[182.] Intorno alla cagione dei terremoti, vedi Buffon (t. I p. 502-536, Supplément à l'Histoire Naturelle, t. V p. 382-399, ediz. in 4), Valmont di Bomare (Diction. d'Histoire Naturelle, Tremblemens de Terre, Pyrites), Watson (Chemical essays, t. I p. 181-209).
[183.] I tremuoti che scossero il Mondo romano nel regno di Giustiniano sono descritti o rammentati da Procopio (Got. l. IV c. 25. Aneddoti, c. 18), da Agatia (l. II p. 52, 53, 54; l. V p. 145-152), da Giovanni Malala (Chronaca, t. II p. 140-146, 176, 177, 183, 193, 220, 229, 231, 233, 234), e da Teofane (p. 151, 183, 189, 191-196).
[184.] Altura scoscesa, Capo perpendicolare tra Arado e Botri, detto dai Greci θεων προσωπον, e ευπροσωπον, o λιθοπροσωπον dagli scrupolosi Cristiani (Polib. l. V p. 411. Pompon. Mela, l. I c. 12 p. 87, cum Isaac Voss. observat. Maundrell, Journey, p. 32, 33. Pocock, descript. vol. II p. 93).
[185.] Botri ebbe per fondatore Itobal, re di Tiro (anno A. C. 935-903. Vedi Marsham, Canon. Chron. p. 387, 388). Il villaggio di Patrona che miserabilmente rappresenta quella città, non ha più alcun porto.
[186.] Eineccio (p. 351-356) celebra l'università, lo splendore, e la rovina di Berito come una parte essenziale dell'istoria della giurisprudenza romana. Berito fu distrutta nell'anno XXV del regno di Giustiniano D. C. 551, ai 9 di luglio (Teofane, p. 192). Ma Agatia (l. II p. 51, 52) sospende il tremuoto sino dopo la conquista dell'Italia.
[187.] Ho letto con gran piacere il breve ma elegante trattato di Mead sopra le malattie pestilenziali, ottava edizione, Londra, 1722.
[188.] La gran peste che infuriò nel 542 e negli anni seguenti (Pagi, Critica, t. II p. 518) può rilevarsi da Procopio (Persic. l. II c. 22, 23), da Agatia (l. V p. 153, 154), da Evagrio (l. IV c. 29), da Paolo Diacono (l. II c. 4 p. 776, 777), da Gregorio di Tours (t. II l. II c. 5 p. 205), il quale la chiama lues inguinaria, e dalle cronache di Vittorio Tunnunense (p. 9, in thesaurum temporum), di Marcellino (p. 54) e di Teofane (p. 153).
[189.] Il Dottore Friend (Hist. Medicin. in Opp. p. 416-420. Londra 1733) è persuaso che Procopio avea studiato la medicina dal vedere la cognizione che ha, e l'uso che fa dei termini tecnici. Nondimeno, molte parole che ora sono scientifiche, erano comuni e popolari nell'idioma greco.
[190.] Vedi Tucidide, (l. II c. 47-54 p. 127-133, ediz. Duker) e la descrizione poetica della stessa pestilenza in Lucrezio (l. VI, 1136-1284). Io sono grato al Dottore Hunter per l'elaborato suo comento sopra questa parte di Tucidide, (vol. in 4. di 600 pag. Venezia 1603, apud Junctas) che fu recitato nella Biblioteca di S. Marco da Fabio Paolino di Udine, medico e filosofo.
[191.] Tucidide (c. 51) afferma non prendersi la peste che una sola fiata; ma Evagrio che aveva sperimentato il contagio in famiglia, osserva che alcune persone, scampate dal primo assalto del male, soggiacquero poi al secondo. Questo ritorno della peste vien confermato da Fabio Paolino (588). Io fo avvertire che i medici sono divisi su questo particolare, e che la natura e il modo di operare del contagio non possono esser sempre somiglianti fra loro.