[624.] Una costituzion di Leone Filosofo (78), Ne Senatusconsulta amplius fiant, parla il linguaggio del più assoluto dispotismo: εξ ου το μοναρχων κρατος την τουτων ανηπται διοικησιν και ματαιον το αχρηστον μετα των χρειαν παρεχομενων συναπτεσθαι, da che la potenza dei monarchi regola la loro amministrazione, essere inopportuno e vano il congiungere a ciò che è inutile le cose che portano utilità.

[625.] Codino (De officiis, c. 17, p. 120, 121) ci dà a conoscere questo giuramento sì forte verso la chiesa πιστος και γνηστιος δουλος και υιος της αγιας εκκλησιας, fedele e legittimo servo, e figlio della santa chiesa, e poi sì debole quando si tratta degli interessi del popolo, και απεχεσθαι φονων και ακρωτηριασμων και αμοιων τουτοις κατα το δυνατον ed astenersi dal mandar a morte, dal mutilare, e da possibili condanne per quanto fosse possibile.

[626.] I saggi e buoni sovrani sanno por limiti al loro potere colla voce di una retta coscienza, condotta dall'equità, e dal bene generale dello Stato; conoscono i loro diritti, ed i loro doveri; sanno tener fermo il trono, sanno scegliere i ministri, che partecipano con essi delle gravi cure dello Stato. (Nota di N. N.)

[627.] Quelli che hanno la grave cura di governare, sanno prevenire gli effetti funesti de' capricci de' governati, e conservare l'ordine stabilito. (Nota di N. N.)

[628.] Deve intendersi che l'Autore riferisca il vocabolo despota al governo degli Arabi, ed anche di Costantinopoli nell'epoca di cui si tratta, ed anche a quello del Gran Signore d'oggidì. Sanno tutti che governo despotico è quello che non è regolato ordinatamente da un Codice scritto di leggi, e sotto il quale le proprietà non sono sicure, siccome non lo sono le vite. Le attuali monarchie d'Europa hanno un codice scritto, che guarentisce le proprietà, le vite, ed i diritti; nè queste cose si possono perdere che per la violazione delle leggi. (Nota di N. N.)

[629.] Ecco le minacce di Niceforo all'ambasciatore d'Ottone: Nec est in mari domino tuo classium numerus. Navigantium fortitudo mihi soli inest, qui cum classibus aggrediar, bello maritimas ejus civitales demoliar; et quae fluminibus sunt vicina redigam in favillam (Luitprando in legat. ad Nicephorum Phocam, in Muratori Scriptores rerum italicarum, t. II, part. I, p. 481). Egli dice in un altro sito: qui caeteris praestant Venetici sunt et Amalphitani.

[630.] Nec ipsa capiet eum (l'imperator Ottone) in qua ortus est pauper et pellicea Saxonia: pecunia qua pollemus omnes nationes super eum invitabimus; et quasi Keramicum confringemus (Luitprando, in Legat., p. 487). I due libri De administrando imperio, ripetono per tutto gli stessi principii politici.

[631.] Il decimonono capitolo della Tattica di Leone (Meurs. opera, t. VI, p. 825-848), pubblicata più correttamente sopra un manoscritto di Gudio dal laborioso Fabricio (Biblioth. graec., t. VI, p. 372-379), tratta della naumachia o guerra navale.

[632.] L'armata di Demetrio Poliorceta aveva pure navigli di quindici o sedici ordini di remi, de' quali non si faceva uso che nel combattimento. Quanto alla nave con quaranta ordini di remi di Tolomeo Filadelfo, era un piccolo palazzo ondeggiante, la cui portata, paragonandola a quella d'un vascello inglese di cento cannoni, era nella proporzione di quattro e mezzo ad uno, secondo il dottore Arbuthnot (Tables of ancient coins, etc., p. 231-236).

[633.] È tanto chiara l'asserzione degli autori che dicono avere avuto i Dromoni di Leone ec. due ordini di remi, che io debbo criticare la versione di Meursio e di Fabricio, i quali pervertono il senso per una cieca fedeltà alla denominazione classica di triremi. Gli storici bisantini commettono qualche volta la medesima inesattezza.