Ma i più malmenati, pur mio avviso, da questo Storico sono i due Santi Marcello Apamiense, e Martino di Tours, sopra i quali vanno principalmente a cadere i titoli di Entusiasti, e di motori della rapina. Marciava, egli dice del primo, una copiosa truppa di soldati e di gladiatori sotto l'Episcopale stendardo alla distruzione dei magnifici tempj della diocesi di Apamea, e dovunque temevasi qualche pericolo, il campion della fede, che per essere storpiato non poteva fuggir, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza oltre la portata dei dardi. Qui non si parla, come vedete, di permissione ottenuta da Cesare, e non si accenna altro mezzo usato dal S. Vescovo, nella distruzione di tanti tempj magnifici se non se quello dei soldati e dei gladiatori. Teodoreto però[395] fa espressa testimonianza della prima, dicendo, che egli era οπλω του νομου χρησαμενος Legis praesidio munitus: e smentisce in secondo luogo l'esagerata impostura del Critico[396] soggiungendo, che quel grand'uomo = fana destruxit fiducia magis in Deum, quam hominum opera ad eam reni usus: e dopo aver raccontato in qual modo si demolisse il tempio di Giove, conchiude = Reliqua quoque delubra eodem modo destruxit divinus ille Antistes, che è quanto dire coll'orazione, e non senza una singolare assistenza del Cielo[397]. Nella distruzione del tempio, che era in Aulone, Marcello si prevalse, egli è vero, del mezzo accennato dal Sig. Gibbon, conforme al racconto di Sozomeno[398]; ma questo caso è unico e singolare, e l'asserzione di Gibbon è generale; ed inoltre Sozomeno, che ivi scrive da Storico, e non da Sofista, c'istruisce dell'ostinazione, e delle violenze degli Apamiesi, e della proibizione fatta dal Sinodo di vendicare una morte, per cui dovevansi render grazie all'Altissimo.
Nè da quella descritta da Teodoreto mi sembra molto diversa la condotta di Martino di Tours, sebbene il Sig. Gibbon voglia che si decida dal prudente Lettore se ei fosse sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dall'armi corporali; ed in tal guisa ambigendo efficit, ut suspiciones altius insideant[399]. Non dubita però di affermare con Clerc, che il Santo prese una volta un innocente funerale per una processione idolatrica, e fece imprudentemente un miracolo. Ora, su quali fondamenti, io dimando, si dovrà stabilire questo giudizio? Sull'autorità certamente di Sulpizio, a cui ci indirizza il Sig. Gibbon. O Sulpizio adunque è privo di senso, come egli accenna, ed in tal caso ei poteva risparmiarsi il suo dubbio, e non obbligare con tanta inciviltà un prudente lettore a consultare una leggenda di niuna fede, non disputandosi qui di eleganza di stile: o Sulpizio è uno Scrittore corretto ed originale, siccome avverte, e lo prova con i più forti argomenti, dopo Tillemont[400], l'erudito Editore Veronese[401] contro il Clerc; ed essendo così, mi si permetterà di asserir con Sulpizio da me consultato con qualche sorta di diligenza, che il S. Vescovo Turonese ricevette e grazie, ed onori grandissimi, e senza numero da Valentiniano I, non men che da Massimo, e dalla Imperatrice moglie di esso[402], tanto era applaudita la sua condotta: che l'armi sue consuete erano le più fervorose orazioni[403]: che ora imperante Domino, ora divino nutu, ora virtute divina superò la resistenza dei Pagani nell'atterrare od incendiare i lor tempj[404]; e che = plerumque contradicentibus sibi rusticis, ne fana eorum destrueret, ita praedicatione sancta Gentilium animos mitigabat, ut luce eis veritatis ostensa IPSI sua templa subverterent[405]. Giudichi pure adesso il prudente Lettore, se Martino semper paupertatis suae custos[406] fosse direttore e motor di rapine, e se ei fosse sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dall'armi corporali. E dov'è poi l'imprudente miracolo di quell'Apostolo delle Gallie? Quelle contrade eran piene di adoratori degl'Idoli[407]: era lontano Martino non meno di cinquecento passi da una turba di uomini rusticani, che portavano il cadavere di un Gentile al sepolcro: scorgeva intanto dei lini agitati dal vento, e gli era nota d'altronde la lor costumanza di recar follemente in giro con bianchi veli le false loro divinità[408]. Eravi adunque tutto il motivo di sospettare, che quel funerale superstizioso[409] fosse una processione idolatrica. Come adunque tacciar d'imprudente un Vescovo destinato a schiantare l'errore ed il vizio, se fatto il segno di Croce comanda ad una turba sospetta di arrestare il cammino per sincerarsi di ciò che ella faccia, e sinceratosi, le permette di proseguirlo? Che se piacque all'Altissimo, rendendo immobili quei Pagani, di glorificare il suo nome e il suo Servo con uno di quei prodigi, che la sua provvidenza destinò specialmente alla conversione degl'infedeli[410], chi è il Sig. Gibbon, che voglia farla da economo all'Onnipotente medesimo!
