Vitam agitant. Libanus frondosa cacumina turget,

Et tamen his certant celsi fastigia templi.

Questi versi della traduzion latina di Rufo Avieno non si incontrano nell'original greco di Dionigi: e poichè Eustazio non ne parla, debbo con Fabricio (Bibl. latin., t. III, p. 153, ediz. d'Ernesti), e contro l'avviso del Salmasio (ad Vopiscum, p. 366, 367, in Hist. August.), attribuirli alla fantasia d'Avieno piuttosto che al manoscritto da cui attinse.

[279.] Son molto più contento del piccolo viaggio in 8. del Maundrell (Journey pag. 134-139) che del pomposo in folio del dottor Pocock (Description de l'orient, vol. II; p. 106-113); ma la magnifica descrizione e le belle incisioni dei sig. Dawkins, et Wood, che trasportarono in Inghilterra le rovine di Palmira e di Baalbek, fanno sparire tutte le descrizioni anteriori.

[280.] Dagli Orientali si spiega questo fatto miracoloso con un espediente di cui non mancano mai; dicono che gli edifici di Baalbek furono opere delle fate o dei genii (Hist. de Timur-Bec, t. III, l. V, c. 23, p. 311, 312; Voyage d'Otter, t. I, p. 83). Abulfeda e Ibn-Chaukel aderiscono ad una opinione che non è meno assurda, e che suppone la stessa ignoranza attribuendoli ai Sabei o Aaditi. Non sunt in omni Syria aedificia magnificentiora his (Tabula Syriae, p. 103).

[281.] Ho letto in Tacito, o veramente in Grozio, questo passo: Subjectos habent tanquam suos, viles tanquam alienos. Alcuni ufficiali Greci rapirono la moglie e trucidarono il figlio di un Siro che li alloggiava; e allorchè questi osò farne doglianza, altro non fece Manuele che sorridere.

[282.] V. Reland (Palestine, t. I, p. 272-283; t. II, p. 773-775). Questo dotto professore avea bene il modo di descriver la Terra Santa, poichè era conoscitore ad un tempo della letteratura greca e latina, dell'ebraica ed araba. Il Cellario (Geogr. antiq., t. II, p. 392) e il d'Anville (Geogr. anc. t. II, p. 185) parlano dell'Yermuk o del Hieromax. Pare che gli Arabi, e Abulfeda stesso non ravvisino il teatro della loro vittoria.

[283.] Queste donne erano della tribù degli Hamyariti, discendenti degli Amalaciti antichi. Le loro spose erano abituate a cavalcare e a combattere come le Amazzoni dell'antichità (Ockley, vol. I, p. 67).

[284.] Noi ne abbiamo ucciso centocinquantamila e fatto prigionieri quarantamila, diceva Abu-Obeidah al Califfo (Ockley, vol. 1, p. 241). Non potendo dubitare della sua veracità, nè prestar fede al suo computo, mi do a credere che gli storici Arabi abbiano composto le arringhe e le lettere, che prestano ai loro eroi, come usavano tanti altri storici.

[285.] Teofane, dopo avere deplorato i peccati de' Cristiani, soggiunge: (Cronogr. pag. 276): ανεση ὀ ερημικος Αμαληκ τυπτωκ ημας τον λαον του Χριςου, και γινεται πρωτη φοραπτωσις του Ρωμαικου σρατου η κατα το Ταβιθαν λεγω. Και Ιερμουκαν και την αθεσμον αιματοχυσιαν venne a zuffa Amalek del deserto battendo noi che siamo il popolo di Cristo, e questa prima battaglia fu la rotta dell'esercito romano seguìta presso Tabita (vuol forse parlare di Aiznadin?), e l'altra presso Yermuk con enorme strage. — La sua narrazione è breve ed oscura; ma attribuisse la vittoria dei Musulmani alla superiorità del numero, al vento contrario, e ai nembi di polvere: μη δυνηθεντς αντηπροσωπησαι εχθροις δια τον κονιορτον ηττωνται και εαυτους βαλλοντες εις τας στενοδους Ιερμσχθου ποταμου εκει απωλοντο αρδην, e non potendo (i Romani) star a fronte de' nemici a cagion della polvere, erano debellati, e cacciando sè stessi nei guadi angusti del fiume dell'Yermuk, quivi annegati perivano.