N. B.—Sublime!

A.—Lasciate che io m’affretti alla fine:

È strepito ne’ lati, è turbinio........
.......Abbriva il legno e guizza
Rapidissimamente, e qual se tratto
Fosse per l’ampio mar da cento coppie
Di volanti corsieri, il mar guizzando
Sega l’ardito legno, e fuor l’immane
Troncon che sopra vi torreggia e fuma,
Di caligine ondante in ciel fa zona.

N. B.—Io non credo che la musa italiana abbia osato affrontare giammai così temerarî argomenti e trattarli con tanta chiarezza. Io mi ti do piè e mani legato. Tu hai dissipato nella mia mente e soluto que’ dubbi in cui stavasi avvolta; sicchè molto in breve stringendo, parmi aver raccolto, che Italia nostra possedeva ab antico una lingua marinaresca completa e che intatta fu a noi tramandata, poichè l’arte del navigare mai non venne qui meno. Che se nei due ultimi secoli d’oppressione e di schiavitù, non sferrarono da porti italiani armate di guerra eguali a quelle d’altre nazioni che di tanto avanzavanci, s’ebbero però qui sempre arsenali, cantieri e marinai che bastarono a conservarci il patrimonio della favella navale: patrimonio ricchissimo, e pur troppo quasi ignoto a noi stessi.

E. S.—Aggiungi che molte voci già avute in conto di rozze o accettate dagli stranieri, son per contro di puro conio italiano, passate in un co’ nostri capitani ed artefici ad arricchire le marinerie d’altre nazioni. Son queste le tue conclusioni?

A.—Sono: e resta a dire soltanto che se corre un qualche divario fra le parlature della nostra gente di mare, non certo eguali ma simili in tutti i porti italiani, queste dissomiglianze, invero assai lievi, ànnonsi a riferire alla diversità della pronuncia, alle desinenze, alle elisioni proprie dei diversi dialetti: ma l’essenza della locuzione è invariabilmente la stessa. Quando io sento l’agile e schietto idioma de’ nostri marinai, mi par di vivere ancora ne’ secoli delle nostre glorie navali; che poco o nulla è mutato il lor linguaggio da quello de’ nostri grandi ammiragli: i Pessagno, i Colombo, i Vespucci, i Dandolo, i Grimaldi, gli Spinola, i Morosini, i Doria, i Colonna ed i Cossa. Con questo idioma tra i denti Biagio Assereto sgominava, il sapete, le armate di due potenti corone: e Leone Strozzi vincea la giornata di Wight, rompendo Inglesi e Spagnoli. E fo voti che usando questo linguaggio possa in breve un qualche prode italiano seppellire nel fondo dell’Adriatico il naviglio tedesco, sostituendo all’odierno grido di guerra—abbasso le brande—che troppo mi sa di bastardo, il solenne e italico grido—armi in coverta[20].—

A queste parole un fremito convulso, come di furore e di rabbia, invase la persona di Bixio: i suoi occhi brillavano di luce sanguigna, e strette le pugna, giacque immerso in tempestosi pensieri. Taciti lasciammo la nave, andando ciascun di noi per i suoi venti, non senza averci ricambiata una stretta di mano e fatta promessa di ripigliare di curto la nostra discussione. Ma del mandarla ad effetto per allora fu nulla. Correano que’ giorni in cui Giuseppe Garibaldi raccoglieva tra noi il fiore della gioventù italiana per lanciarla al riscatto delle provincie meridionali: e Nino Bixio, che fu l’Aiace della gran gesta, impadronitosi di viva forza, siccome è noto, del vapore il Lombardo, facea vela per la Sicilia. Ma il desiderio di ritornare nel debito onore il linguaggio marinaresco, e avanzare sotto ogni aspetto le nautiche discipline, da quel giorno in lui non ebbe più tregua. Ognun sa quanto egli si travagliasse perchè fosse creata una Giunta, o, come dicesi, una Commissione d’inchiesta, la quale dovesse indagare le nostre condizioni marittime, per accertare quai nuove proposte e migliorie fossero tuttavia bisognevoli, e fondare scuole e istituti atti a formar valenti capitani, esperti piloti, abili maestranze e marinai. Di qui gli accurati suoi studi sull’Arsenale di Venezia, le sue ricerche sulla industria del ferro, sì strettamente connessa alla questione della costruzione e corazzatura de’ legni; di qui l’alto ossequio al P. Alberto Guglielmotti, di cui predicò le lodi in Senato, e volle in Roma nel 1870 complire in un col suo stato maggiore.

Lo Schiaffino, commesso a un altro capitano il suo legno, si ridusse in Camogli, ove spese la vita a beneficare la gente di mare e a volgerne in meglio le sorti; vero tipo del marinaio italiano, che ha per divisa: petto di bronzo e cuor d’oro. Noi lo rivedrem già canuto a bordo del Maddaloni, per ripigliarvi con Nino Bixio la trattazione dell’interotto argomento.