E fedeli al proverbio che canta: della sapienza di poi son piene le fosse, tutti allora erano certi, che sarebbe stata follia lo sciogliere i canapi. Nondimeno compresi di viva riconoscenza traeano presso il lor capitano.

Stava egli allora a colloquio col sindaco e i maggiorenti del luogo in una sala della sua casa per avvisare sulla possibilità di recare un qualche soccorso ai due legni in procinto di naufragare, e fremea per l’impotenza di liberarli da un imminente disastro. La venuta de’ marinai e la presenza degli uomini più notevoli del paese parvegli occasione propizia per incarnare un suo antico disegno; ond’è che levatosi e raccoltigli intorno a sè, così prese a dire:

—Voi vedete, amici e compagni, l’impossibilità in cui per manco di mezzi noi siamo di recare un qualche soccorrimento a quei miseri. Ma s’e’ versano in gravi distrette, gli è perchè l’hanno eglino stessi voluto; io per certissimi indizi gli avevo ammoniti a non fidarsi oggi al femminile sorriso del mare; le sue carezze nascondevano il tradimento. E se or non c’è dato volare in loro aiuto, tutta su voi ne ricade la colpa, o signori; ed io terrei questo pel più bel giorno della mia vita, se vi piacesse avvisar meco al modo di prevenire le fortune di mare, e di rendere affatto innocui i naufragî.—

Queste parole pronunciate coll’accento di sicurezza propria dell’uomo di mare, scossero profondamente gli astanti, i quali per bocca del sindaco—parlate, gli dissero; che àssi a fare per scongiurare i danni gravissimi che ad ogni istante gettano nella desolazione le nostre famiglie? Noi siam tutti presti a mandare ad effetto quanto voi saprete proporci. Parlate.—

In quello istante parve che l’uragano rimettesse alquanto della sua furia; il capitano, appuntato il suo cannocchiale, vide un de’ legni correre al largo, mure a sinistra, sotto le sue vele basse, le vele di gabbia, i parrocchetti, la brigantina ed i fiocchi; stava anzi in quel punto issando i coltellacci e i papaffichi. Anche l’altro naviglio, vinta la traversia, spiegava al vento il trevo della maestra, e serrata la mezzana, facea, correndo, la prua a Portofino. Ond’egli con animo più rimesso, così parlò loro:

—Voi conoscete il noto adagio: chi s’aiuta, Dio l’aiuta: ma noi siamo ancor lontani dal metterlo in pratica. Chiamare Dio e i Santi in mezzo ai pericoli della sconvolta natura, gli è certo un ottimo avviso; ma meglio ancor tornerebbe il prevenire questi pericoli, dacchè la scienza ci ha porto il modo di prevederli e schermircene. Uditemi. Non v’ha capitano il quale non sappia che le brusche oscillazioni barometriche accusano quasi sempre lo scoppiare d’una tempesta. Quindi è che le navi van provvedute di barometri, che il capitano ad ogni tratto consulta, ma che troppo spesso non sa interpretare, nè porre in relazione con le condizioni geografiche del luogo, con la temperatura e co’ fenomeni elettrici dell’atmosfera. Ma se i lavori dell’Associazione Marittima fondata dallo illustre Maury andranno, come ne ho fede, ogni dì più allargandosi, gli uomini di mare cresciuti alla scienza sapranno antivedere non solo la procella e i perturbamenti dell’aria, ma diminuirne eziandio la frequenza e cansarne i pericoli.—