Resta ora a vedersi se veramente un piccol numero di tempj rimase protetto dalla distruttiva rabbia del fanatismo. Certo è che se rimasero in piedi per tutto l'Impero Romano i due soli accennati dal Sig. Gibbon, cioè il tempio della Venere Celeste a Cartagine, ed il Panteon a Roma, il numero per esser plurale, non può idearsi più piccolo. Io però non so di leggieri persuadermi, che fosser sì pochi, quand'Onorio ordinò[411] = Aedes inclitis rebus vacuas... ne quis conetur evertere; decernimus enim, ut aedificiorum quidem sit integer status: nè che fosse insolentemente trasgredita una legge fatta in ispecial modo per l'Affrica, ove quanto fosser fanatici i Vescovi, lo avete veduto di sopra. Altrimenti dovettero rendersi ben ridicoli i due Imperatori fratelli Arcadio ed Onorio stesso, quando nove anni dopo con altra legge (e questa universale) ordinarono,[412] che i tempj pubblici in civitatibus, vel oppidis, vel extra oppida si riducessero ad uso pubblico; che gli esistenti nelle possessioni Imperiali si trasferissero in utili usi, e si demolissero i soli privati: ed assai più ridicolo dovette mostrarsi Teodosio II, comandando colla sua legge dell'anno 426, che i tempj di ogni maniera, i quali tuttora contro le anzidette sanzioni rimanevano intatti[413], si spogliassero di qualsivoglia superstizione, e col venerabil segno della S. nostra Religione si espiassero. Il Commentario del Gotofredo oh quanto può consolare il Sig. Gibbon, mostrandogli eseguito esattamente dai Cesari quel progetto, che viene a farci tredici buoni secoli dopo! «Certe, son le parole di quel Chiariss. Giureconsulto, hoc aevo ipso jam Paganorum templa QUAMPLURIMA in Ecclesias Christianorum conversa liquet. Sic Theodosius M. templum Heliopolitanum, quod Balanii dicebatur ingens et celeberrimum, in Christianorum Ecclesiam convertit εποιηοεα υτο εκκλησιαν χιρσιαυων parique modo et templum Damasci teste vel Auctore Chronici Alexandrini. Sic et Theodoretus serm. de Martyr. 8. in f. sub. Theodosio Juniore tempio, idolorum vel diruta, vel ea ipsa, eorumque materias in Ecclesias mutata testatur». Di un tempio della Fortuna mutato in una Chiesa Cristiana parla pure Niceforo[414]: e di quello di Bacco nella città di Alessandria cambiato in un'altra[415] prima della distruzione del Serapeo fa espressa menzione Sozomeno. Ne brama forse di più questo Critico incontentabile? Ammiri adunque per colmo di sua consolazione dai Papi medesimi rispettati i tempj, e specialmente i più belli della sua stessa nazione: scrivendo dopo un maturo esame Gregorio M. per regola dell'Apostolo dell'Inghilterra Agostino in tal guisa. «Fana idolorum destrui in eadem gente minime debent... si fana eorum bene constructa sunt necesse est, ut a cultu daemonum in obsequium veri Dei debeant commutari».[416] Io però lo dovea dire per colmo di sua confusione. Imperocchè, per quel che riguarda i magnifici templi di codesta, una volta Regina del Mondo, ove or dimorate, bastava solo per vergognarsi della sua ingiustissima iperbole, che egli si rammentasse della piacevole Lettera del Sig. Middleton[417], ove fa menzione delle Chiese di Roma, che anticamente furono tempj d'Idoli: e Voi per confonderlo non dovete far altro, in ciò imitando Diogene nella confutazione di Diodoro Crono, che una semplice passeggiata pel Foro boario, e nei contorni della vostra vigna del Circo[418]. Qualora poi si volesse, che tali proposizioni non fossero figlie della malignità, farà di mestiero almeno il supporre, che la Memoria del S. Gibbon abbia sofferto la disgrazia medesima, a cui soggiacque in Cartagine il tempio di quella Dea, smantellato dai Vandali per testimonianza di Vittore Vitense[419] dopo l'epoca fissata dal nostro Critico alle devastazioni dei barbari Monaci, ed Ecclesiastici: come tant'altri dovettero essere nei saccheggi ed incendj dei veri Barbari Unni, Goti ed Alani, la rapina de' quali non era nè diretta nè mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa[420].
