A.—Ci corre, ch’il nega? La scienza ha disteso le sue grandi ali: abbiamo ingrandite le navi omai tramutate in città galleggianti, ed i lor movimenti si resero di tanto più agevoli e in un più sicuri; ma nè le navi, nè il loro governo cangiarono natura per modo da dovere crear nuove parole. Nè scalza il mio ragionamento il vedere alcune poche voci estere, quali son quelle da te allegate, radicarsi fra noi in un cogli oggetti che esprimono. Necessità lo esigeva, non avendo essi il loro riscontro nella lingua italiana. In simil guisa abbiam comuni con gli Arabi le parole: barca, feluca, fregata, galeotta, schifo, caravella, saettia, gomena, calafatare, cala, cavo, caravana, almirante e forse altre: ma chi fossero i primi ad usarle, se essi o i padri nostri ignoriamo: niuno per altro vorrà omai ritenerle quai voci straniere. Comunque sia, di fronte a un numero assai scarso di vocaboli a noi derivati da altre nazioni, io veggo tutti i popoli del mediterraneo arricchire le lor parlature marittime di modi italiani. E noi da esse ben soventi accettiam queste voci, quasi merce venuta di fuori e nuove di zecca, dove, studiate un po’ addentro ci sveleranno l’origine loro casalinga e domestica.
N. B.—Non posso mandarla giù così di leggieri.
A.—Non intendo per certo far forza alle tue convinzioni: pur abbondano siffattamente le prove, vuoi storiche, vuoi filologiche, che forse avranno una qualche efficacia sull’animo tuo. Ditemi, amici: vi venne innanzi giammai il nome di qualche ammiraglio straniero, che dal X fino a tutto il secolo XVI abbia governato armate italiane?
N. B.—Non valgo a rammentarlo.
E. S.—Ned io.
A.—Sapreste all’incontro farmi il nome dei nostri, che per conto d’estere nazioni costrussero o comandarono navi o veleggiarono in traccia d’ignote regioni?
N. B.—E a chi non son noti? Essi sono d’altronde in tal numero, che non è lieve assunto il passarli a rassegna. Toccherò de’ principali soltanto. Fino dal 1317 Dionigi il Liberale re di Portogallo tirava a’ suoi stipendi col titolo d’ammiraglio Emanuele Pessagno di Genova, coll’obbligo di condur seco venti altri capitani di navi genovesi i quali dovessero costrurre, comandare e governare le armate di quella corona. Dal Pessagno ad Amerigo Vespucci, che fu pure a’ servigi del re Don Emanuele, il Portogallo per ben due secoli vide salir le sue navi da comandanti ed equipaggi italiani. Nulla dirò della Spagna, sapendo ognuno ch’ebbe nel 1492 a suo ammiraglio Colombo, e affidò l’alto ufficio di piloto maggiore a Sebastiano Caboto, e fu quindi illustrata da quel Pigafetta, che fu il narratore del primo viaggio fattosi intorno al globo. Venendo alla Francia, trovo che le sue armate, da Carlo Magno ad Enrico II, furono comandate da duci italiani, e ne fan testimonio i nomi di Bonifacio, Adimaro, Ruffin Volta, Ranier Grimaldi, i Doria, il Verazzani e lo Strozzi. Chi manco ebbe d’uopo di noi fu l’Inghilterra; ma non così che Enrico VII non chiamasse a se Giovanni e Sebastiano Caboto, che scoprì Terra Nuova, e descrisse gran parte delle coste americane, da cui tentò primamente un passaggio nell’Indie.
E. S.—Aggiungo che non solo Enrico VII, ma eziandio Enrico VIII s’ebbe dalla Signoria veneta artefici di navi e marinai di cui difettava allor l’Inghilterra; che altri pur n’ebbe nel 1540 Gustavo di Svezia; che i nostri Pietro Veglia e Nicolò Sagri crearono le armate di Carlo V; che Sigismondo re di Polonia popolò de’ nostri costruttori e capitani gli arsenali di Danzica, donde uscì il naviglio ch’egli oppose al re di Danimarca. Nè la Russia fu estranea alla luce che allora Italia raggiava sulle industrie navali, poichè gli uomini di mare che Pietro il Grande chiese a Venezia, addottrinarono quei barbari popoli a domesticarsi co’ flutti, e Doroteo Alimari insegnò loro il metodo per calcolare le longitudini. Di simili fatti riboccano, ben il sapete, le storie[11].
A.—E da questi fatti appunto raccolgo, che se i nostri furon quelli che precedettero a gran pezza le altre nazioni nelle nautiche imprese, se loro appresero a costrurre le navi e a governarle; se fino dal secolo XII non conosciamo altri viaggiatori, scopritori e descrittori di terre, da italiani infuori, noi dobbiamo a buon diritto inferirne, che il nostro linguaggio marino era già intero e venia recato dovunque dai ducento mila marinai che salivano le seimila navi delle repubbliche veneta e genovese. Che se una qualche affinità di vocaboli si riscontra, a mo’ d’esempio, nella lingua navale francese con l’italiana, non furono i nostri per fermo che tolsero a imprestito una fraseologia di cui non avean di mestieri: sì bene i francesi, cui apprendemmo a designare con italici nomi navi, attrezzi ed arredi, che i nostri, unici allora, sapeano costrurre, maneggiare e descrivere.