A.—Se per altro tutti si raccogliessero i passi di quegli autori che ragguardano le materie navali e le opere di chi largamente ne scrisse, come i libri del Crescenzio[8], del Pantera[9], del De Rosa[10], e in ispecie l’Arte del navigare di Bernardo Acciaiuolo (1580), non che le relazioni de’ nostri viaggiatori da Marco Polo a tutto il secolo XVII, si avrebbe un’ampia e preziosa raccolta, da far testimonianza che l’antica nostra terminologia si travasò pressochè intatta ne’ tempi presenti.

N. B.—Da troppi anni ho appreso a sputar sottovento e a battere l’acqua salata per poter avere dimestichezza con gli autori da te allegati: ma se i documenti prodotti non mi consentono di porre in forse un tal fatto per quanto s’attiene al sartiame e agli attrezzi della nave, tu meco dei consentire che il linguaggio nautico non è circoscritto, come già dissi, in così angusti confini.

A.—Tu mi stringi i panni addosso di guisa, che se avessi men buona causa alle mani, mi terrei affatto perduto. Ma, per santa Firmina, ho scudo sì saldo da mandare a vuoto i tuoi colpi. Parte assai rilevante di questo linguaggio è l’armamento de’ legni, di cui tacciono il documento genovese e il poeta fiorentino; ma al loro diffetto largamente soccorre lo Statuto marittimo d’Ancona, anteriore al secolo XIV, nel suo cap. LXXIX in cui tratta De le arme che se de’ portare in nave per li marinari. Non sono un Pico mirandolano io da tenerlo chiovato nella memoria; ma mi fo mallevadore ch’ivi potrai riscontrare le voci—bombarde, schioppi, palle di ferro, balestre di staffa, verettoni, lancie, corazze, pavesi, gorzali, barbute o cervelliere, spade e coltello—voci ancora comuni tra noi e costituenti l’intero arsenale di guerra a que’ giorni.

N. B.—E sia pure che arredi, attrezzature e armamento non abbiano mutato il primitivo lor nome; ma per altro la fraseologia de’ nostri cantieri, dappoichè tanto alto salì la meccanica, dee aver subìto cangiamenti notevoli. A cose nuove, parole nuove.

A.—Per me ti rispondano questi versi dell’Alighieri:

Quale nell’Arzanà de’ Viniziani
Bolle l’inverno la tenace pece
A rimpalmare i legni lor non sani,

Che navigar non ponno, e in quella vece
Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa
Le coste a quel che più viaggi fece;

Chi ribatte da proda e chi da poppa:
Altri fa remi ed altri volge sarte:
Chi terzaruolo ed artimon rintoppa.

N. B.—Sublime, anzi divino poeta! Con che magiche tinte non ti pinge le cose! Ma se gli antichi vocaboli non subirono alterazione veruna, i progressi delle arti industriali han di necessità dovuto recar nuove voci, significanti nuovi arnesi ignoti agli antichi, come bolina, fiocco, bompresso e altri tali. È saria di mestieri esser cieco, per non addarsi, che dalla galea che pugnava alla battaglia di Meloria o di Curzola, ai Monitor americani ed al nostro Affondatore, ci corre.