DI

EDOARDO GIBBON

DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE
AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI

LETTERA

Se io fossi libero nei miei giudizj, quanto lo è il Sig. Gibbon, non temerei di affermare, che egli bramasse tuttora di veder fumare l'are del Campidoglio: tante sono, e sì acerbe le sue querele contro gl'Imperadori ed i Vescovi, e quanti altri ebber parte dell'adempimento del vaticinio[374] della distruzione del Paganesimo. Ma, per non dipartirmi dall'argomento proposto nell'altra mia lettera, io dirò solo, che egli a norma dei saggi Canoni di Plutarco[375] sostien piuttosto il carattere di Sofista, che quello di Storico, e ad onta delle sue belle proteste partecipa non solo alla sorpresa, ma eziandio alla malizia di Libanio, e di Eunapio.

Ed infatti affermando il Sig. Gibbon, che in quasi tutte le Province del Mondo Romano un esercito di fanatici SENZA AUTORITA' invase i pacifici abitatori: che un piccol numero di tempj degl'idoli rimase difeso dalla distruttiva rabbia del fanatismo, e della rapina, diretta, o piuttosto mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa; chi, non riconoscendo lo stile del pagano Sofista Libanio[376], asterrebbesi dal giudicare, che i Vescovi e i Monaci capricciosamente, e con animo di ribelli recassero per tutto l'Impero stragi e ruine? L'asserir che talora il disfacimento dei templi si eseguì pel soverchio zelo dei Monaci, e degli Ecclesiastici[377] senza l'autorità, od il comando dei Principi, sarebbe stata proposizione da Storico; ma il rendere odiosi tanti venerabili Vescovi ed illustri Solitarj con una induzion generale fondata sopra di pochi fatti particolari, è conforme soltanto alla Dialettica dei Sofisti[378].

Io leggo pertanto, che non si diè mano alla demolizione dei templi di Gaza[379] senza l'assenso di Arcadio, ottenuto da S. Porfirio, Vescovo di quella città: e leggo altresì, che se S. Giovanni il Grisostomo credè bene di commettere ai Monaci la distruzione dei tempj per la Fenicia, non trascelse quei pochi, i quali si abbandonavano alla intemperanza[380]; ma bensì alcuni tra quei moltissimi, che ardevan di zelo pel Culto divino ασκμτας ζμλω θειω πυροπολουμενους συνεξε, e ve gli diresse muniti degli Editti Cesarei νομοισ δ’αυτους οπλισας βασιλικοις[381]. Bramereste voi di sapere quali fossero i termini di quell'Editto? Combinandosene la pubblicazione in Damasco Metropoli della Fenicia con l'epoca dell'an. 399 corrispondente ai principj del Vescovado di S. Giovanni il Grisostomo, possiamo persuadersi che sieno i seguenti = Si qua in agris templa sunt, sine turba ac tumultu diruantur: his enim dejectis atque sublatis omnis superstitionis materia consumetur[382] =. Alla qual legge il Ch. Gotofredo ci avverte, che due anni prima per una Costituzione del medesimo Arcadio fu ordinato a quel Prefetto di restaurare con i lor materiali le strade, i ponti, gli aquidotti, e le mura[383].

Che se dall'Oriente, secondo la moderna Geografia, passiamo nell'Affrica, il Sig. Gibbon istesso non niega, che il Serapeo, (rappresentatosi da tutti gli Storici, e da Ruffino medesimo che può meritare la fede di testimone originale come l'infame asilo d'ogni empietà, sul qual fatto ei non pertanto poche pagine dopo sparge un orribile scetticismo, onde Plutarco direbbe[384], «Perplexa, nilque sani, Ambages omnia») non niega io diceva, che fosse abbattuto per uno rescritto speciale di Teodosio, e soggiunge, che la sentenza di distruzione comprese non solo Serapide, ma gl'Idoli di Alessandria. Siccome però tante costituzioni Imperiali distinguono gl'Idoli, l'are, e gli ornati superstiziosi dai Templi[385]; così non la facendo da destro e malizioso Sofista, doveva scrivere schiettamente, che la sentenza fu pronunziata contro gli stessi Templi[386].

Che anzi l'Imperatore non esitò di risguardar come martiri coloro, i quali nella distruzione del Serapeo rimasero uccisi, accordando ad un tempo stesso agli uccisori Pagani un generoso perdono[387]; giudizio, che in certo modo ha canonizzato la Chiesa[388]. Se tali cose fossero state omesse da un altro Scrittore, potrebbe forse esser degno di scusa. Ma chi si ferma ad investigar se Serapide fosse uno dei mostri di Egitto: chi censura come strana l'opinione dei Padri sostenuta, dal Vossio, che sotto la forma d'Api e Serapide si adorasse il Patriarca Giuseppe[389]: chi, per istruire il lettore delle cagioni della rovina del più grande Impero del Mondo, descrive minutamente il sito, la figura e la magnificenza di un tempio, la forma di un Idolo, il corbello, le tre code, i tre capi del mostro, che esso avea nella destra, e lo strazio che ne fu fatto, impiegandovi nove pagine: chi finalmente inserisce nel testo con i colori più tetri le cattive qualità di Teofilo, allora Vescovo di Alessandria, traendole da Tillemont, e nelle note tra le molte lodi di esso accennate da quel fedele Scrittore, rammenta insultando la sola amicizia, che Teofilo avea per Girolamo, chiaramente dimostra, che l'odio e l'ingiustizia gli aguzzan lo stile[390].

Quanto poi fosse ben radicato negli animi dei Regolatori spirituali della Chiesa Affricana il rispetto per l'autorità del Sovrano in tale affare, non si può meglio comprendere, che dagli atti del V. Concilio Cartaginese, in cui così decretarono[391]: = Instant etiam aliae necessitates a religiosis Imperatoribus postulandae, ut reliquias idolorum per omnem Affricam jubeant penitus amputari... et templa eorum, quae in agris, vel in locis abditis constituta NULLO ORNAMENTO sunt, jubeantur omnino destrui =. L'idolatria a dispetto di tante leggi si manteneva ostinata nelle campagne dell'Affrica, si trattava di tempj di nessun ornamento, i Cristiani si traevano a forza da quei Gentili ai loro infami spettacoli, ed ai conviti, nei quali si abbruciavano incensi, e si cantavan degl'inni ad onore dei falsi numi; e tutto ciò non ostante quei Padri non operaron a capriccio, come forse avevano operato i Conti Giovio e Gaudenzio nel cuor di Cartagine poco prima, i quali non erano certamente nè Monaci, nè Vescovi[392]; ma consultarono riverentemente l'oracolo dei Cesari non solo per i tempj di nessun pregio, ma per gl'idoli stessi. E posto ciò, come è mai verisimile, che osassero quei Vescovi di aver per costume di attaccare i più bei monumenti d'Architettura nelle più illustri Città, e sotto gli occhi dei Magistrati, quando erano già chiusi all'Idolatria[393] da Graziano, Valentiniano, e Teodosio; e ciò senza autorità, anzi contro l'espresso divieto[394] di quegl'Imperatori medesimi, che consultavano? Che se ciò si pretende tuttavolta non solo verisimile, ma di fatti avvenuto; altro ci vuole che le Libaniane invettive del Sig. Gibbon a dimostrarlo.