DIALOGO I.
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AL comando dell’Assereto venia dallo Schiaffino, già troppo oltre negli anni per commettersi ancora alle fortune di mare, preposto Nino Bixio, già in fama d’intrepido marinaio, al pari di valoroso guerriero. Nato sui flutti, avvezzo da primi anni suoi a lottare coll’impeto degli uragani, ei v’attinse quella tempra di ferro e quell’ardimento indomabile, di cui die’ sì nobili prove nella meravigliosa epopea del risorgimento italiano. E lustro a’ più doppi maggiore sarebbe, siccome io penso, a lui derivato, e avrebbe l’Italia aggiunto il di lui nome a quello de’ più insigni ammiragli, se al povero mozzo del Pilade e Oreste, avezzo a salire in coffa per il passo del gatto, (egli ha comune con Garibaldi la gloria d’aver fatto le prime sue armi in quell’umile uffizio) fosse arrisa sì amica la sorte, da conseguire, anzichè d’un corpo d’esercito, il comando supremo di una armata navale.
Tale era infatti il desiderio più intenso della sua vita.
Volgeva il maggio del 1866, e la guerra contro l’Austria stava per iscoppiare. Il naviglio italiano raccoglieasi in Ancona: e se l’intera nazione ponea piena fede nelle sue schiere di terra, punto non dubitava che i marinai liguri e veneziani avriano al primo urto conquassate nell’Adriatico le forze nemiche. Con questa certezza nel cuore null’altro attendeasi che la scelta d’un ammiraglio, il quale aprisse a’ nostri prodi la via del trionfo.
Narrò allora la fama che Nino Bixio sollecitasse un’udienza a re Vittorio Emanuele che l’ebbe sempre assai caro. Fattosi innanzi a lui—Sire, ei diceva, manca un duce all’armata che voglia e sappia vincere ad ogni costo; io ve ne chieggo il comando. Siavi mallevadore della vittoria il mio capo e quello de’ figli miei. Io fo qui sacramento di seppellirmi tra i flutti, o di tornar vincitore—.
Povero Nino! Parecchi dì appresso avvenne lo scontrazzo di Lissa, che gli seppe più micidiale d’un coltello nel cuore.
Con la passione del mare nell’anima, passione che più tardi lo spinse ad abbandonare l’esercito e gli onori di generale per lanciarsi un’altra volta in mezzo all’oceano, e aprir nuove vie nelle regioni dell’Indo-Cina al commercio italiano, non è a dire se accettasse di gran cuore il comando offertogli dallo Schiaffino. Perciò attese con sollecita cura a completar l’armamento della nave e a rifornirla di quanto i moderni trovati sapeano offrire di meglio.
Diè la sorte che nel gennaio del 1860 in una delle quotidiane sue visite all’Assereto io gli fossi compagno; e benchè quasi nuovo alle cose marittime, ebbi campo non solo ad ammirare la sua pratica marinaresca, ma e la sua profonda scienza nelle nautiche discipline. Avresti detto non aver egli atteso ad altro in sua vita che agli studi navali.