi dell'Imperatore, e forse a quelli del Mondo l'estrema devastazione ed il promiscuo macello d'una barbara guerra dalla crudele equità delle rappresaglie[153], e tale fu la disciplina dei Romani e la costernazione del nemico, che Valentiniano ripassò il Danubio senza la perdita d'un solo uomo. Siccome aveva egli risoluto di totalmente distruggere i Quadi in una seconda campagna, stabilì i suoi quartieri d'inverno a Bregezio sul Danubio, vicino alla città di Presburgo nell'Ungheria. Mentre il rigore della stagione teneva sospese le operazioni di guerra, i Quadi fecero un umile tentativo di mitigare il furor del vincitore; ed i loro Ambasciatori, alla premurosa persuasione d'Equizio, furono introdotti nel consiglio Imperiale. Accostaronsi al trono inchinati ed in aria dimessa; e senza neppure osar di dolersi della morte del loro Re, affermarono con solenni giuramenti, che l'ultima invasione era solo imputabile ad alcuni sregolati ladroni, dal consiglio pubblico della nazione condannati ed abborriti. La risposta dell'Imperatore lasciò ad essi ben poca speranza di clemenza o di pietà. Egli rinfacciò loro, col più intemperante linguaggio, la lor viltà, ingratitudine ed insolenza. Gli occhi, la voce, il colore, i gesti esprimevano la violenza dello sfrenato furore di lui. Mentre tutto il suo aspetto era agitato da una passion convulsiva, un grosso vaso sanguigno ad un tratto gli si ruppe nel petto; e Valentiniano cadde senza parola nelle braccia dei suoi famigliari. Essi ebbero immediatamente la cura di nasconder la sua situazione alla moltitudine: ma in pochi minuti l'Imperator d'Occidente spirò in un'agonia dolorosa, ritenendo fino all'ultimo i suoi sentimenti, e cercando inutilmente di esprimere le sue intenzioni ai Generali e Ministri che circondavano il reale suo letto. Valentiniano aveva circa cinquantaquattro anni; e non mancavano che cento giorni a compire i dodici anni del suo regno[154].

A. 375

Un istorico Ecclesiastico attesta seriamente la poligamia di Valentiniano[155]. «L'Imperatrice Severa (io riferisco la favola ) ammise alla sua famigliar conversazione la bella Giustina, figlia d'un Governatore Italiano; ed espresse con sì grandi ed inconsiderate lodi la sua ammirazione di quelle nude bellezze, che aveva spesso vedute nel bagno, che l'Imperatore fu tentato d'introdurre una seconda moglie nel proprio letto; e con pubblico editto estese a tutti i sudditi dell'Impero l'istesso domestico privilegio, che aveva preso per se medesimo». Ma noi siamo assicurati dalla testimonianza della ragione e dell'Istoria, che i due matrimoni di Valentiniano con Severa e con Giustina furon contratti l'un dopo l'altro; e che ei si servì dell'antica permission del divorzio, che era sempre accordata dalle leggi, quantunque condannata dalla Chiesa. Severa fu madre di Graziano, il quale sembrò che riunisse in sè ogni diritto all'indubitata successione dell'Impero Occidentale. Egli era il figlio maggiore d'un Monarca, il glorioso regno del quale avea confermato la libera ed onorevol scelta dei suoi compagni soldati. Prima di giungere all'età di nove anni il regio fanciullo avea ricevuto dalle mani dell'indulgente suo padre la porpora ed il diadema col titolo d'Augusto; n'era stata solennemente confermata la scelta dal consenso ed applauso degli eserciti della Gallia[156]; ed erasi aggiunto il nome di Graziano a quelli di Valentiniano e di Valente in tutti gli atti legali del Governo Romano. Mercè del suo maritaggio con la nipote di Costantino, il figlio di Valentiniano acquistò tutti gli ereditari diritti della Famiglia Flavia, che in una serie di tre Imperiali generazioni s'erano confermati dal tempo, dalla religione, e dalla riverenza del popolo. Alla morte del padre il giovane reale aveva l'età di diciassette anni; e già le sue virtù giustificavano la favorevole opinione del popolo e dell'esercito. Ma Graziano si trovava senza timore nella reggia di Treveri, allorchè alla distanza di molte centinaia di miglia Valentiniano subitamente morì nel campo di Bregezio. Le passioni che sì lungo tempo erano state soppresse dalla presenza d'un dominante, immediatamente si ravvivarono nel consiglio Imperiale; e l'ambizioso disegno di regnare in nome di un fanciullo fu posto artificiosamente in effetto da Mellobaude e da Equizio, che avevano per sè l'amore delle truppe Illiriche ed Italiane. Immaginarono essi i più onorevoli pretesti per rimuovere i Capi del popolo e le truppe della Gallia, che avrebber potuto sostenere i diritti del legittimo successore; e suggerirono con un ardito e decisivo passo la necessità di estinguere le speranze dei nemici sì domestici che stranieri. L'Imperatrice Giustina, che era restata in un palazzo circa cento miglia lontano da Bregezio, fu rispettosamente invitata a venire nel campo col figlio del morto Imperatore. Il sesto giorno dopo la morte di Valentiniano, il Principe fanciullo dell'istesso nome, che non aveva più di quattr'anni, fu mostrato nelle braccia della propria madre alle legioni, e coll'acclamazion militare solennemente investito dei titoli e delle insegne del potere supremo. La savia e moderata condotta dell'Imperator Graziano impedì a tempo gli imminenti pericoli d'una guerra civile. Accettò volentieri la scelta dell'esercito; dichiarò che avrebbe sempre risguardato il figlio di Giustina come fratello, non come rivale; e consigliò l'Imperatrice a stabilire col figlio di Valentiniano la sua residenza a Milano nella bella e pacifica provincia dell'Italia, mentre egli assumeva il più difficil comando delle regioni oltre le alpi. Graziano dissimulò il suo sdegno finattanto che potesse con sicurezza punire, o svergognare gli autori della cospirazione: e sebbene si diportasse con uniforme tenerezza e riguardo verso il suo infante collega, tuttavia nell'amministrazione dell'Impero occidentale confuse appoco appoco l'uffizio di tutore coll'autorità di Sovrano. Si esercitava il governo del Mondo Romano unitamente in nome di Valente e dei suoi due nipoti: ma il debole Imperator Orientale, che in questa dignità successe al suo fratello maggiore, non ebbe mai peso od ascendente veruno nei consigli dell'Occidente[157].