N. B.—Non so che opporre; ma certo i nostri superbi vicini non si adagieranno così di leggieri in questa sentenza.
A.—Che monta? Gl’insegnamenti della storia non van soggetti al mareggio delle passioni, e la Francia è ricca di troppe altre glorie per usurparci anche il lembo di un manto che le direbbe assai male. Infatti per bocca de’ suoi scrittori essa appunto rafferma la verità di quanto andai finora toccando.
N. B.—E come?
A.—Parecchi di loro posero mano a raccogliere i lor modi marinareschi, ciò che non abbiamo ancor saputo far noi. Rammento fra questi il Clairac, il Fournier e l’Ozanam, che scrissero nel secolo XVII, facendo ampia testimonianza dell’italianità di una gran parte del loro glossario nautico, come potrai sincerarti, facendo ricerca delle loro opere, senza ch’io più avanti ne dica; tanto più che mi resta a rincalzare il mio primo assunto col presidio di quelle prove filologiche, di cui pur ora fei cenno.
E. S.—Nè tanto si vuole da te, sprovveduti quai siamo di simili studi per poterti seguire nelle tue argomentazioni.
N. B.—Nelle quali starebbe ad ogni modo per te la vittoria e a noi lo smacco della sconfitta per non avere armi da opporti. E invero già fin d’ora ogni arme ci hai cavato di mano. Ma pria di rendermi a discrezione, avrei caro che tu mi assennassi intorno a certe voci di bordo, alcune delle quali, come troppo rozze e plebee, dovrebbero omai sostituirsi con nomi più ragionevoli, ed altre che puzzano di francese lontano un miglio. E trattando delle prime, ti par egli lecito convertire la nave in un serraglio d’animali? Imperocchè io vi trovo: grue, cicogna, camello, biscia, cavallo, cavalloni, pecorelle, aspe, serpe, cani, cicale, colombe, montoni, gazze, chiocciole, gabbiani, capone, delfini, code di topo, barbe di gatto e chi più n’ha, più ne metta; tutti nomi bestiali, i più d’attrezzi marinareschi, nomi che accusano la rozzezza di un linguaggio costretto dalla sua povertà a far sue queste voci, affatto aliene alle cose del mare. A.—Ciò che tu chiami rozzezza, io chiamo, e sia con tua pace, una fioritura poetica oltre ogni dire, poichè per mezzo di leggiadri traslati vengono a significarsi cose ed arnesi, ch’hanno una stretta relazione cogli oggetti da cui derivarono il nome. E vaglia il vero; quelle robuste travi che sporgono dal bordo, ai fianchi ed a poppa del bastimento e sulle quali si alzano pesi, non rassembrano esse il lunghissimo collo della grue, che loro die’ il nome? Ciò dirai pure della cicogna, giacchè far cicogna null’altro, s’io non erro, significa fuorchè mantigliare un pennone sotto un angolo acuto, per farlo servire esso pure all’ufficio di grue, cioè d’innalzar gravi pesi. E che troverai di più appropriato del nome di camelli assegnato a quella specie di puntoni pieni d’acqua, posti uno per parte, sotto ai fianchi della nave e resi tali, che vuotati del loro contenuto, lasciano ch’essa emerga e che superi più facilmente un qualche basso fondo che fosse di ostacolo al suo passaggio? Nè ti movano a schifo le biscie, il cui nome parmi convenientissimo a quegli intagli fatti sulle piane o matere, a destra e a sinistra del paramezzale, per lo scolo dell’acqua lungo i canali della sentina, acciò fluisca verso le trombe. Che dirò del cavallo, ossia di quel risalto di sabbia che le correnti van talora ammassando nel fondo del mare o alla foce de’ fiumi? Questo parlar per immagini non è vera poesia? E tale ti parrà eziandio la dizione: il mar fa cavalloni: il mar fa pecorelle, quando come ben sai, sotto l’azione del vento irrompono le ondate impetuose, o veggonsi i flutti increspati biancheggiar di lontano e coprirsi di spuma; onde a ragion il poeta cantava:
........in sembianza
Di bioccoli saltavano le spume,
Che fanno spesso negli equorei paschi
Di lanigere torme errar la gente[12].
Senonchè io mal potrei qui su due piedi e nuovo in siffatte materie, mostrarti la dicevolezza e la leggiadria delle altre voci, che dal regno animale passarono a specificare oggetti marinareschi; assai meglio a te verrà fatto d’apprezzare queste metafore e rilevarne le convenienze, ove tu voglia ad una ad una raffrontarle fra loro.
N. B.—Non potrai per altro negarmi che un torrente di voci bastarde non sia pervenuto d’oltre alpe a laidire il nostro linguaggio. E queste voci son tante ch’io mal saprei dove annaspare. Ecco: babordo, tribordo, amaca, ammarra, dematare, combatto, ghinderessa, trelingaggio, canotto, salvataggio, doblaggio, boa, plancia, gambeduna, arpanta, culare, madune, buteverso, e perfino, Dio cel perdoni, il nome de’ venti, forestiero pur esso, e universalmente accettato.