[219.] Giovanni o Mansur era nobile cristiano di Damasco, che avea una carica ragguardevole al servizio del Califfo. Il suo zelo nella causa delle Immagini l'espose al risentimento e alla perfidia dell'Imperatore greco; pel sospetto d'una rea corrispondenza, gli fu tagliata la mano destra restituitagli miracolosamente dalla Vergine. Cedette quindi la carica, distribuì le sue ricchezze, e andò a nascondersi nel monastero di San Saba, tra Gerusalemme e il mar Morto. Famosa è la Leggenda; ma il padre Lequien, dotto editore di lei, sgraziatamente provò, che S. Giovanni Damasceno era già monaco prima della controversia iconoclastica. (Opera, t. I, vita S. Johannis Damascen., p. 10-13. et Notas ad loc.)
[220.] Dopo aver mandato al diavolo Leone, fa parlare il suo erede το μιαρον αυτου γεννημα, και της κακιας αυτου κληρονος εν διπλω γενομενος, scellerato germe di lui, divenuto erede doppiamente della sua malvagità. (Opera Damascen. t. I, p. 625.) Se l'autenticità di questo pezzo è sospetta, siamo certi, che in altre opere, che non esistono più, Giovanni dà a Costantino i titoli di νεον Μωαμεθ, Χριστμαχον, μιςαγιον, nuovo Maometto, avversario di Cristo, nimico dei Santi. (t. I. p. 306).
[221.] Spanheim (p. 235-238), che narra questa persecuzione secondo Teofane e Cedreno, dilettasi a paragonare il draco di Leone coi dragoni (dracones) di Luigi XIV, e si ricrea grandemente con questo scherzo di parole.
[222.] Προγραμμα γαρ εξεπεμψε κατα πασαν εξαρχιαν ιων υπο της χειρος αυτος; παντας υπογραψαι και ομνυναι του αθετησαι την προσκουησιν των σεπτων εικονων. Imperocchè mandò un avviso per tutto l'Esarcato che da lui dipendeva di dover tutti sottoscrivere e giurare che abiuravano l'adorazione delle occidentali Immagini. (Damascen., Op., t. I, p. 625.) Non mi ricordo d'aver letto questo giuramento nè questa sottoscrizione in niuna raccolta moderna.
[223.] Se la sollevazione d'Italia contro il suo legittimo sovrano, cagionata dall'Iconoclastia, diede occasione, agli abitanti di Roma e delle vicine terre di darsi volontariamente a Gregorio II, e di considerarlo suo principe, onde quest'atto può riguardarsi il primo dei molti avvenimenti che determinarono ne' Papi potestà, e indi sovranità temporale, bisogna per altro aggiungere, e confessare, che lo stesso Gregorio II s'adoperò scrivendo ad Orso, Doge di Venezia, acciocchè l'Esarcato di Ravenna invaso dai Longobardi nel tempo della ribellione pel decreto dell'Imperatore Leone contro il culto delle Immagini rimanesse sotto il dominio dell'Imperatore stesso; Quia peccato faciente Ravennatum civitas quae caput est omnium a nec dicenda gente longobardorum capta est, et filius noster eximius D. Exarchus apud Venetias moratur (ut cognovimus) debeat Nobilitas tua ei adhaerere, et cum eo nostra vice pariter decertare, ut ad pristinum statum sanctae reipubblicae in Imperiali servitio ipsa revocetur Ravennatum civitas etc. Epistola Gregorj II. Labbe T. 8. p. 177 ad Ursum Ducem Venetiarum. E la Repubblica di Venezia obbedendo al papa, potente in que' giorni anche nelle cose politiche, e civili, rimise con un'armata Paolo Esarca, per l'Imperatore, nel governo di Ravenna siccome ci documenta il Sigonio, Lectis litteris Veneti autoritatem Pontificis secuti Paulum summa ope adjuvandum decreverunt Sigonius de Regno Italiae, l. 3.
Ed è vero ancora, che lo stesso Gregorio indi impedì, che gli Italiani eleggessero un nuovo Imperatore; omnis Italia consilium iniit ut eligeret Imperatorem, sed compescuit tale judicium Pontifex sperans conversionem Principis. Anes. Bibl. Vita Gregorii II. (Nota di N. N.)
[224.] Και την Γωμην σ υν Ιταλια της βασιλειας αυτου απεστησε, e separò dal suo regno con tutta l'Italia, dice Teofane (Chronograph. p. 343). Gregorio è chiamato perciò da Cedreno ανηρ αποςολικος, uomo apostolico, (p. 550). Zonara specifica questo fulgore di αναθηματι συνοδικω, scomunica Sinodico (t. II. l. XV, p. 104, 105). È da notare essere i Greci disposti a confondere i regni e le azioni dei due Gregorii.
[225.] Vedi Baronio (Annal. ecclés., A. D. 730, num. 4, 5): dignum exemplum! (Bellarmin., De rom. Pontifice, l. V, c. 8.): mulctavit eum parte imperii. (Sigonius, De regno Italiae, l. III, opera, t. II, pag. 169.) Ma le opinioni in Italia sono cangiate a tale, che l'editore di Milano, Filippo Argelati, Bolognese e suddito del Papa, corregge Sigonio.
[226.] Quod si Christiani olim non deposuerunt Neronem aut Julianum; id fuit quia deerant vires temporales Christianis (così parla il virtuoso Bellarmino, De rom. Pont., l. V, c. 7.) Il Cardinale du Perron fa una distinzione che è più onorevole ai primi cristiani, ma che non dee piacere di più ai principi moderni. Distingue il tradimento degli eretici e degli apostati, che mancano ai loro giuramenti, falsificano il marchio ricevuto, e rinunciano alla fedeltà che devono a Gesù Cristo e al suo Vicario (Perroniana, p. 89).
[227.] Si può citare per esempio il circospetto Basnagio (Hist. de l'Eglise, p. 1350, 1351), e il veemente Spanheim (Hist. imaginum), che calcano con cent'altri le vestigia dei centuriatori di Magdeburgo.