Francesco Buzzoni.—Parmi or giunto veramente il tempo accettevole per tradurre la proposta ad effetto. La parola del general Bixio, rincalzata dall’autorità de’ patrî scrittori, suona autorevole in alto, non che presso gli uomini di mare, i quali educati come omai sono alle scienze e agli studi, agevolmente comprenderanno, che l’unità della lingua nelle cose marinaresche, è anch’essa una suprema necessità de’ tempi che corrono.

Emilio Schiaffino.—Altro adunque non resta, che a stringere una lega fra noi. Nino Bixio se ne ponga a capo; una breve ma efficace scrittura dimostri alla gente di mare che tanto sente l’amor della patria, ciò ch’essa attende da loro: si sparga largamente un tale scritto in tutti i porti della penisola: e al vostro ritorno dalle Indie olandesi vi sarà dato veder già qualche frutto dell’opera nostra.

N. B.—Certamente una lega fra gli uomini di mare condurrebbe spacciatamente allo scopo: ma l’esperienza pur troppo m’ha appreso, che tornerà malagevole il rannodarla. Non siamo più ai tempi in cui i Milanesi aveano stretto il patto di non più fumare. Si tenti ad ogni modo la lega, ma non sia questa la sola via per arrivare la meta.

E. S.—Che altro dunque proponi?

N. B.—Se io fossi il ministro sulle cose marittime, saprei ben io che mi fare. Anzitutto vorrei che i decreti, le leggi, le istruzioni che escono dal suo dicastero, fossero dettate in istile italiano, dove ora sono, a quanto mi si dice, una illuvie di voci bastarde; in secondo luogo vorrei compilare un vocabolario navale, in cui fosse come stillato il tesoro della lingua di mare, a cui tutti fossero obbligati attenersi. Sarebbe pane casalingo e fior di farina. Così da parti diverse si punterebbe per conseguire l’intento.

A. T.—E questo non fallirà al certo. Sta in nostra balìa l’organare quanto prima la lega e raccogliere le adesioni de’ capitani; ma quanto al ministro, gli è un altro par di maniche..... Que’ signori ch’han mano in pasta, e che d’un cenno potrebbero sgroppare un tal nodo, sono per lo più tanti Stiliti, che non dànno mai volta sulla loro colonna.... N. B.—E noi minerem la colonna, se farà di mestieri, pur di costringerli a secondarci. Sebbene io non credo ch’e’ faranno orecchio da mercante, se veramente ci caglia di riporre nel debito onore la lingua marinaresca. Agitiamo intanto da un capo all’altro il paese: la lega darà per fermo i suoi risultati, e la volontà universale farà forza a chi siede al potere. Ma io veggo là il nostro amico che non aperse ancor becco..... Saresti per avventura discorde da queste proposte?

Autore.—Anzi v’applaudo di cuore, e tutto m’offero a voi nella pochezza delle mie forze. Ambo le vie che disegnate calcare, la lega e il concorso del ministro sulla marina, paionmi invero opportune; ma non sieno le sole: altre ben altre ve n’ha, che non devonsi per noi trascurare.

N. B.—Carte in tavola adunque; ch’io per me non so dove tu peschi.

A.—La lingua marinaresca, come v’è noto, non fa difetto in Italia: si tratta soltanto di darle nuovo vigore; anzichè adulterarla col fango di parlature straniere. Eccovi perciò due questioni che noi dobbiamo partitamente trattare. Sapete voi chi va spegnendo in Italia la lingua navale, anzichè darle nuova giovinezza e incremento? Le scuole. Noi vantiamo oltre un centinaio di Istituti Nautici, ne’ quali, da poche eccezioni in fuori, si insegna ogni cosa, tranne questa favella. Io so di Istituti, in cui di lingua marinaresca non si fa neppur caso, per la sola ragione che il docente non può insegnare quello di cui egli stesso è digiuno; ne conosco per l’opposto altri, in cui il maestro restringe l’insegnamento di lettere italiane ai soli autori del Trecento e al P. Cesari Potenzinterra! Come i poveri alunni trabalzati dal S. Concordio al Cavalca, dal Novellino allo Ugurgeri, vengan su grulli, sciatti e bighelloni, circoscritti in un mondo che più non è il nostro, usanti una lingua che sarà stata oro di copello in altri tempi, ma ch’è cacio bacato a questi lumi di luna, e per la gente di mare, lascio che per voi stessi il pensiate. E questi docenti che tradiscono in tal guisa la gioventù, continuano a spadroneggiare nelle scuole, anzichè esserne cacciati mille miglia lontano. Non basta. Seguite un po’ questi giovani nelle altre scuole. Eccovi una mano di professori che tratta di cose scientifiche: nautica, fisica, attrezzatura, disegno navale, velatura, astronomia, meteorologia e altre tali. Professori invero dottissimi; ma pure in tema di lingua sì addietro, che v’hanno ben pochi, i quali sappiano dare alle disquisizioni scientifiche, fattezze veramente italiane. Tutti i libri di testo, niuno escluso, o non sono che sconciature o versioni di libri stranieri fatte in modo scempio e scapigliato; ovvero trattati originali, ma scritti del paro nel modo più scriato ed indegno. E intanto i poveri alunni che nulla san d’italiano, o che soltanto hanno appreso a balbettare le leggiadre vanità del Trecento, sprofondati per più anni nel pantano de’ libri di testo, v’attingono una lingua che non è nè carne, nè pesce, nè italiana, nè francese, nè inglese, ma infarcita di tutte: il caos, il pandemonio della favella di Nembrot. La verità di quanto affermo vedetela ne’ risultamenti dei loro esami finali ... Oh! so ben io con che pettine invece dovrebbe cardarsi la lana ai loro docenti!