A.—E drittamente sentivi, sovvenuto, com’eri, dal tuo potentissimo ingegno; e se da te stesso non giungesti a scorgere il vero, ne dêi accagionare la tempestosa tua giovinezza e gl’istessi tuoi studi indirizzati più a moderni che non agli antichi scrittori; ma più di tutto a quella pressochè universale opinione che sfata il linguaggio marino, come dammeno; opinione che venne in noi ribadita da Bernardino Balbi, da Simon Stratico ed altri, i quali pretesero recar giudizio di cose che punto non conoscevano. Oh! escano fuori una volta dai lor gabinetti i saccenti della giornata, che van sbraitando contro la parlatura de’ marinai, viva fin dall’origini del nostro linguaggio, e si convincano alfine che essa deve rifarsi alle antiche sue fonti. E già tutto nelle materie navali si volge all’antico. Io veggo rinnovarsi le navi corazzate e rostrate: rifarsi rembate e castelli; la forza del naviglio concentrarsi nella testa anzichè ne’ fianchi, la forma dello scafo allungarsi, la spinta delle palette dell’elice tener luogo de’ remi......

N. B.—Io qua’ ti volea per conoscere se cotesta schietta lingua italiana sarebbe da tanto da porgerci la descrizione della macchina a vapore de’ nostri navigli. Essendo essa un trovato affatto recente, sarei di credere......

A.—Io ti offrirò tal descrizione di questa macchina, non che de’ suoi più minuti congegni e delle lor varie funzioni, che tu stesso dovrai confessare che mai t’avvenne di leggerne la più esatta e completa.

N. B.—Tu vai troppo innanzi, tu vai....

A.—E per giunta te l’offrirò in isplendidi versi, quali appunto sapea tornire Lorenzo Costa, dal cui poema il Colombo, troppo a torto negletto, io la tolgo. Prestatemi orecchio:

Luogo è sovr’esso la naval sentina
Non lunge all’arco della proda interna
Ove dedala man ponea capace
Clibano ardente; dall’infusa copia
De’ fossili carboni alimentato
Saetta un caldo, che simil nè bronzo
Cosse, nè ferro alla fucina, quando
Il mantaco più forte aura vi soffia.
A lui fe’ quindi sovrastar col peso
Di tutta l’acqua che nel centro aduna
Fermo lebete: rinterzate piastre
Condusse intorno a’ suoi fianchi, e la bocca
Ne suggellò d’impenetrabil chiuso.
Poichè sforzando ogni sottil meato
Nel cavo rame il sottoposto incendio
Si traforò non rattenuto e mosse
Vicino assalto alla nimica sua,
Quella agitarsi, gorgogliar bollente,
Urtar e riurtar dentro i pareti
La stanza che l’infesto ardor disagia:
Poscia dall’imo al circolar coperchio
Su per lo collo d’una canna bugia,
In vaporoso nembo attenuata,
Salir veloce. Ma perchè non mai
Dall’ignea sferza dileguata o scema
Sia la cagion della fumante uscita,
Altra pur v’inserì girevol doccia
Come a rincalzo, e l’ordinò siffatta
Che l’un de’ capi suoi nel bulicame
Tien sempre immerso, e l’opposito insala
Fuor del naviglio, e con perpetua vece
Infonde il mar dove la fiamma asciuga.
La qual se molto divampando il fiero
Turbine ingrossi de’ volanti effluvii,
Pur lì s’interza di minor sifone
Tondo spiraglio, in cui sovente isfoga
Quel gran soperchio, e via per l’animella
Che nel transito suo scatta leggera
Va sciolto all’aer vivo e si disperde....
Segue il vapor con misurato ascenso
La prima entrata, e dolcemente infuso
Nell’alvo d’una tromba, ivi sue forze
Tutte sprigiona e a bene oprar comincia.

N. B.—Potente di bellezza e di vero, è questa pittura, e se il resto consuona ... Ma qui forse viene il difficile.

A.—Viene infatti il difficile, e lo sente il poeta che pur non si perita a sgroppare magistralmente quel nodo. Udite:

.....La mirabil tromba
Co’ piè l’interior dificio abbranca,
E aderge il fusto che d’un largo istesso
La cavità che non ha sghembo aggira:
Lo stremo è chiuso, e s’incappella il sommo
Di lamina tegnente, e giù vi casca
Da vertical sospeso asta di ferro
Cilindrico volume, e per lo vano
A scender sempre ed a salir disposto,
Mobile è sì che non accerta il dove.
Sopra la base e sotto inver la cima
Son due forami, e da quel fianco aperti
Che un quarto parallelo organo affronta
Di stupendo artificio. Entra le vuote
Latebre o vena che dal mar vi bagna,
O lo spiro dell’aria, e il loco verna
Continuamente. L’una mole e l’altra
Benchè distinte di potenza e d’atto
Si dan mutuo soccorso, e par che nuovo
Sentimento d’amor scuota le fibre
Dell’inerte metallo e n’avvalori
Il congiurato sforzo ad un intento;
Chè dentro la maggior mole compagna
Dal fomite vicino in nugol fitto
Penetra il guazzo ribollente e occupa
L’intima chiostra. Allor ne va sospinto
Il pendulo serrame, e si raccoglie
Verso l’altezza ove dall’orlo estremo
Fa il denso fumigar subito salto
Per la cruna di sopra, e al ferreo dosso
Puntando gravemente lo rincaccia.
Ma dello scender giù nulla sarebbe,
Chè la piena costipa a randa a randa
La via dal mezzo e vi frappone intoppo;
Senonchè fuor della gelata gola
Sbuca un alito vivo, e mesce addentro
L’accidioso fummo e lo rappiglia,
Sì che di lui riman solo parvente
Quasi un rorido velo, e cade a piombo
L’imminente cilindro. In questa forma
Il freddo vuota ed il bollore intasa
E la suprema e la sottana bolgia
Del terzo ricettacolo, e solleva
Sempre ed atterra quell’assiduo moto
Il volubile ordigno.......
......Il moto si dirama
Pel diritto manubrio ad uno stelo
Il cui centro su lunga asse librato
Contrappesa amendue le braccia opposte
Come in bilico lance. Ivi una verga
Il punto aggrappa che più dista eguale
Dal principio motore, e poi dà leva
Torcendo alquanto sua rattezza, e gira
Le ruote magne che son pinne al ventre
Della nuova e diversa orca natante.

E. S.—Mirabile invero!