Poche ore appresso sul Biagio Assereto tutto era in moto; il grido che comanda la rotta risuonò per la tolda—Orza alla banda!—E tosto vedevi il legno spiegar le sue vele, il trinchetto, la brigantina, la gabbia, i coltellacci, le vele di freccia e di straglio, e cazzate le scotte, pigliare i venti e l’abbrivo. Tirò subito al largo virando a ponente: e lasciandosi addietro i curvi rivaggi e le insenate del golfo, doppiò il capo di Portofino, le cui roccie cadenti quasi a fil di sinopia sul mare, il sole volgente all’occaso colorava di caldissime tinte. Allora apparvero a dritta in tutta la pompa della loro bellezza i lieti prospetti e le ingiardinate prode della riviera, spiranti un incognito indistinto di profumi e di odori. Rifletteva lo specchio delle acque il verde delle soprastanti colline: ma tra quel tripudio della terra, delle acque e del cielo i marinai cessavano a un tratto le allegre canzoni, e quasi tirati da magica forza correan collo sguardo alle piagge fuggenti. Era infatti quell’ora, che come divinamente canta il poeta:

....volve ’l disio
A’ naviganti, e intenerisce il core
Lo dì ch’han detto a’ dolci amici addio:[2]

dileguavano da lungi i contorni de’ monti, e le ombre si distendeano sui flutti. In quel religioso silenzio un’ardente preghiera alla Stella del mare, a N. D. di Monte Allegro correa sulle labbra di tutti, dal capitano al mozzetto di poppa.

Intanto la nave filando dieci nodi all’ora, col trinchetto e la borda allargata di buon braccio, lasciandosi addietro una via schiumeggiante che allungavasi fin oltre la vista, imboccava quasi a levata di sole il porto di Genova. Meraviglioso prospetto! L’astro del giorno indora cupole e torri, e accompagna, sto per dire, la città che scende degradando dai monti, irti di baluardi e castella, per riposarsi nella curva sua rada. Eccoti innanzi una selva di navi, su cui s’innalza il Faro superbo, con sotto le batterie fioreggianti; e dovunque sui sbarcatoi, moli e banchine una pressa, un agitarsi che accusa la vivezza de’ traffici, onde si privilegia la metropoli della Liguria.

S’udì allora squittire acuto il fischietto del capitano, e i marinai salirono di botto in coperta ad eseguirne i comandi. Ed egli fatte imbrogliare le vele, ammainare antenne e pennoni, ordinò si desse fondo ai ferri e si legassero a terra i provesi.

Nel tempo ch’ei spese a porre in pieno assetto la nave, in un porto frequentato da legni di tutte le marine italiane, lo Schiaffino ebbe campo vastissimo di studiarne la parlatura e raffrontarla con la lingua de’ libri, ma pur senza cavarne un chiaro e determinato costrutto; finchè sorse quel giorno in cui di proposito potè provocare la trattazione di un argomento che tanto stavagli a cuore. Come ciò avvenisse e qual ne fosse l’effetto, vedran que’ leggitori ai quali possa dirsi con Dante:

O voi che siete in piccioletta barca
Desiderosi d’ascoltar, seguite
Dietro al mio legno che cantando varca[3].