[216.] Senza paragonare Pachimero a Tacito, o a Tucidide, mi è forza commendarne l'eloquenza, la chiarezza, ed anche, fino ad un certo punto la franchezza, adoperata allorchè racconta l'innalzamento di Paleologo (l. I, c. 13-32, l. II, c. 1-9). Più circospetto Acropolita, meno esteso Gregoras si dimostra.
[217.] S. Luigi abolì i combattimenti giudiziarj ne' suoi dominj; indi il suo esempio coll'andar del tempo prevalse in tutta la Francia (Esprit des lois, l. XXVIII, c. 29).
[218.] Nelle cause civili, Enrico II lasciava l'elezione al difensore. Glanville preferisce le prove testimoniali; il combattimento giudiziario è condannato nel Fleta: ma la legge inglese non ha mai abolita cotesta prova, e sull'incominciare del trascorso secolo vi fu il caso in cui venne ordinata dai giudici.
[219.] Cionnullameno, un amico mio, uomo d'ingegno mi ha addotte molte ragioni in difesa di una tal costumanza. 1. Essa conveniva forse a popoli che di recente toglieansi dalla barbarie; 2. moderava la licenza delle guerre fra' particolari e i furori delle arbitrarie vendette; 3. era meno assurda delle prove del fuoco, dell'acqua bollente o della croce, l'abolizione delle quali ad essa in parte è dovuta; e somministra per lo meno una prova di valore, pregio che rade volte all'abbiezione dei sentimenti va unito; si aggiugne che il timore della disfida potea divenire un freno alle persecuzioni della malevoglienza, e un ostacolo all'ingiustizia dal poter sostenuta. Il prode, quanto infelice Conte di Surrey avrebbe forse sfuggito un immeritato destino, se fosse stato accolto il partito del combattimento giudiziario ch'egli propose.
[220.] Le antiche e moderne geografie non accennano con precisione il luogo, ove era posta Ninfea; ma dai racconti che si riferiscono agli ultimi tempi dalla vita di Vatace, apparisce chiaramente che i palagi e i giardini preferiti da cotesto principe per abitarvi, erano in vicinanza di Smirne (Acropolita, cap. 52): nè dovremmo a un dipresso ingannarci collocando Ninfea nella Lidia (l. VI, 6).
[221.] Cotesto scettro, emblema della giustizia e della possanza, era un lungo bastone, siccome quello che usavano gli eroi di Omero. I Greci moderni lo chiamarono dicanice; ma il bastone ad uso di scettro imperiale distingueasi, non meno degli altri fregi del trono, dal suo colore di porpora.
[222.] Acropolita afferma (c. 87) che questo berrettone era foggiato alla francese; però il Ducange (Hist. C. P., l. V, c. 28, 29) a motivo del nastro che vi sovrastava, lo giudica un cappello all'usanza di quelli che i Greci portavano. Ma come supporre che, in ordine a ciò, Acropolita avesse preso un equivoco?
[223.] V. Pachimero (l. II, 28-33), Acropolita (c. 88), Niceforo Gregoras (l. IV, 7), e quanto al trattamento usato verso i sudditi latini, il Ducange (l. V, c. 30, 31).
[224.] Questo modo men barbaro di privar gli uomini della vista vuolsi trovato da Democrito, che stanco di vedere il Mondo, ne abbia fatta l'esperienza sopra sè stesso; ma è una favola. Il vocabolo abbacinare, latino e italiano, ha offerta occasione al Ducange (Gloss. latin.) di passare in rassegna i diversi modi adoperati per accecare. I più violenti erano, arderli con un ferro rosso o con aceto bollente, ovvero stringer la testa del paziente con una corda sin tanto che gli occhi ne uscissero. Come è ingegnosa la tirannide!
[225.] V. la prima ritirata e il ritorno di Arsenio, in Pachimero (lib. II, c. 15, l. III, c. 1-2 ), e in Niceforo Gregoras (l. III, c. 1, l. IV, c. 1). La posterità biasima giustamente in Arsenio αφελεια e ραθυμια la frugalità e l'umiltà, virtù in un eremita, vizj in un ministro (l. XII, c. 2).