A.—Forse. Ma quando sento sulle tue labbra e su quelle di tutti i capitani di mare suonar voci straniere scrie, scrie, e assegnar barbari nomi ad arnesi e cose ch’han vocaboli italiani e leggiadrissimi, non mi avrai per soverchiamente severo, se te ne fo’ riprensione in nome di quella patria, ch’ha dritto di sentire usata da suoi figli e a bordo delle sue navi la propria favella, anzichè un gergo non suo.

N. B.—Converrei teco assai di buon grado, se l’Italia possedesse al pari degli altri popoli una favella marittima comune a tutti i suoi figli; ma niuno ignora che corre fra essi un divario così spiccato e notevole, che il nome di ogni attrezzo cambia di punto in bianco ne’ vari porti italiani. Ciò non comprendono i letterati di professione, sprofondati ne’ lor libri e non usi all’aperto conversare colla gente di mare; ma noi che co’ tuoi classici c’andiamo un po’ grossi, noi, dico, sappiamo che una imbarcazione, a mo’ di esempio, si chiama passerella, caicco a Venezia, canotto, jola a Genova, pallone, serenì a Napoli, e va dicendo. Del resto, ciò è naturale. I governi che si succedettero in Italia nei due ultimi secoli, intesero a conciarla per modo, che i suoi figliuoli non si credessero membri d’una sola famiglia; onde ne venne che non potè costituirsi un linguaggio marinaresco, che fosse glorioso patrimonio dell’intera nazione. Ne’ tempi a noi più vicini, dopo il misfatto del 1815, Napoli si sequestrò dalla Italia, l’Austria imbastardì la flotta veneta, Toscana, smarrite le splendide tradizioni de’ cavalieri di Santo Stefano, non ebbe, si può dire, più navi: e quanto a Genova, le fu imposta dal Piemonte, ben sai, la camicia di Nesso, cioè la favella francese, che soltanto nel 1836 potè tôrsi di dosso. Conseguenza di questi fatti si è la mancanza di un unico linguaggio che sia vivo e si mova e si parli sulla tolda delle navi italiane. Ond’è che ciascuno di noi adopera i proprî vocaboli, o quelli che più gli tornano acconci, senza che per questo l’Italia n’abbia a scapitare d’un pelo, come non scapitò mai per l’uso inveterato e costante de’ suoi vari dialetti. Se fosse altrimenti......

A.—E altrimenti è la cosa, mel credi. A te uomo d’azione e capitano fortissimo falli il tempo per dare opera a’ studi, che ti avrebbero appreso esistere il linguaggio di cui accusi il difetto, per quanto abbiano fatto i nostri oppressori, non nei libri soltanto, ma eziandio nei trecento mila marinari italiani che l’usano, e che con esso in modo uniforme, se ne togli le poche accidentalità dei dialetti, ricambiano i loro pensieri. La favella ch’e’ parlano e che forse tu tieni a vile, come patrimonio plebeo, è invece il più nobile, il più poetico di tutti i tecnici idiomi; e mal s’avvisa colui che tenta sfatarlo, e sostituire a’ que’ modi ingenui e nativi un lessico di conio straniero, qual s’apprende nelle scuole e nelle scempie traduzioni de’ libri francesi od inglesi che in esse corrono. Tale è pur troppo il vezzo odierno: dispettare le patrie gemme, e in quella vece far pompa di fronzoli e di forestiero ciarpame. Farfalloni e scapucci da spiritare. Lascia, amico mio, le imbarcazioni al loro vero significato, cioè all’atto dell’imbarcare e non alla barca: lascia le altre voci da te memorate, come quelle che non hanno aria e fattezze nostrane, e vi sostituisci i vocaboli di palischermo, burchio, burchiello, sandalo, schifo, gondola, scafo e di altri piccioli legni fatti per servizio di grandi navigli, e tali da non dilungarsi troppo dal lido. Scendiamo al vero e originale linguaggio de’ marinai non adulterato per anco da oltramontana barbarie; ivi ci verrà fatto di rinvenire inesplorati tesori d’evidenza, di bellezza e di forza. Esso è tuttavia quello, da pochi casi infuori, in cui dettaronsi opere famose ed immortali; a questo è mestieri rivolgersi, questo adoperare soltanto; poichè di tal guisa potrem dirsi veri italiani, stretti almeno nella unità della lingua, ch’è tanta parte della nazione. Nè tutto ciò tu ignori per fermo; ad ogni modo pensandoci un po’ adentro, rileverai di leggieri la sovrana venustà d’una lingua, alle cui fonti attinsero un giorno tutte le nazioni civili.

N. B.—Non posso negare che più volte mi passò, come in nube, alla mente, che una unica lingua esistesse fra la gente di mare: ma i casi della mia vita non mi consentirono di svolgere gli antichi scrittori e raffrontarli colla parlata di bordo, talchè l’ebbi in conto di sciatta e dammeno. Or son lieto che tu venga a scaltrirmi dell’error mio; e perciò entrambi ti sarem tenutissimi ove ti piaccia per intero accertarcene.

E. S.—Sie, sie; mano dunque alle prove.

A.—Non arduo l’assunto; anzi tu stesso, o Nino, verrai in mio soccorso, tu che la storia d’Italia hai, si può dir, sulle dita.

N. B.—Come c’entra la storia?

A.—Assai più di quanto a primo aspetto non mostra. Non io posso invero consentire col Graser[4] ed altri tedeschi, che il più del nostro glossario marittimo fanno derivare dai Greci; questo ben so che gli avi nostri non tolsero nè dalla Grecia, nè da Cartagine la loro scienza navale, bensì da’ primitivi Pelasgi, dal cui carabo ci vennero le voci caracca e caravella, or ite in disuso, e da’ Tirreni od Etruschi, cioè da quelle stirpi italiche che prima d’ogni altro popolo ebbero vivezza di traffici e potenza d’armi navali, e rimontano tanto alto ne’ secoli, che la leggenda pone aver essi assaliti gli stessi Argonauti e rotti in guisa, che il solo Glauco giunse a scamparne.

N. B.—Pur la storia ci afferma, che non il popolo etrusco, bensì una quinquereme cartaginese, sbattuta dal fortunale sulle spiaggie latine, insegnò a’ figli di Romolo il modo di costrurre i loro navigli.

A.—Non àssi a dare soverchio peso ad un fatto, che forse contribuì a migliorare, non a creare le loro triremi, le quali foggiavansi sull’andare di quelle che usciano dai gloriosi porti di Gravisca, di Vetulonia, Tarquinia, Alsio, Vulci, Luni ed Ardea. Se pertanto nell’età più lontane eravi una marineria italica, egli è giocoforza ammettere altresì l’esistenza di una lingua navale, che la triplice Etruria propagò in quelle parti della penisola in cui allargò il suo dominio, e di cui più tardi fu maestra, come avvenne di tante altre discipline, ai Romani. Vero è che la lingua etrusca è per noi buio pesto, tanto è ancora il mistero che sopra v’incombe; ma per quanto ragguarda la lingua latina, i dotti ben sanno ch’essa ha di molti contatti col volgare de’ marinai.