[268.] I Papi si lamentavano spesso delle usurpazioni di Leone di Ravenna (Codex Carol., epist. 51, 52, 53, p. 200-205). Si corpus S. Andreae, fratris Germani S. Petri, hic humasset, nequequam nos romani pontifices sic subjugassent (Agnellus, Liber pontificalis, in Script. rerum ital., t. II, part. I, p. 107).

[269.] La occultazione, o fabbricazione di documenti si fece per altro per promuovere ed aggrandire la signoria temporale de' Papi, e non nelle cose intrinseche alla religione; e poi anche non consta ch'essi espressamente abbiano dato cotal ordine; ciò avvenne per opera dei loro ministri, zelanti di promuoverne la potestà temporale, e la sovranità. Non può negarsi la falsità della donazione di Costantino: se ne ignora l'autore: tutti gli eruditi anche cattolici lo confessano; (Vedi anche Petrus de Marca Archiep. Paris, De ficta donatione Constantini.) La falsità delle lettere decretali de' primi Papi fino a Siricio comparve verso la metà del secolo nono, fu riconosciuta per ragioni evidenti da tutti i critici ed eruditi non molto dopo il Concilio di Trento: lo stesso Cardinal Baronio (annali an. 865) e lo stesso Cardinal Bellarmino (de Rom. Pontifice l. 2.) non la negano. Quello che la distese fu un certo Vescovo Isidoro Mercatore (Hincmaro Opuu) aiutato da un monaco: vennero di Spagna, e per opera di Riculfo, Vescovo di Magonza, divotissimo de' Papi, furono divulgate ed acquistarono credito. Nicolò I, ed i suoi successori, nel secolo nono e decimo, vennero a capo di farle ricevere da' Vescovi, e da tutti furono presentate a' Sovrani di que' dì, ed inserite nelle Collezioni di Diritto canonico; finalmente anche il monaco Graziano le pose nella sua autorevole, ed amplissima Collezione, e divennero testo in tutte le scuole degli ecclesiastici, ed in tutte le Università nelle cattedre di Diritto. Furono citate in alcuni Concilii, e riputate autentiche. I Vescovi di Francia per altro furono gli ultimi ad accettarle: tandem eo adventum est ut tantis nominibus veterum Pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam Gallicanae ecclesiae rectores. (De Marca l. 3. c. 5) Accrebbero grandemente l'autorità dei Papi nelle cose ecclesiastiche, civili, e politiche. Di esse dice il dotto Benedettino Padre Coustan nella sua prefazione: Porro hac fraude quam sit perniciose de ecclesia meritus (Isidorus) vix dici potest: hinc debilitati penitus fraetique disciplinae nervi, perturbata episcoporum jura, sublatae judiciorum leges ex probrata catholicis nimia credulitas, fuco fasi ec. Diedero grande motivo a' protestanti di far accuse a' cattolici. (Nota di N. N.)

[270.] Piissimo Constantino magno, per ejus largitatem S. R. Ecclesia elevata et exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est.... Quia ecce novus Constantinus his temporibus ec. (Cod. Carol. epist. 49, in t. III, part. II, p. 195). Pagi (Critica, A. D. 324, num. 16) li attribuisce ad un impostore dell'ottavo secolo, che prese il nome di Sant'Isidoro. Il suo umile titolo di peccator fu cangiato per ignoranza, ma acconciamente, in quello di mercator. Ebbero in fatti quegli scritti supposti uno spaccio felice, e pochi fogli di carta furono pagati con tante ricchezze e tanto potere.

[271.] Fabricio (Bibl. graec., t. VI, p. 4-7) ha accennato le varie edizioni di quest'Atto in greco e in latino. Sembra che la copia riferita da Lorenzo Valla, e da lui medesimo rigettata, sia stata fatta sugli Atti supposti di San Silvestro, o sul decreto di Graziano, al quale, secondo lui ed altri scrittori, fu aggiunta di soppiatto.

[272.] Non può chiamarsi ribellione la forte opposizione di Gregorio II in Italia all'Iconoclastia dell'Imperatore Leone; se poi per questa i popoli d'Italia, avvertiti da Gregorio dell'errore, si sollevarono, si ribellarono, ciò fu un effetto di quella, giacchè quei popoli volevano le Immagini, e non una ribellione di Gregorio, che fu invano anche accusato da' malevoli d'aver impedito l'esazione di una gravezza. Gregorio, ch'era allora suddito dell'Imperatore, conosceva i doveri della suddittanza. (Nota di N. N.)

[273.] Nel 1059, secondo l'opinione del Papa Leone IX e del cardinale Pietro Damiano, (veramente loro opinione?) colloca Muratori (Annali d'Italia, tom. IX, pag. 23, 24) le pretese donazioni di Luigi il Pio, d'Ottone, ec. (De Donatione Constantini. Vedi una Dissertazione di Natalis Alexander, seculum 4, Dissert. 25, p. 335-350).

[274.] Vedi un racconto circostanziato di questa controversia (A. D. 1105) che si levò in occasione d'un processo nel Chronicon Farsense (Script. rer. ital., t. II, part. II, p. 637, ec.), e un copioso estratto degli archivi di quell'abbazia di Benedettini. Erano altre volte quegli archivi accessibili alla curiosità degli stranieri (Le Blanc e Mabillon), e quello ch'essi contengono avrebbero arricchito il primo volume dell'Historia monastica Italiae di Quirini; ma la timida politica della Corte di Roma li tiene oggigiorno chiusi (Muratori, Script. rerum ital., t. II, part. II, p. 269); e Quirini, che pensava al cappello di Cardinale, cedette alla voce dell'autorità, ed alle insinuazioni dell'ambizione. (Quirini, Comment., part. II, p. 123-136.)

[275.] Lessi nella raccolta di Scardio (De potestate imperiali ecclesiastica, p. 734-780) questo discorso animato, composto da Valla (A. D. 1440) sei anni dopo la fuga del Papa Eugenio IV. È un'operetta assai veemente, e dettata dallo spirito di parte. L'autore giustifica ed eccita la ribellione dei Romani, e vedesi ch'egli avrebbe approvato l'uso del pugnale contro il loro tiranno sacerdotale. Sì fatta critica dovea aspettarsi la persecuzione del clero; pure Valla si riconciliò e fu sepolto nel Laterano (Bayle, Diction. critique, art. Valla; Vossio, De Histor. latin. p. 580.)

[276.] Vedi Guicciardini, servo dei Papi, in quella lunga e preziosa digressione, che ripigliò il suo luogo nell'ultima edizione correttissima, fatta sul manoscritto dell'autore, e stampata in quattro volumi in 4, sotto il nome di Friburgo 1775 (Istoria d'Italia, t. I, p. 385-395).

[277.] Il Paladino Astolfo trovò quell'Atto nella luna fra le cose perdute nel nostro Mondo (Orlando Furioso XXXIV, 80).