E. S.—Affè ch’io non voglio incaponirmi più oltre. E a dire che siamo innanzi al trecento......
A.—Date ora con la scorta dell’istesso notaio uno sguardo a’ fornimenti, che su per giù son quei d’oggidì, coi loro nomi moderni:—maracci, magugli, ascie, ascioni, chiodaie, verrocchi, verrine, lampioni, lampade di vetro, stadere, piccozze, manichette, lucerne, scalpelli, armadio, catene con grappino, pajuoli per la pece, cazzuole, martinetti, leve, cassa, barrili, quartaruoli, lancie, gittarole, taglie a tre occhi, puleggie di luccio, stazza per la stiva, pennati o manganelli.—E seguono altri nomi d’arredi, che ci vennero pur essi dagli avi nostri, e ch’io mi passo dal leggere, perchè d’uso non esclusivo dei naviganti.
N. B.—Tu m’hai messo sopra una via in cui son nuovo affatto, e troppe cose mi restano ancora a conoscere, per iscorgere nelle tue proposizioni quella evidenza, a cui dianzi accennavi. Io punto non disconosco che le testè lette voci sono ancor verdi tra noi, come lo furono otto secoli addietro; ma un centinaio di vocaboli non basterebbe ancora a provare che questo linguaggio risalga inalterato oltre il mille.
A.—A questo io m’attendeva e l’ho caro, per rafforzar di vantaggio la mia qualsiasi dimostrazione. Sappi adunque che l’idioma navale seguì le sorti istesse dell’idioma comune.
N. B.—La parte dovea seguire il suo tutto: la cosa va di suo piede.
A.—Appunto. La favella nazionale non nacque per fermo dal corrompimento del latino o da loquele barbariche, come per alcuni si tiene; essa costituiva la lingua volgare o pedestre di Roma, e salì soltanto in onore al primo sorgere de’ nostri comuni. Tanto avvenne del linguaggio marinaresco, di cui ci occorrono per altro non lievi riscontri negli autori latini; esso balza dalle tenebre de’ bassi tempi bello, intero e potente di vita, quando le città nostre cominciavano a lanciare le loro formidabili armate nelle più lontane regioni. Senonchè assai scarsi a noi ne giunsero i documenti, poichè allora più che a scrivere intendevasi a fare; ma però di tal peso, da porre in sodo che una tal lingua era in ogni sua parte completa, e che i modi adoperati ne’ vari porti italiani punto non differiano tra loro. Vaglia a tal uopo il raffronto tra i vocali usati nei documenti genovesi con quelli di uno scrittore toscano, vissuto pochi anni appresso, cioè Francesco da Barberino, che nel 1290 cantava:
Quinal porta e ternale,
Senale e quadernale,
Manti, prodani e poggia,
Poppesi et orcipoggia,
Scandagli et orce e funi E canapi comuni.....
Se vedessi avvenire
Che vento ti rompesse
L’arbore grande tuo,
Metti nel loco suo
L’arbore tuo minore;
S’abbatte quel, può torre
L’antenna, e lei rizzare
Finchè luce t’appare;
In luogo di timoni Fa spere e in acqua poni[7].
...........
...........
Vele grandi e veloni,
Terzaruoli e parpaglioni...
Egli ci somministra eziandio i seguenti vocaboli: calafati, marangone, palombaro, timoniero, prodero, gabbiere, pennese o ponnese, far getto, lupo per vela negra, savornare per metter zavorra, velare, ventare.
N. B.—Scarsi davvero i nostri scrittori di cose nautiche, se c’è mestieri far capo perfino a’ poeti.