Comandò allora che un marinaio tenesse per i piè saldamente il cadavere, a ragione avvisando, che agitandosi tutto il corpo, mal si otterrebbe l’effetto di far dilatare il torace ed entrar l’aria nelle vie respiratorie. Quindi appigliandosi ad un altro metodo usato anch’esso con frutto in simili casi, prese ad elevare le braccia dell’annegato, portandole sopra la testa e quindi riconducendole nello stato lor naturale. Questa operazione interrompeva talora per applicare le mani ai lati del petto, e imprimere brusche scosse al cadavere, scosse che valgono il più delle volte a rianimarne la respirazione: nè s’ingannava. Alcuni istanti appresso un lungo respiro accusava nel povero sommerso il ritorno alla vita; i marinai guardansi trasognati; il creduto estinto apre gli occhi.... La scienza aveva trionfato!
Ma l’ardente amore dello Schiaffino verso i suoi simili non appagavasi a tanto, e pensando a ciò che già fecero Americani ed Inglesi a tutela de’ naviganti, divisava il modo di stabilire in que’ paraggi una Stazione barometrica e una Società di Salvamento pei naufragî sull’andare di quella che il Cogan e l’Haves fin dal 1774 fondavano in Inghilterra. Quel negozio non era invero de’ più facili, porgendosi avversi od incerti i maggiorenti di que’ luoghi e l’ignoranza de’ suoi stessi compagni. Se è destino, diceano, che il nostro fato si compia, qual forza umana potrà lottare coll’oceano infuriato e contro il demone della tempesta? La Madonna del Boschetto saprà alla peggio camparci da ogni sinistro; più delle vostre stazioni o società di Salvamento varrà a schermirci da ogni traversia l’accrescere le carature dovute alla Chiesa. Imperocchè àssi a sapere che da’ que’ lidi non salpa mai nave che non sia costituita in società commerciale, ponendo ciascuno, secondo i proprî averi, quel tanto di danaro che si richiede; queste parti son dette carati, e alcune di esse soglionsi assegnare al Santuario del luogo, acciò la Madonna franchi il legno da ogni fortuna, e faccia prosperare i suoi traffici. Di questa guisa rendendo maggiormente partecipe ai lucri del bastimento la Chiesa, que’ semplici uomini sfatavano ogni altro mezzo che gli ponesse al coperto dei pericoli della navigazione.
Non ostante questa ed altre contrarietà di tal fatta, venne il dì in cui potè mandare ad effetto il suo onesto disegno.
Bella e lieta terra è Rapallo, culla di intrepidi navigatori e di quel Biagio Assereto che nelle acque di Ponza ruppe l’armata di due monarchi e gli ebbe captivi. Ivi sortiva del pari i natali quel Bartolomeo Magiocco, che i nostri marinai hanno in conto di loro patrono. E chi non ne conosce il più che umano ardimento? Era la notte del 6 di luglio 1550, e i Saraceni guidati dal feroce corsaro Dragut mettevano a ruba la terra, insozzandosi nel sangue de’ cittadini, e sfrenando le proterve lor voglie nelle vergini che trascinavano sui lor negri Caramussali e sulle loro Maone. Il Magiocco, desto a quell’insolito frastuono, balza dal letto, e udito che costoro traevano prigioniera la sua fidanzata, armatosi di un coltello che primo gli venne alle mani, si cacciò fra l’orde nemiche, e aggroppatosi intorno i più prodi fra i suoi, fe’ tal macello de’ Mussulmani, che costrinse alla fuga i superstiti, non senza prima aver tolto dalle lor mani la vergine del suo cuore.