Ma come attribuire del pari a labil memoria l'ingiurioso confronto, che fu il Sig. Gibbon degl'Imperadori Cristiani co' Diocleziani, e co' Decj, scusando la crudeltà di questi per i motivi d'ignoranza, e timore, ed accusando quelli come violatori dei precetti dell'umanità, e del Vangelo poichè proibirono l'Idolatria col rigor delle pene? Fu forse il trionfo della Chiesa macchiato di sangue, che, voglia o no col suo Dodwell il Sig. Gibbon[421], scorse a ruscelli nelle tante persecuzioni dei primi tre secoli? Il sarebbe stato, ei risponde, se i Gentili avessero avuto pei loro numi quello zelo sì indomito ed ostinato, (sono elleno queste lodi, od ingiurie?) che occupava lo spirito dei primi credenti. Ma intanto nol fu: e se non lo fu, sarà falso, che rigorosamente si eseguisser le leggi Imperiali, che proibivano i sacrifizj, e le cerimonie del Paganesimo. «Tanto tumultu, ac dissensione malignitas ejus plena est, in narrationes quacumque passim se insinuans occasione!»[422]. Fecero forse quei Cesari, più crudeli dei Diocleziani e dei Decj, qualche violenza per obbligare direttamente i lor sudditi ad onorar Gesù Cristo, come facevasi ai nostri Martiri[423] per offerir degl'incensi alle statue di Giove, e di Apollo? Volgete, e rivolgete quanto vi aggrada le leggi del Codice Teodosiano de sacrificiis, Paganis, et Templis, e vi sfido a trovarne una sola, la quale non prenda di mira azioni superstiziose e sacrileghe tutte esteriori, e tendenti alla depravazion del costume, siccome fatte in ossequio di certe divinità, delle quali si veneravano gli adulterj, gli stupri, e le frodi[424]. Potete però risparmiarvi una tal diligenza, giacchè lo stesso Libanio ha lodato la moderazione di un Principe (e questi è Teodosio) che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar In Religione del proprio Sovrano. Ma qui Libanio è considerato dal Sig. Gibbon come uno schiavo sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che nell'abuso del potere assoluto non diviene all'ultima estremità dell'ingiustizia e della oppressione. Oh quanto è diverso (perdonatemi se vel rammento) da un suo nazionale Filosofo del passato secolo[425] il sig. Gibbon! Quegli accordò stranamente ai Sovrani un illuminato potere anche nelle materie di Religione; questi trascorrendo all'estremo opposto teme di pensare da schiavo, se non ispoglia i Monarchi di uno degli essenziali diritti[426] inerenti al sacro loro carattere, e non condanna come violatori delle naturali leggi, e dei precetti vangelici gl'Imperadori, i quali crederono spediente di esercitarlo, rammentando ai lor sudditi quella spada, che i Principi non cingono invano, nel vietar che facevano atti puramente esteriori di un culto condannato dalla natural ragione medesima, fautore della corruttela e del vizio[427], e, che che dicasi il Sig. Gibbon, mal confacente, in ispecial modo nel regno di alcuni, alla pubblica tranquillità, era sì strettamente connessa l'arte vanissima sì, ma funesta della divinazione co' riti del Paganesimo, che la stessa vita dei Principi, non che dei privati, finchè sussistevano, era sovente esposta a pericolo. Ed in fatti il celebre Gotofredo[428] giustificando per questo capo la severità di Costanzo nel proibire i sacrifizj, soggiunge = Quod et Theodosio M. evertit, antequam sacrificio penitus prohiberentur. Una conferma di ciò la troviamo nella legge duodecima del Codice Teodosiano, in cui si duole il nostro Critico, che fossero inclusi nella condanna (udite linguaggio!) gl'innocenti diritti del Genio domestico, e dei Penati; perciocchè in essa il Legislatore così ragiona intorno alle vittime vietate con più rigore: «Sufficit enim ad criminis molem naturae ipsius leges velle rescindere, inlicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temprare; finem quaerere salutis alienae, spem alienis INTERITUS polliceri». Ne debbo omettere la memorabil