[329.] Abulfaragio, Dynast., p. 114. vers. Pocock. Audi quid factum sit et mirare. Non la finirei mai se volessi dare il catalogo dei moderni che credettero e stupirono: ma debbo citare con elogio lo scetticismo ragionevole di Renaudot (Hist. Alex. patriar., p. 170; Historia..... habet aliquid απιστον (incredibile) ut Arabibus familiare est).
[330.] Indarno si cercherà questo aneddoto curioso negli annali d'Eutichio e nella storia de' Saraceni d'Elmacin. Il silenzio d'Abulfeda, di Matardi, e d'una folla di Musulmani dee produrre minor effetto, perchè non conoscevano la letteratura de' Cristiani.
[331.] È vero che ortodosso, in sostanza, non vuol dir altro che uomo di retta opinione; è vero che gli Arabi maomettani credevano che la loro opinione religiosa fosse tale, a quindi era ortodossa rispetto a loro; ma, secondo la teologia nostra, il vocabolo ortodosso può soltanto adoperarsi parlando de' Cattolici, ed è assai male applicato ai Maomettani. (Nota di N. N.)
[332.] V. Reland, De Jure militari Mohammedanorum nel terzo volume delle Dissertazioni p. 37. Non si vuole che siano arsi i libri de' Giudei e de' Cristiani pel rispetto che si debbe al nome di Dio.
[333.] Si consultino le Raccolte del Freinsheim (Supplément de Tite-Live, c. 12-43) e dell'Usserio (Annal. pag. 469). Scrive Tito Livio parlando della biblioteca d'Alessandria: Elegantiae regum curaeque egregium opus, elogio dettato da un animo nobile, e vivamente criticato dal rigido stoicismo di Seneca (De tranquillitate Animi, c. 9) il sapere del quale degenera spesso sino a sragionare.
[334.] V. il capitolo XXVIII di quest'opera.
[335.] Aulo Gellio (Nuits attiques VI, 17), Ammiano Marcellino (XXII, 16) e Orosio (l. VI, c. 15); parlan tutti in tempo passato, e le parole d'Ammiano son da notarsi: fuerunt Bibliothecae innumerabiles: et loquitur monumentorum veterum concinens fides, etc.
[336.] Afferma Renaudot che furono arse varie versioni della Bibbia, degli Esapli, delle Catenae patrum, de' commentari ec. (p. 170). Il nostro manoscritto d'Alessandria, se è venuto dall'Egitto, e non da Costantinopoli o dal Monte Atos ( Westein, Prolegomen., ad N. T., p. 8, ec.), avrebbe potuto andare colle Opere consacrate alle fiamme.
[337.] Ho letto sovente, e sempre con piacere, un capitolo di Quintiliano (Instit. Orat. X, 1), dove questo giudizioso critico enumera ed apprezza, con giusta bilancia, i vari autori classici, Greci e Latini.
[338.] Citerò solamente Galeno, Plinio, ed Aristotele. Il Wotton (Reflexions on ancient and modern learning, p. 85-95) oppone su questa materia fortissime ragioni alle pungenti ed immaginarie asserzioni di Sir Will. Temple. I Greci aveano in tanto disprezzo la scienza dei Barbari, che probabilmente avran collocato nella Biblioteca Alessandrina pochi libri indiani o etiopici, e non è provato che questa esclusione sia stata una gran perdita per la filosofia.