Inauguravasi appunto a Rapallo alcuni anni addietro un cantiere, e i reggitori di quel luogo per invogliare i capitani a far ivi costrurre i lor bastimenti, avean promesso roma e toma agli armatori. Lo Schiaffino allettato dai grossi premî e dallo sgravio di ogni balzello che faceasi alle ferramenta e a’ legnami, avea posto ivi mano alla costruzione d’un naviglio. Tirati dalla fede che riponevano intera nella valentia e nella onestà sua, tutti correvano a gara per ottenere un qualche carato, sia sul corpo come sul carico: e perfino i marinai non si teneano dal profferirgli il loro peculio in tanti anni di fatiche ammassato. Ei prescelse appunto le offerte di questi, promettendo loro altresì di prenderli al servizio del legno nelle diverse lor qualità di mozzi, velieri, gabbieri, contromastri, nostruomini, timonieri, macchinisti e piloti, alla sola condizione ch’e’ sapessero leggere, scrivere e far di conto.—Voi qui avete, ei dicea loro, una scuola serale per chi ancora va ignaro de’ primi elementi di lettere: avete una scuola nautica per chi già li possiede. Fino a primavera inoltrata il legno non sarà in punto: mettete a profitto questa invernata, ed io torrò meco i migliori tra voi.—Non è a dire se quei marinai mossi dai larghi guadagni ch’ei facea balenare a’ loro occhi, dessero opera assidua alla scuola, e ogni loro ingegno ponessero a riuscire valenti.
Imperciocchè e’ voleva altresì istrutti i suoi marinai per recare ad effetto un suo vagheggiato disegno sul linguaggio navale. Non era no lo Schiaffino un uomo di lettere; ma il divario che correa fra questo linguaggio, qual si attinge dai libri più usati, con la parlata comune de’ marinai, divario, fonte talora d’equivoci nel comando e nel governo della nave, gli avea persuaso la necessità di attenersi a quel di essi, che meglio rispondesse allo scopo. Ma con qual criterio procedere in quella bisogna? La lingua de’ libri, scorretta, imbastardita da voci straniere, non poteva andargli a versi a patto veruno; quella de’ marinai concisa, colorita, vibrata, cadea per altro sovente nel triviale e nel fango. Tale era il suo avviso: e perciò volea culta la sua gente di bordo, poichè quasi per istinto sentiva, che quel linguaggio deterso da alcune macchie di pronuncia, d’elisioni, di eufonismi e di modi talora scurrili e proprî del dialetto soltanto, avrebbe finito per trionfare.
Quanto egli assennatamente sentisse avremo campo a dimostrare nei seguenti Dialoghi.
Intanto nel cantiere tutto era in moto: le maestranze affaticavansi quali alla struttura del corpo della nave, quali ad assestare gli attrezzi; argani volanti issavano enormi legni: fervea l’opera ne’ magazzini, ardean le fucine, da cui spricciavano le scorie infiammate a guisa di fuochi artificiali; mastri d’ascia, legnaiuoli, calafati, carradori, bozzellai, funaiuoli e trivieri senza confusione veruna in piccolo spazio affrettavano i loro lavori. Vedevi là da un lato ammonticchiarsi le contre e le scotte; più in là le boline separate dalle drizze: cataste di bigote disposte a seconda de’ fori: ghiere, cigale, radancie, penzoli, castagne, trozze, paterassi e bozze di più ragioni. Lo Schiaffino avea cavato l’abete da Danzica: la quercia da Brema: questa per le interne parti; quella per l’ossatura di fuori. Volle d’olmo lo scafo, come quello che nutrendosi di acqua, fa ottima prova nelle parti sommerse. E qui ti occorreano allo sguardo sparsi sulla spiaggia i fasciami de’ tavoloni per l’interno rivestimento del naviglio, non che le serrette per coprire internamente il fondo e il fianco della carena: e traversi, puntelli, pilastri e lapazze. In altre parti bolliva il catrame, e i pegolieri ne imbeveano i filacci per poi torcerli in corde, mentre altri ne spalmavano le gomene ed i legnami per meglio securarli dagli effetti dell’umidore e dai tarli. Era ovunque una faccenda ed una pressa che mal potrebbe significarsi a parole.
E già la nave faceva di sè bella mostra: tutti maravigliavano la sveltezza delle sue forme, il garbo dell’ossatura, del fasciame, delle paratie, la maestria delle sue proporzioni, la leggiadria della chiglia, delle ruote, degli stamenali e d’ogni altro nautico arredo. Era un legno veramente magnifico; staggiava mille ottocento tonnellate: munianlo due alberi: un albero di trinchetto con trinchetto di goletta, parocchetto e velaccio di trinchetto; e un albero di maestra con randa e freccia, una trinchettina, il fiocco e vele di straglio. Aggiungi una macchina di trecento cavalli ad alta pressione, che poneva in moto una elice doppia, la quale assicurava alla nave una velocità tale da poter filare sino a diciasette miglia all’ora.
Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerimonia del suo battesimo e la formazione del ruolo dell’equipaggio.