Era un bel mattino di giugno e tutto il paese di Rapallo e gli uomini di Pagana, di Santa Margherita, di Portofino e delle terre contermini, messi a festa, traevano ne’ pressi del cantiere per assistere al varo. Il legno addobbato a gala con la pavesata adorna d’arazzi e bandiere d’ogni taglio e colore, tirava a sè gli sguardi di tutti. Il vessillo nazionale sbatteva al picco di mezzana; all’estremità dell’albero di maestra, lo stendardo della Croce rossa in campo d’argento. Brulicavano d’immensa moltitudine i lidi: il mare istesso formicolava di trabaccoli, di burchielli, di guzzi, di tartanelle, di schelmi, di fuste, di bilancelle e di zattere: tutto insomma il barchereccio del golfo. Le campane scioglievansi a gioia: risonavano attorno allegre canzoni. Bandiere, orifiamme e pennoncelli dovunque.

Un degno sacerdote salito sopra la tolda compie i prescritti riti, e spargendo d’acque lustrali la nave, imponeale per ordine del capitano il nome di Biagio Assereto, il valoroso domatore dei re d’Aragona e Navarra. Ciò fatto, un fischio acutissimo s’ode echeggiare sul ponte: gli occhi di ognuno si convertono al legno: cadono a un tratto i ritegni che teneanlo fermo alla riva: vanno a terra i puntelli: una specie di tremito agita la gran mole che comincia a barcollare: fra tanto popolo accorso non udresti una voce, un sospiro; e soltanto dopo che il naviglio strisciando sulle guide spalmate di grasso, prese, fumigando, l’abbrivo al mare che tosto il cinse de’ suoi liquidi amplessi, un clamore infinito di urli di gioia andò a ferire le stelle.

Il dì appresso i marinai che s’erano offerti allo Schiaffino, raccoglievansi nella di lui casa per dare i lor nomi sul registro dell’equipaggio, e fermare le condizioni della loro ascrizione. Trenta egli ne elesse destri, intelligenti e animosi giovani, per mezzo de’ quali sperava poter rigenerare negli abiti della vita e nella lingua navale le marinaresche popolazioni della costiera orientale; indi, accomiattandoli—domani, ei disse loro, alla punta del giorno noi farem vela.—

E alla punta del giorno il capitano saliva la nave, ma ombrato il volto, qual chi teme una imminente sventura. Gli uomini dell’equipaggio erano tutti al posto dai diversi uffici loro assegnato; i macchinisti, il pilota attendeano i comandi: e i comandi mai non impartivansi. Eppure l’aspetto del mare e del cielo annunciava che superato agevolmente il capo di Portofino, in poche velate sarebbesi imboccato il porto di Genova, ove la nave dovea completare il proprio armamento e prendere il carico. Due altri bastimenti ch’erano in que’ paraggi sull’àncore, aveano già preso del largo; i marinai non poteano insomma comprendere l’esitazione dello Schiaffino nel dar gli ordini della partenza. Peggio poi quando invece dell’ordine di salpare, s’udì il capitano comandare di mettersi in panna, di gettar l’àncore, d’ammainare i bastardi e le antenne, come se minacciasse un fortunale. Una parte dell’equipaggio fu eziandio licenziata a scendere a terra.

E invero l’occhio espertissimo dello Schiaffino avvisava qualche cosa di sinistro sulla faccia delle acque e del cielo; lontan lontano s’udiva come un ronzio propagarsi sulle ancor quiete marine, foriero certissimo di non remota procella; vedeansi le nubi sbandare per rombi diversi; correan le onde non grandi, ma però spesse ed acute, e agitate da un cotal moto che all’occhio indagatore nulla prometteva di bene. L’aria impregnata d’elettrico: una lunga schiera di augelli rigava il cielo, e volgeasi rapidamente alla terra. Egli aveva inoltre osservato il barometro che improvviso scendeva: avea spiato la formazione dei cirri e gli aloni: tutto indicavagli insomma lo appressarsi della tempesta: ed ei volea cogliere il destro non solo di scampare la nave, ma di porre ad esecuzione una sua antica proposta.

E la tempesta non si fe’ attendere a lungo, e furiosa per modo, che i due legni che avevano prima sferrato, vedeansi da lungi lottare penosamente contro l’urto dei venti che gli sbalestrava nelle scogliere del Capo, e contro le infuriate onde che parean seppellirli entro i lor vortici. E fu loro mestieri pel gran travaglio alleggerire gli scafi, ciondolarli alle bande, usare ogni argomento dell’arte per impedire che le àncore si rompessero sulle marre dei ronzoni. A mala pena poggiando alla banda, e filando gli ormeggi per occhio, poteano sostenersi sui flutti. Per contro il Biagio Assereto non uscito da quel securo seno, prendeva a scherno ogni ira di mare e di cielo. S’addiedero allora i marinai ch’aveano collo Schiaffino posto il piè a terra, da qual tremendo pericolo ei seppe francarli.

—Non avevi tu visto le procellarie e gli altri augelli marini aliare sinistramente sui flutti?

—La luna è al secondo suo quarto; ieri il sole tramontò listato di macchie ... cattivi pronostici per mettersi a vela.

—Ben l’indicava la salvastrella che incartocciavasi, e il trifoglio che levava ritti ritti i suoi steli.

—Che la burrasca fosse imminente diceanlo le mosche che succhiellavano più vivamente le carni; le passere che facevano uno strano cinguettare sugli alberi; le api che non si discostavano dai loro alveari; i lombrichi che usciano di terra; il suono delle campane che udiasi ben di lontano ...—