[437.] Teofane ascrive i sette anni dell'assedio di Costantinopoli all'anno 673 dell'Era cristiana (primo settembre 665 dell'Era Alessandrina), e la pace dei Saracini quattro anni dopo; contraddizione manifesta che il Petavio, il Goar e il Pagi (Critica, t. IV, p. 63, 64) si sono ingegnati di togliere. Fra gli Arabi, Elmacin registra l'assedio di Costantinopoli all'anno 52 dell'Egira (A. D. 672, 8 gennaio), e Abulfeda, i calcoli del quale sono a mio giudizio più esatti e più credibile l'asserzione, nell'anno 48 (A. D. 668, 20 febbraio).

[438.] V. sul primo assedio di Costantinopoli Niceforo (Breviar., p. 21, 22), Teofane (Chronograph., p. 294), Cedreno (Compend., p 437), Zonara (Hist., t. II, l. XII, p. 89), Elmacin (Hist. Saracen., pag. 56, 57), Abulfeda (Annal. Moslem., p. 107, 108, vers. Reiske), d'Herbelot (Biblioth. orient., Constantinah), Ockley (Hist. of the Saracens, v. II, p. 127, 128).

[439.] Si troverà lo stato e la difesa dei Dardanelli nelle Memorie del Barone di Tott (tom. III, pag 39-97), che era stato inviato per fortificarli contro i Russi. Mi sarei aspettato da un attore de' principali qualche più esatta particolarità: ma pare che egli scriva più per dilettare che per istruire i lettori. Forsechè quando s'accostarono gli Arabi, il ministro di Costantino, come quello di Mustafà, non fosse distratto a trovare due canarini che cantassero precisamente la stessa nota.

[440.] Demetrio Cantemiro, Hist. de l'empire ottom., p. 105, 106; Ricaut, Etat de l'empire ottom., p. 10, 11; Voyages de Thevenot, part. I, p. 189. I cristiani supponendo che dai Musulmani si confonda frequentemente il martire Abu-Ayub col patriarca Giob, invece di provare l'ignoranza de' Turchi danno a divedere la propria.

[441.] Teofane, quantunque Greco, è degno di fede per questi tributi (Chronogr., p, 295, 296, 300, 301) che sono, con qualche divario, raffermati dall'istoria araba di Abulfaragio (Dynast., p. 128, ver. del Pocock).

[442.] La critica di Teofane è giusta ed espressa energicamente, την Ρωμαικην δυναστειαν ακρωτηριασας.... πανδεινα κακα πεπονθεν η Ρωμανια υπο των Αραβων μεχρι του νυν, mutilando la dinastia ottomana.... la Romania ebbe a sostenere ogni sorta di mali sotto gli Arabi sino a questi giorni (Chronog. p. 302, 303). La serie di quegli avvenimenti si può raccogliere dagli annali di Teofane, e dal compendio del Patriarca Niceforo, p. 22, 24.

[443.] Queste rivoluzioni sono scritte in uno stile chiaro e schietto nel secondo volume dell'istoria dei Saracini composta da Ockley (p. 233-370). Non solo dagli autori stampati, ma dai manoscritti arabi d'Oxford ha tratto molti materiali; avrebbe potuto cercare là entro molto di più se fosse stato rinchiuso nella biblioteca Bodleiana, invece d'essere nella prigion della città, destino troppo indegno d'un tal uomo e del suo paese.

[444.] Elmacin, che pone il conio delle monete arabe (A. E. 76, A. D. 695) cinque o sei anni più tardi che gli storici greci, ha confrontato il peso del dinaro d'oro, del maggiore e del comune prezzo, colla dramma o dirhem d'Egitto (p. 77), equivalente a circa due pennies 48 grani del peso inglese (Hooper's Inquiry into ancient measures, p. 24-36), o a circa otto scellini. Si può conchiudere, attenendosi ad Elmacin e ai medici arabi, che v'erano dinari anche del valore di due dirhem, e altri che non valevano che un mezzo dirhem. La moneta d'argento era il dirhem in peso e in valore; ma una bellissima, ancorchè antica, coniata a Waset (A. E. 88), e conservata nella biblioteca Bodleiana, è di quattro grani inferiore al campione del Cairo (V. l'Histoire universelle moderne, t. I, p. 548 della traduzione francese).

[445.] Και εκωλυσε γραφεσθαι ελληνισι τους δημοσιους των λογοθεσιων κωδικας, αλλ’Αραβιοις αυτα παρασεμαινεσθαι χωρις των ψηφων, επνδη αδυνατον τη εκεινων γλωσση μοναδα, η δυαδα, η τριαδα η οκτω ημισυ η τρια γραφεσθαι, e proibì di scrivere in greco i registri pubblici dei conti, ma d'indicarli in lettere arabe separatamente, poichè era impossibile scrivere l'unità, la dualità, il terno, l'otto e mezzo, o il tre in quella lingua. (Teofane, Chronograph., p. 314). Questo difetto, se v'era realmente, avrà stimolato gli Arabi ad inventare, o a pigliare in prestito un altro metodo.

[446.] Secondo un nuovo sistema assai probabile, messo in campo dal signor di Villoison (Anecdota Graeca, t. II, p. 152-157), le nostre cifre non furono inventate nè dagli Indiani, nè dagli Arabi, ma erano usate dagli aritmetici greci e latini molto prima del secolo di Boezio. Quando sparvero le lettere dall'occidente, quelle cifre furono adoperate dagli Arabi che traduceano i manoscritti originali, e i Latini le usarono di nuovo verso l'undecimo secolo.