combriccola narrata da Zosimo, ed Ammiano Marcellino[429] non men che dai nostri[430]; in cui i Gentili, annojatisi degl'Imperadori Cristiani, sebbene fosse loro accordata in quel tempo una pienissima libertà religiosa[431], ansiosi tuttavolta di aver un Principe del lor partito, tentarono, come si esprime Sozomeno, ogni maniera dell'arte divinatoria per risapere il successor di Valente[432]. I Pagani, son riflessioni del Sig. Gibbon, nutrivano sempre una forte speranza che una felice rivoluzione, un secondo Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei[433]. Libanio alle suppliche in favore dei tempj accoppiò un'insolente minaccia[434]; in Oriente, con uno spirito ben diverso da quello, che animava i mansueti Cristiani nel furore delle più crude persecuzioni, non si erano risparmiate le armi[435]: si spargevano pubblicamente dei vaticinj, che il Paganesimo doveva risorgere trionfante[436]: si ripeteva l'antica querela, che le calamità dell'Impero fossero un castigo dei numi irritati pel nuovo culto[437]: e l'esperienza mostrava, che la moderazione del Principe[438] rendeva più audaci quei creduli sudditi, che ammettevano le favole di Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. E si negherà tuttavolta agl'Imperadori Cristiani la scusa di sospetto e di timore, che tanto liberalmente si concede ai Tiranni?
Io mi do a credere, che il Sig. Gibbon esigesse, che i Cesari, prima di promulgare veruna legge penale contro i riti del Paganesimo, lasciassero decretar dal Senato qual culto dovesse formare la Religion dei Romani. Or bene, Teodosio appunto ch'ei tenta di rendere odioso sopra di ogni altro, come se ancora il governo di Roma fosse stato sul piede, su cui era allor quando fu solennemente prescritta la licenza dei Baccanali[439], rilasciò al Senato una tal decisione; e quel rispettabile ceto decise, che si formasse dal culto di GESU' CRISTO. Un'azione sì bella e sì nobile, e tanto più gloriosa per Teodosio, quanto men necessaria, doveva riscuoter gli applausi di uno Storico vero; ma la malignità per esser coerente a se stessa dee sempre annettere facto pulcherrimo atque justissimo imposturae calumniam[440]. Quindi è che dal Sig. Gibbon pretendesi la libertà di quei voti conceduta da Teodosio per affettazione, anzi tolta dalle speranze, e dai timori inspirati dalla presenza di lui. Che le grandi speranze fossero un forte allettativo ad operare io lo sapeva già da fanciullo[441]; ma che giungano a togliere la libertà non l'ho per anco imparato. Neppur so comprendere qual timor tanto grave da togliere la libertà[442] potesse ispirar la presenza di un Principe che perdonava ai carnefici di coloro, i quali non dubitava di venerar come martiri[443]; Principe di un carattere sì virtuoso da potersi quasi scusare la supposizione dell'Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di ritornar sulla terra, avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che aveva pe' Re (così il Sig. Gibbon) = Ita enim accusas (direbbe Plutarco) mox patrocinaris calumniasque de viris illustribus perscribis, quas rursum dilluas[444]. «La professione del Cristianesimo, aggiunge l'autore, non divenne essenziale per godere i diritti civili, non s'impose alcun peso ai Pagani; il palazzo, le scuole, l'esercito n'eran pieni. Simmaco fu innalzato alla dignità consolare. Libanio era distinto per l'amicizia del suo Sovrano, gli apologisti più eloquenti del Paganesimo non furono mai sollecitati o a mutare o a dissimulare le religiose loro opinioni». Da tali fatti considerati come tante premesse, la mia Dialettica, vel confesso, non si sente inclinata a dedurre, che fosse affettata la libertà dei voti concessa al al Senato Romano da Teodosio il Grande, e molto meno che fosse tolta dalle speranze, e dai timori inspirati dalla presenza di lui. Giudicate poi Voi, se il sig. Gibbon sia punto partecipe della malizia dei Sofisti Pagani Libanio, ed Eunapio.
