[467.] Non sembra potersi negare, che, se gli Arabi avessero continuato ed assodato le loro conquiste fatte in Francia nel principio dell'ottavo secolo, non s'insegnerebbe in Francia, in Germania, in Italia, ed in Oxford la religione di Maometto, giacchè avevano annientato la religione cristiana nelle conquistate province affricane, e volti i popoli con varj mezzi e coll'educazione a professare la religione de' vincitori, siccome han fatto i Cristiani conquistatori dell'Allemagna intorno al principio del secolo nono, e di molte province vaste d'America nel decimosesto; ma il buon credente deve pensare, che Gesù Cristo, che assiste sempre in un modo invisibile i suoi seguaci, avrebbe protetto la sua religione. I conquistatori nei tempi passati volevano, che i popoli vinti adottassero la lor religione, e la prosperità dell'armi seco traeva quella del culto dei vincitori; ma i progressi del sapere seco condusse la tolleranza reciproca delle opinioni religiose, ed un popolo vinto, o passato ad altro dominio, è sicuro di conservare il suo culto qualunque egli sia. Crediamo poi, che i mali della guerra recati all'Europa dagli Arabi sieno stati molto minori di quelli ch'ella ebbe a soffrire dopo quell'epoca fino alla fine del regno di Luigi XIV. D'altronde l'Europa ignorantissima ne' tempi della grande prosperità e potenza degli Arabi, fu da essi istruita specialmente nelle matematiche, nell'astronomia, e nella medicina; beneficio che compensò di gran lunga i mali della guerra. (Nota di N. N.)
[468.] Dubito per altro se le moschee d'Oxford avrebbero prodotto un'Opera tanto elegante e ingegnosa di controversia quanto lo sono le prediche ultimamente fatte (at Bampton's lectures) dal sig. White, professore di lingua araba. Le osservazioni che fa sull'indole e la religion di Maometto sono con bell'arte adattate al suo subbietto, e generalmente fondate sulla verità e sulla ragione. Egli fa la figura d'un avvocato pieno di spirito e d'eloquenza, ed ha talora i pregi d'uno storico e d'un filosofo.
[469.] Gens Austriae membrorum preeminentia valida, et gens Germana corde et corpore praestantissima, quasi in ictu oculi manu ferrea et pectore arduo Arabes extinxerunt. (Rodrigo di Toledo, c. 14).
[470.] Son questi i conti di Paolo Warnefrid, diacono d'Aquileia (De gestis Langobard., l. VI, p. 921, ediz. di Grozio) e d'Anastasio, bibliotecario della chiesa Romana (in vit. Gregorii II): parla quest'ultimo di tre spugne miracolose, che rendettero invulnerabili i soldati francesi che le aveano spartite fra loro. Sembrerebbe che nelle sue lettere al Papa si usurpasse Eude l'onore della vittoria; tale è il rimprovero che gli fanno gli annalisti francesi, i quali l'accusano falsamente ancor essi d'aver chiamato i Saracini.
[471.] Pipino, figlio di Carlo Martello, ripigliò Narbona e il resto della Settimania A. D. 755 (Pagi Crit., t. III, p. 300). Trentasette anni dopo, fecero gli Arabi una scorreria in questa parte della Francia, e impiegarono i prigionieri alla costruzione della moschea di Cordova (De Guignes, Hist. des Huns, t. I, P. 354).
[472.] Non è da meravigliarsi, che in quei tempi si scrivessero, e si spacciassero simili cose; la storia dei secoli di mezzo n'è piena; l'interesse od il fanatismo le dettava, e l'ignoranza e la stupidità le avvalorava, e le accettava. Ciò nulla ha a fare coll'intrinseco della religione cristiana tanto nella parte dogmatica, che nella parte morale. (Nota di N. N.)
[473.] Questa lettera pastorale diretta a Luigi il Germanico, nipote di Carlo Magno, è probabilmente composta dall'astuto Hincmar, ha la data dell'anno 858, ed è segnata dai vescovi delle province di Reims e di Rouen (Baronio, Annal. eccles., A. D. 741; Fleury Hist. eccles., t. X, p. 514, 516). Baronio stesso, per altro, e i critici francesi rigettano con disprezzo questa favola inventata dai vescovi.
[474.] I cavalli e le selle che avean portato le sue mogli furono uccisi ed arsi, per timore che non fossero montati poi da un uomo. Mille e dugento muli, o cammelli, erano destinati al servizio della cucina, ove si consumavano ogni giorno tremila pani, cento agnelli, senza parlare de' buoi, del pollame ec. Abulfaragio (Hist. dynast. p. 140).
[475.] Al-Hemar. Egli era stato governator della Mesopotamia, e in un proverbio arabo vien lodato il coraggio di quegli asini guerrieri, che mai non fuggono davanti al nemico. Questo soprannome di Merwan può giustificare la nota similitudine d'Omero (Iliade, A. 557, etc.), e il soprannome e la citazione Omerica devono impor silenzio ai moderni, che riguardan l'asino come una emblema di stupidità e di bassezza (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 558).
[476.] Quattro città d'Egitto portano il nome di Busir, o Busiride, sì famoso nelle favole greche. La prima, in cui fu morto Merwan, sta all'occidente del Nilo, nella provincia di Fium o d'Arsinoe, la seconda nel Delta, nel Nomo Sebennitico, la terza presso le Piramidi, e la quarta, che fu distrutta de Diocleziano (V. il Capitolo XIII di quest'opera), è nella Tebaide. Ecco una nota del dotto, ed ortodosso Michaelis: Videntur in pluribus Aegypti superioris urbibus Busiri Coptoque arma sumpsisse christiani, libertatemque de religione sentiendi defendisse, sed succubuisse, quo in bello Coptus et Busiris diruta, et circa Esnam magna strages edita. Bellum narrant, sed causam belli ignorant scriptores Byzantini, alioqui Coptum et Busirim non rebellasse dicturi, sed causam christianorum suscepturi (Nota 211 p. 100). V. sulla geografia delle quattro Busiridi, Abulfeda (Descript. Aegypt., p. 9, vers. Michaelis, Gottingue, 1776, in-4), Michaelis (Not. 122-127, p. 58-63) e d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 85-147-205).