[574.] Giorgio di Pisidia (Bell. Abar., 219) specifica il numero di otto miriadi. Questo poeta (50-88) dice chiaramente che il vecchio Cacano visse fino al tempo che regnò Eraclio, e che il di lui figlio, che fu anche il di lui successore, era nato da madre straniera. Tuttavia Foggini (Annotat. p. 57) ha altrimenti interpretato questo passo.

[575.] (Erodoto, l. IV, c. 131, 132). Il Re dei Sciti spedì a Dario un uccello, un ranocchio, un sorcio e cinque dardi. «Che a questi segni, dice Rousseau con molto sale, si sostituisca una lettera; e questa più sarà scritta in tuono minaccioso, porterà meno spavento: non sarà che una millanteria che si attirerà le risa di Dario» (Emila, t. III, p. 146). Io però sono molto in dubbio se il Senato ed il Popolo di Costantinopoli abbiano riso di quest'ambasciata del Cacano.

[576.] Un racconto specificato ed autentico dell'assedio e della liberazione di Costantinopoli si legge nella cronica di Paschal. Altri fatti vi furono aggiunti da Teofane (p. 264) e si può dedurne qualche barlume dell'esaltazione di mente di Giorgio di Pisidia, il quale ad oggetto di celebrare questo sì felice evento ha composto a bella posta un poema (De bell. Abar., p. 45, 54).

[577.] La potenza ed il dominio de' Cozari che furono conosciuti dai Greci, dagli Arabi e persino sotto il nome di Kosa, dai Cinesi, durò in tutto il settimo, l'ottavo ed il nono secolo. (De Guignes, Hist. des Huns, t. II, p. 11, p. 507-609).

[578.] L'unica figlia d'Eraclio e d'Eudossia sua prima moglie, Epifania od Eudossia nominata, nacque in Costantinopoli alli 7 di luglio, A. D. 611; ai 15 d'agosto fu portata al fonte battesimale, ed alli quattro d'ottobre dell'istesso anno gli fu posta la corona sulla testa nella Cappella di San Stefano del palazzo. Era dunque in età di circa quindici anni. A tal effetto venne spedita al Principe turco; ma strada facendo, ricevette la nuova che lo sposo destinatogli, era morto. (Ducange, Fam. byzant., p. 118).

[579.] Nell'Elmacino (Hist. Saracen., p. 13-16) si leggono fatti curiosi e verisimili; ma le sue computazioni aritmetiche sono troppo considerabili, perchè suppone 300,000 Romani riuniti ad Edessa, e 100,000 Persiani ammazzati nella battaglia di Ninive. La sottrazione tutt'al più d'uno zero da ogni uno di questi numeri basterebbe per dare a' calcoli di tal natura un'aria di ragionevolezza.

[580.] Ctesias (Vedi Diodoro Siculo, t. I, l. II, p. 115 edit. Wesselling) vuole che la circonferenza di Ninive fosse di Quattrocento ottanta stadii (forse soltanto trentadue miglia). Gionata parla di tre giornate di marcia: le centoventimila persone, di cui fa menzione il profeta e dice che non potevano distinguervi la mano destra dalla sinistra, farebbero supporre a settecentomila persone d'ogni età la popolazione di questa antica capitale (Goguet. Origine des Loix etc. t. III, part. I, p. 92, 93) che cessò d'esistere seicento anni prima di Gesù Cristo. Nel primo secolo dei Califfi arabi sussisteva tutt'ora il sobborgo occidentale, e gli storici ne parlano sotto al nome di Mosul.

[581.] Niebuhr (Voyage en Arabie etc. t. II, p. 286) senza avvedersene passò su Ninive, e prese un vecchio bastione di mattoni o di terra per una catena di colline. È fama che questo bastione avesse cento piedi d'altezza, che fosse fiancheggiato da mille e cinquecento torri, ciascheduna delle quali avesse duecento piedi d'altezza.

[582.] Rex regia arma fero, disse Romolo, all'epoca della prima consecrazione del Campidoglio... Bina postea, continua Tito Livio, I, 10, inter tot bella, opima parta sunt spolia, ed adeo rara ejus fortuna decoris. Che se si fossero accordate le opime spoglie al soldato semplice che avesse ucciso il Re, o il Generale nemico, siccome dice Varrone (apud Pomp. Festum, p. 306, edit. Dacier) un tal onore sarebbe stato o più facile o più comune.

[583.] I fatti, i luoghi, e le date che Teofane (p. 265-271) indica nel racconto che fa di quest'ultima spedizione d'Eraclio sono talmente esatti e veri, che bisogna di necessità che abbia tenuto dietro alle lettere originali dell'Imperatore, di cui la Cronica di Paschal ci ha conservato un curioso squarcio, (p. 398-402).