Del primo ho già detto abbastanza. Declamava il secondo furiosamente[445] contro il nuovo culto dei martiri, dolendosi, che i templi si fosser cambiati in sepolcri coll'introdurvi le loro reliquie, e rinfacciando ai Cristiani, che venerassero quei malfattori, come altrettante Divinità. Guardimi il Cielo dall'opinare, che il Sig. Gibbon consideri come giustamente condannati alla morte i Campioni della fede di Gesù Cristo; egli è però manifesto che il culto dei Santi e delle Reliquie è considerato da lui come una innovazione adottata e favorita ne' tempi di Costantino, innovazione perniciosa, la qual corruppe la pura e perfetta semplicità del Cristiano Sistema: pratica superstiziosa che fece introdurre nel Mondo Cristiano le cerimonie pagane, che Tertulliano, e Lattanzio avrebbono riguardata con tanto sdegno, che diè luogo al risorgimento del Politeismo ed estinse appoco appoco il lume della Storia, e della ragione: onde venne a verificarsi la profezia di Eunapio[446], il quale predisse la rovina del Paganesimo in quelle parole και τι μυθωδες, και αειδεξ σκοτος τηραννησει τα απι γης καλλιςα. Dopo ciò crederassi in diritto qualunque Cattolico[447], di conchiudere, che se in Eunapio vi era malizia, il Sig. Gibbon n'è partecipe in buona dose: anzi temo, che alcuno nol creda più malizioso dello stesso Eunapio, a cui, siccome ad uomo pagano, dee molto valere la scusa di una cognizione imperfetta dei nostri dommi e della nostra disciplina[448]; scusa la quale non vorrassi ammettere sì di leggieri nel Sig. Gibbon. Se egli si fosse limitato a rilevare gli abusi, che in tutti i secoli, ma specialmente in quelli di universale barbarie, si sono introdotti nella Chiesa rispetto al culto dei Santi, e delle loro Reliquie, sarebbe stato partecipe di quella lode[449], che hanno meritato i Pastori, e i fedeli zelanti della purità del Sistema Cristiano, alzando contro di essi la voce in ogni età: ma il riprovare come nuova, superstiziosa, nocevole ed idolatrica in se medesima una dottrina, ed una pratica buona ed utile[450] sol perchè alcuni semplici, e troppo fervorosi divoti l'hanno talora sfigurata e corrotta, e forse anche ai dì nostri la sfigurano e la corrompono contro lo spirito di quel corpo, di cui son membra[451], oltre ad essere una manifesta ingiustizia, egli è altresì un incorrere nella censura fatta dal nostro Plutarco a Licurgo Driantide, il quale volle recise le viti per impedir l'ubbriachezza[452]. Gli atti pubblici, come i Concilj, e le Professioni di fede, gli scritti dei Santi Padri e Pastori depositarj legittimi della credenza, questi sono i fonti, dai quali si debbe attingere il domma e la disciplina del Cristianesimo[453].
