—Eccoti arrivato a parlare della mia laurea—fu lesto e furbo a continuare il giovine vice-ammiraglio che sapeva con rara abilità schivare i colpi di vento.—Non è vero che tu mi hai invitato a colazione per questo? Ebbene, mio vecchio sentimentale, ti assicuro che ci penso sempre a quella benedetta laurea come a una ragazza che ho l'obbligo di sposare. E la sposerò se tu mi dai tempo. Quod differtur non aufertur. Dillo alla mia matrigna che ti ha incaricato di farmi questo discorso. Ci penso. Se non sarà questo autunno, sarà a Pasqua: se non sarà a Torino andremo a pigliarla a Genova o a Napoli dove la piglian tutti, ma sento che di quà devo passare. È una promessa che ho fatto al povero babbo e la voglio mantenere. Se quest'inverno vieni a stare un poco con noi, vedrai che Aristotile d'un nipote! e tu mi devi aiutare anche a pubblicare quelle care memorie che devono onorare il nome di mio padre: e questo te lo dico sul serio, vè, da uomo d'onore.

Il giovine parlava con tanta e così sincera convinzione che lo zio Massimo, stendendogli la mano al di sopra della tavola, credette giunto il momento propizio di conquistarlo:—Bravo!—gli disse—e allora fa anche il resto.

—Che cosa devo fare ancora?

—Lasciar quella donna che ti perde.

Ezio ritirò la mano che stava per offrire e abbandonandosi sulla sedia, disse con ironico sorriso:—Tu non mi avrai invitato a colazione per farmi mangiare un piatto indigesto, Se questo è il motivo del nostro abboccamento, fa conto che sia finito.

—Ezio—disse lo zio Massimo, asciugandosi i baffi col tovagliolo—non si è viaggiato mezzo mondo senza fare qualche esperienza.

—Ma è anche una bella cosa che ognuno faccia la sua esperienza da sè.

—Non c'è nulla di più noioso che di far delle prediche. Se insisto su questo argomento, è perchè ti vogliamo bene, Ezio.

—E se mi volete bene che gusto avete di annoiarmi? Guarda, tu mi fai scappare l'appetito.

—È in giuoco il tuo avvenire, Ezio.