A.—Vero pur troppo; ma dimmi: non senti salirti le vampe del rossore sul viso, quando per significar cosa ch’ha il suo proprio vocabolo nella patria favella, scendiamo a mendicare una locuzione straniera? Sostituisci al babordo e al tribordo, destra e sinistra: ad amaca, branda, ormeggio ad ammarra: disalberare ad amatare: combattimento a combatto, e via di questo tenore: giacchè io non vo’ atteggiarmi a dottore in una materia, in cui tu hai il vantaggio su me del cento per uno.
N. B.—Infatti questo bastardume di voci va sempre più scomparendo. Pure, dacchè m’hai tirato in ballo, lascia ch’io danzi e ch’io vuoti il mio sacco. Vedi tu quel bastimento là presso il mandraccio in punto di salpare? Esso è un brigantino presto a far rotta; mandraccio, brigantino e far rotta, tre voci in fede mia, che nulla han d’italiano. Quella catena lassù che tien dritto l’albero e immoto al suo posto, è una landra, che vale puttana. Ti par da tenersene? Vero è che accanto alle landre troviamo eziandio le bigotte, e non so come se la dicono insieme. Le parole stazzo, calumare, randa, straglio, ralinga non son da strapazzo, e lana da pettinarsi col fuoco? Da che cavammo le tonnellate? Non è egli ridicolo chiamar pappafico una vela? Ove andremo a pescare il decoro e l’italianità di tai voci?
A.—Nel domestico patrimonio, se mal non mi appongo. E innanzi a tutto antichissima voce è mandraccio, con il qual nome in più luoghi della penisola veggo significata quella parte più secura ed interna delle stagioni navali, che i latini diceano angiporto. È voce semitica, che vale appunto ricetto, stazione. Un porto di Rodi avea questo nome, che troviamo anche in Cartagine. Dalla quale non sarebbe vana congettura il supporlo a noi derivato, sapendo che i suoi navili solean frequentare le prode della Liguria, e cavarne i più destri suoi frombolieri. Non gli si potrebbe a buon dritto negare cittadinanza italiana. Erri a partito se tieni che il nome di brigantino risalga allo inglese brig o al gallico brich; altri ebbe già a dimostrare doversi la sua radicale ricercare in briga, brigare, nel significato di procaccio, procacciare, essendo noto che siffatti legni nelle origini loro adoperavansi a servigi d’un naviglio maggiore. E anche colla voce rotta dovrai riconcigliarti se osservi che altro è la route de’ francesi, altro la rotta o rompimento degli italiani, i quali per rotta intendono il solco che fa la nave rompendo i flutti marini, ossia spostando le acque colla carena, e perciò modo significativo e bellissimo[13]. Nè landra mi par tal voce da menar grave scandalo, per quanto abbia smesso dell’onestà sua primitiva, trapassando, come alcune altre, nelle lingue furfantine e ne’ lupanari. Bigotta, cioè carrucola senza puleggia vale, nè sono io già il primo a chiarirlo, doppia gocciola, poichè questi bozzelli van sempre appaiati, e arieggiano que’ membretti d’architettura che diceansi gocciole o guttae; e perciò voce pur essa italiana e laziare, dacchè questo attrezzo era anch’esso noto agli antichi[14]. Ne la parola stazzo, per capacità della nave, merita che tu gli faccia il viso dell’armi, poichè fu accolta e carezzata dal Caro[15]. Dovrai amicarti egualmente con la voce calumare, per non tirarti addosso gli sdegni di messer Ludovico[16]. D’eguale legittimità va improntato il vocabolo randa, a cui farai di cappello, non fosse che per riverenza a Dante Alighieri[17]; essa ci viene da randellare o distendere, per l’ufficio che fa appunto la vela di randa. Straglio ci richiama al verbo straggere, che vale tirare in altra parte, come fa il cavo che tira l’albero di fronte, dove le sartie e le parasartie gli fan di sostegno dai lati e sull’asse maggiore[18]. Quanto a ralinga, col qual vocabolo, parmi, designate la corda cucita intorno le vele per rinforzarne le bardature, noi ne troverem la ragione nel latino riligare, come a tonnellata darem padre il tonnello, che successe alla veggia o botte, ch’era intorno il secolo XIV l’unità per valutare la capacità delle navi.
N. B.—Il tuo ragionamento quadra a capello; sarebbe ostinazione il negarlo: tutto ciò corre evidente e piano com’olio. Ma tu devi avere omai secco il gorzuzzolo; Schiaffino, fa di dare aria a qualche bottiglia delle tue Cinque Terre.
A.—Non prima che io abbia detto del pappafico, che tanto ti sa di ridicolo.
N. B.—Questo poi è un voler stravincere ad ogni costo, e ben sai ch’ogni soverchio rompe il coperchio.
A.—Bene sta, ma pur odi. Pappafico nomavasi nel secolo XIII e forse anche più innanzi quel capuccio a becchetto, ossia quell’arnese di panno, che assestavasi in capo per ischermo della pioggia e de’ venti: dal quale uso, per un vago traslato, passò a significare il velaccio o la vela di punta de’ bastimenti. E questo aggiungo colla scorta del Guglielmotti[19], intendentissimo delle materie navali, che una tal vela per lo innanzi diceasi suppara o suppa, con vocabolo or ito in disuso, ma vivo in quel verso di Dante:
La vendetta di Dio non teme suppe:
verso inintelligibile al volgo de’ chiosatori, ma facile e piano a chi non ignora che davasi tal nome a una vela, poichè si vedrà allora tralucere in esso un sublime concetto: essere, cioè, inutile far forza di remi o di vele per isfuggire le vendette celesti.
N. B.—Un nuovo orizzonte, tua mercè, mi si è aperto allo sguardo. Io sentia bensì dentro una voce che mi rendea ripugnante ad avere in conto di barbaro il nostro lessico marinaresco, e quasi per istinto diceami, che opere proprie di nautica in cui questo linguaggio si contenesse, dovea possedere l’Italia, e leggi, statuti, regolamenti, elenchi, contratti, proverbi, relazioni di viaggi, di scoperte e di guerre: ma il manco di forti studi non mi consentia di dare un passo più innanzi.