Ecco pertanto ciò che insegna precisamente un Concilio, da noi riputato ecumenico, su questi punti. I Santi che regnano con Gesù Cristo offeriscono a Dio le loro preghiere a favore degli uomini, e per conseguenza ella è una pratica buona e vantaggiosa l'invocarli, perchè c'impetrino da Dio i benefizj per mezzo di Gesù Cristo, unico nostro Redentore e Salvatore[454]. Non si credono adunque i Santi gli arbitri delle nostre suppliche, e molto meno altrettante Divinità. Per esser superstiziosi e idolatri bisognerebbe togliere a Dio alcuna delle perfezioni della sua essenza infinita, od attribuirne alcuna alle sue creature propria unicamente di Lui[455]. «Ma la nostra Chiesa non permette di riconoscere nei più gran Santi alcun grado di eccellenza che non venga da Dio, nè alcun pregio avanti agli occhi di Lui, che per le virtù loro, nè alcuna virtù che non sia un DONO della SUA GRAZIA[456], nè alcuna conoscenza delle cose umane che quella, che egli loro comunica[457], nè alcun potere di assisterci, che per le loro preghiere.»
Se l'invocazione dei Santi considerata in questo aspetto diminuisse la confidenza in Dio o fosse ingiuriosa alla mediazione di Gesù Cristo, sarebbe da condannarsi egualmente il costume di ricorrere alle preghiere dai nostri fratelli ancor viatori[458]. Che se un tal costume è inculcato come utilissimo dalle Sante Scritture[459]; perchè saremo noi idolatri, se ci rivolgiamo ai medesimi nostri fratelli già liberati dai legami del corpo, o regnanti con Cristo (non essendo il Dio di Abramo, di Giacobbe, e d'Isacco il Dio dei morti, ma bensì dei viventi non sonnecchiosi ed inerti[460]); affinchè ci rendan propizio pe' meriti del Redentore[461] il nostro Padre comune con le loro preghiere, le quali debbono essere più potenti assai delle nostre, perchè fatte da servi a Lui costantemente fedeli, che hanno compita la virtuosa loro carriera, e combattuto con gloria[462]?
Essendo pertanto i nostri sentimenti intorno alle anime dei Beati sì scevri da ogni ombra di Politeismo, o di superstizione; ed essendo uno dei motivi del culto esteriore quello di render pubblica testimonianza dei sentimenti interni dell'animo; è egli impossibile, che noi veneriamo le Reliquie per qualche Divinità che si creda ad esse inerente, o che ad esse noi dirigiamo le nostre suppliche[463], o che in esse riponghiamo la nostra fiducia. La Chiesa nell'intimarci una tale venerazione, c'insegna ancora[464], che ella si debbe ai corpi dei Santi, perchè già furono membra vive di Cristo, e templi del S. Spirito, perchè Dio stesso non isdegnerà di coronarli colla gloria celeste dopo l'universale resurrezione, o perchè il medesimo Dio per mezzo delle Reliquie[465] si è compiaciuto talora di di spargere su l'uman genere le sue sovrane beneficenze: ed è suo intendimento esponendole con qualche pompa alla pubblica venerazione di risvegliar nei suoi figli un amore sincero per le virtuose azioni dei Santi, e renderli in cotal guisa adoratori veraci del nostro eterno Padre e Signore: che è l'altro motivo giustissimo, per cui si è stabilita una forma di culto esterno[466].
Nulla vi ha dunque in un tal culto dei Santi, e delle Reliquie, che possa accusarsi di Gentilesimo, o di Superstizione, nulla che a Dio non si riferisca, unico fonte di ogni santità, e d'ogni bene. Testimone ne sia oltre il Grozio allegato di sopra, il Ministro Sig. Noguier, il quale dopo aver letto l'Esposizione etc., di M. Bossuet ripeteva sovente, che quel Prelato aveva cambiato partito. Il fatto però si è che egli si era limitato ad esporre la pura dottrina del Tridentino, e che quella immortale Operetta fu applaudita dai Ricci, dai Bona, dai Lauria, da tutti i dotti del secolo, e dal Pontefice stesso Innocenzo XI[467].