Senza vino si naviga,
Senza mugugni, no;[21]

e a noi perfino il mugugno, era severamente interdetto. Si convenne perciò tra noi, appena ce ne venisse il destro, di disertare. Infatti, giunti dopo prospera navigazione rimpetto a Sumatra, divisammo d’attendere la notte, lanciarsi ne’ flutti e afferrare a nuoto la riva. Calate le tenebre, il Parodi assai meno avventato di Tini e di me, ci pose innanzi il pericolo de’ pescicani e de’ squali, ond’erano infestati que’ mari, e che da più giorni vedevansi saltellare, come monelli, attorno alla nave; e noi per tutta risposta—non te ne incaricare—e giù a capo fitto nelle onde. Ed egli di botto con noi.

Nuotammo facilmente per alcune ore: ma la terra che di notte c’era sembrata sì presso, parea fuggire da noi e farsi più ognora lontana. Cominciava a fallirci la lena: pur si filava alla meglio, or facendo il morto, or nuotando di fianco: ma s’era spossati e quasi esausti di forze. Diedi attorno uno sguardo, e veggendo il Parodi assai discosto da noi, come men destro nuotatore che egli era, mi volsi per trarre in suo aiuto, quando a un tratto, ch’è, che non è, mi scomparve dinanzi. Pur troppo un di que’ voraci predatori del mare, de’ quali egli presentiva il pericolo, l’aveva azzannato e travolto nel fondo; io n’ebbi certezza dall’agitazione dell’onda e dalla nera pinna del mostro a fior d’acqua, che intravidi nel punto in cui ci fu tolto per sempre. Povero amico mio! Non posso pensare a lui senza sentirmi stringere il cuore!

Cominciava ad albeggiare. Il rischio d’essere noi pur divorati da quegli enormi cetacei, ci aggiunse vigore; e buon per noi che scorgemmo non discosto un banco di corallo, ove dopo sforzi inauditi ci fu dato sostare. S’era omai rifiniti di stento e di fame. La fresca aura del mattino ed alcuni frutti di mare che agevolmente cogliemmo, ci ristorarono alquanto. La terra ci stava dinnanzi, ma occorrevano a raggiungerla non manco di tre ore di nuoto. Non c’era via di mezzo: o morir di fame in quello arido scoglio, o tentare quel guado. Ci buttammo adunque un’altra volta tra i flutti, e tanto sbracciammo di nuoto, che si giunse alla riva, ma come e in qual modo, vattelo a pesca: poichè fummo raccolti privi di sensi sul lido. Io rammento soltanto, che aprendo gli occhi, mi vidi disteso accanto il Tini, che già cominciava a riaversi, e una moltitudine di Malesi, intesa a sovvenirci di bevande e di cibo. Forse que’ selvaggi ci tennero per esseri privilegiati, non potendo comprendere come ci venisse fatto di sfuggire ai capidogli onde ribocca quel golfo. Certo è che fummo trattati con la più squisita amorevolezza, fino a vestirci con calzoni rossi di seta e con tutti quegli altri fronzoli che colà si costumano. Queste cortesie durarono per alcuni giorni, e del vedermi addobbato in quel modo, io facea le grasse risa col Tini.

Ma ci cadde in breve la benda, poichè ci avvedemmo essere tenuti quai prigionieri. Non basta: un più serio pericolo ci minacciava; quello cioè, di dover sottostare alla formalità rituale e religiosa, che l’Islamismo impone ai credenti. Noi fieramente ci rifiutammo a subire la barbara operazione. Ma un ordine espresso del re imponeva a’ nostri custodi di eseguire colla forza quell’infame cerimonia sopra di noi. Non c’era più scampo; la nostra circoncisione dovea quanto prima eseguirsi. Ma v’ebbe chi vegliava su noi. Il buon quaquero, preso terra, seppe della nostra prigionia, e ammirato della fermezza con cui ci opponemmo a mutar religione e a subir la legge de’ Mussulmani, propose a’ selvaggi il riscatto dei due fuggitivi. Qual moneta sborsasse a ricomprarci, non mi fu dato sapere; cert’è ch’egli ci accolse qual padre amoroso, e seco ci tradusse in America, da dove poi trassi in Anversa e a Parigi.

Ed ora che m’avete costretto a snocciolarvi queste mie buacciolate, io penso rifarmene a misura di carbone su tutti voi, invitandovi a trattare, come in famiglia, di cosa che altamente interessa noi tutti: il linguaggio di mare. È un vecchio tema, e parecchi di voi lo sapete, che giova omai ripigliare. Il nostro amico sostiene, ed io consento con lui, che l’Italia ha una lingua navale antichissima, originale, a cui attinsero tutte le nazioni civili, e che noi dobbiam tener monda da forestiere sozzure, se, quali di nome, vogliamo essere italiani anche nelle opere. Ed io fo qui giuramento che a bordo del Maddaloni non comporterò mai, che s’usino parole e modi diversi da quelli che a noi somministra la patria favella. Mi parrebbe delitto di lesa nazione. Posso io fare assegnamento su voi?

Agostino Tortello.—Rispondo per tutti: tu il puoi. Più volte mi frullò pel capo il pensiero del debito che lega noi tutti, quello, cioè, d’affermare l’unità della patria anche nel linguaggio navale che va a poco a poco sconciandosi per l’assidua intromissione di voci barbare, mentre si hanno in casa locuzioni a dovizia atte a significare quanto ragguarda la nostra professione: velatura, manovra, nave, attrezzi di bordo, fenomeni atmosferici e simili cose. Se le altre nazioni, io dicea fra me stesso, pongono tanto studio a non usare che modi dedotti dal corpo della lor lingua, oh perchè gli uomini di mare italiani non faranno altrettanto? Perchè sopporteranno che una strana mistura di voci rinnovi a bordo delle lor navi l’esempio della torre di Babele?

N.B.—Quà la tua mano. Per tutti i fuochi di Sant’Elmo, tu m’hai compreso d’un fiato.

A.T.—Senonchè mi sviò dal tentare qualche cosa in proposito l’idea del ridicolo che gli uomini di picciola levatura, i quali mal sanno che lingua vale nazione, avrebbero potuto gittare sovra una proposta, che vuole essere messa fuori da uomini da ciò, e patrocinata da chi abbia il mestolo in mano e voce in capitolo.