—Senonchè i piccioli legni di cabotaggio e i navicelli de’ pescatori, tanto esposti nei nostri rivaggi ai furori dei libecci, van privi di questi notevoli ammonimenti, e quand’anche ne fossero in possessione, non saprebbero oggidì per la loro ignoranza cavarne costrutto veruno. Eppure in altre nazioni e specialmente in Inghilterra si venne in loro aiuto. Il duca di Northumberland propose, non è molto, a Tomaso Sopwith presidente della Società meteorologica l’istituzione di Osservatorî nei numerosi villaggi de’ pescatori disseminati su quelle costiere. Era suo intento tutelare le vite e gli averi di tanti uomini laboriosi mediante la previsione del tempo, qual ci viene indicata dalle osservazioni barometriche e meteorologiche. Accolta con plauso una tale proposta, Sopwith e Gleisher si diedero con ogni studio ad erigere stazioni meteorologiche, e furono tenuti in conto di veri benefattori dei marinai di quelle spiaggie, i quali appresero a breve andare l’uso di quelli strumenti, di cui vollero farsi mallevadori e custodi. Ond’è che tali stazioni moltiplicarono in pochi anni per modo, che quasi tutta la costa n’è oggi fornita; i loro salutevoli effetti son senza numero. Io vi propongo adunque anzitutto la fondazione di uno di questi osservatorî, i cui risultamenti varranno a risparmiare alla nostra riviera non poche vittime per ciascun anno.—

—Nè questo è tutto. Io leggeva poc’anzi ne’ vostri occhi e in ogni vostro atto un desiderio ardentissimo di correre a salvezza di que’ due legni, che sordi ai responsi della scienza, osavano incauti avventurarsi ad una calma infedele. Salvarli! È presto detto; voi mi conoscete, e v’è noto se io mi sia tale da indietreggiare in faccia al pericolo. Ma con questo furiare d’acqua e di venti, io non potea trascinare i miei compagni a inevitabile perdizione. Rammentate ciò ch’io testè vi diceva: che se, cioè, non mi venìa fatto di recare soccorso ai pericolanti fratelli, dovete voi soli tenervene in colpa. Ed eccomi pronto a chiarirvene. Avete voi mai pensato a fondare su queste prode, così esposte ai turbini ed alle procelle, una Società di Salvamento? Avete voi i così detti canotti di salvataggio, quali si hanno dalle più colte nazioni? Voi per certo da me non pretendete l’istoria di queste lancie di salvamento che devonsi a Enrico Greatheard, ingegnere inglese, nè il modo della loro costruzione. Io vi dirò solo esser tali, che il loro sommergimento riesce impossibile, perchè formate in guisa, da far loro d’un tratto cambiare direzione per evitare o superare i marosi irrompenti: e munite di aperture nel fondo per lasciar colar l’acqua che talor le ricopre. Mediante questi agili arnesi torna assai facile lanciarsi ne’ flutti agitati, e volare in soccorso dei naufraghi. Nulla dirò di tanti altri mezzi, e in ispecie dell’artiglieria di salvamento, che consta di un grosso archibuso, con cui si scaglia un canapetto raccomandato a una freccia di punta barbonata, che conficcandosi in qualche tavola del naviglio sbattuto dall’onde, serve ai pericolanti per istabilire l’andrivello o altra via di salvazione. Vi basti sapere che migliaia di naufragî devono a questi congegni la vita.—

Il capitano taceva, e spiava negli occhi degli astanti l’effetto delle sue proposte. E questo fu tale da doversene assai tenere. Primi i marinai con quella eloquenza che appalesa l’interna agitazione dell’animo, levando in alto i loro berretti, ruppero in un grido, dicendo—vogliamo una stazione anche noi: vogliamo la lancia di salvamento.—E poste le mani ai borselli, proffersero chi più chi meno la loro moneta per la compra degli strumenti opportuni. Senonchè il capo del comune e gli altri più cospicui signori, mal comportando che venissero gravati que’ marinai per un’opera che tornava a beneficio di tutta la terra, si tolsero essi stessi l’incarico di fondar la stazione e provveder gli altri arnesi; talchè giova sperare che tra non molto i paesi litorani della costiera orientale andran muniti di questi possenti mezzi di preveder le tempeste e scongiurare i naufragî.