N. B.—La mi sembra, a dir vero, alquanto marchiana.
A.—I libri de’ classici ce ne offrono a macca le prove. Infatti........
E. S.—Cessa dall’anfanarti sopra un tale negozio. Io mi so di latino quanto un pescecane......
N. B.—E tu intanto con questi armeggî di parole, tu ci esci di carreggiata.
A.—Non parmi. Caduta la potenza latina e trasferitasi la sede dell’impero a Bisanzio, la necessità di conservare in soggezione le provincie che man mano staccavansi, indusse i successori di Costantino a costrurre grandi armate navali, e le città italiche furono quelle che somministrarono legni e marinai, essendo soltanto in esse ancor viva l’arte del navigare, dacchè un editto d’Onorio e Teodosio[5] vietava, sotto pena del capo, ammaestrar gli stranieri nelle nautiche industrie. Una lingua marinaresca non potea dunque neppur allora far difetto fra noi. Intanto dalle rovine d’Aquileja sorgeva Venezia; Genova, Pisa, Ancona ed Amalfi assettavansi a libero reggimento, e le navi loro con quelle di Civitavecchia, di Ravenna e di Rimini furono le sole, che nella universale barbarie facessero sventolare i lor temuti vessilli per ogni lido. A chi non son noti gli eroici ardimenti delle nostre città marinare? Pochi per altro sospettano che il linguaggio parlato allora ne’ nostri navigli fosse quello istesso che corre oggidì sulle labbra della gente di mare.
N. B.—Avrei a grado d’esserne per intero chiarito.
A.—Nulla di più agevole. In un rapido sguardo dato a’ tuoi libri, m’occorse vedere i Documenti riguardanti le due crociate di San Luigi IX re di Francia, raccolti ed illustrati dal nostro Belgrano. Eccoli appunto. Io trovo in essi nelle Proposte dei R. Commissarî al Comune di Genova e nella ratifica delle medesime nel marzo del 1246, adoperato ne’ termini tecnici quell’istesso volgare che abbiam tuttavia sulle labbra, salvo, che come i tempi portavano, si dà a’ vocaboli una terminazione latina.
N. B.—L’istesso nostro volgare, dicesti?
A.—Cessa ogni dubbio allorchè l’evidenza sottentra. Io vi veggo usate le voci: patrone, carena, coperta, cantiere, palischermo, gondola, sartie, timone, albero, penna, antenne, veloni, vela di cotone, artimone, terzaruolo, àncora, cantari, canape, veggia o botte, mezzaruola, barca, sentina, barrili, castello di poppa, remi, marinai, fornitori, albero di prora, nocchiero, saettie, panfili. E nelle Convenzioni stipulate a Parigi nell’ottobre dello stesso anno fra gli ambasciatori del re e Guglielmo di Varazze procuratore del nostro Comune, vi leggo: nolo, catena, grippia, gomena, amanti, giunco, candele, stanghe, annelli, baliste ed altre.
Gl’istessi vocaboli adopera anche il notaio Leonino da Sesto[6], stipulando il 26 novembre del 1268 i patti per l’apprestamento di due navi fra la città nostra e gl’inviati di re Luigi: anzi vi ritrovo eziandio le voci seguenti taciute nei documenti anteriori:—nave, candelizze, anchini, paranco, fionchi, fionchi a senale, taglie pei fionchi, oste, orze, morganale, parome, pantenna, trozza con mantelletti e bigotte, gabbia, sàgala, arbore di mezzo, taglia, poggie, poggiastrelle, pezzi di abete, antenna di proda di mezzo e del velone, imbrogli, gavitelli di rame, provei, duglie di grippie, sparzina per rimburchio della barca di cantiere, scandaglio, arganello, calderone, palischermo, grappino....—