Massimo Bagliani non rispose, non si mosse, ma coll'occhio rimpicciolito, con un tremito nervoso addosso che scoteva tutto il suo grosso corpo d'uomo lento e ipocondriaco, fece capire che non aveva più nulla a dire. Ma non volle stringere la mano che il giovine gli aveva stesa.

Ezio si carezzò con un atto d'irritazione i piccoli baffi, mosse qualche passo intorno alla tavola, esitò un istante tra il bene e il male; ma come sempre, anche questa volta vinse il diavolo peggiore. Levò il portafogli e cavato un biglietto da cinque lire lo buttò sul suo piatto e se ne andò. C'era da pagar lautamente quel che aveva mangiato coll'aggiunta d'una buona mancia per la bella ragazza.

Massimo, il povero zio Massimo, rimase lì sotto il peso dell'oltraggio, tutto tremante, colla testa appoggiata ai palmi. Improvvisamente gli parve che il cielo si rannuvolasse: ma capì che un pugno di lacrime gli faceva gli occhi grossi. Una brutta frase si presentò in quell'oscuro turbamento, ma non osò pronunciarla per rispetto ai morti e ai vivi. «Il figlio è degno del padre» avrebbe voluto dire: ma ebbe compassione di tutt'e due.

XV.

Tra il marito e… l'altro.

Il barone Samuele Hospenthal che un potage troppo sugoso aveva reso più disgustato e più svogliato del solito, da una settimana non usciva dalla sua camera se non per muovere quei dugento o trecento passi cadenzati, che gli erano necessari per digerire la sua acqua di Vichy. Il resto della giornata lo passava rinchiuso a scorrere una quantità di riviste e di giornali inglesi e tedeschi, a cui mescolava qualche avventuroso romanzo di Rudyard Kipling, il suo ultimo autore prediletto.

Alla rapida decadenza della sua giovinezza fisica egli sapeva opporre uno spirito resistente, instancabile, invincibile davanti a uno scopo, fosse questo l'impianto di una nuova banca o il piacere di battere un cavallo in una sfida di corsa o quello più modesto di dare agli amici una colazione superiore alle solite.

Quando ebbe conosciuta la bella Ersilia Batacchi la prima volta a Cannes in un Casino-Concetto, la sua prima idea era stata di far di lei una moglie della mano sinistra: ma la resistenza passiva di lei e quella più cauta del sor Paoleto lo persuase a sposarla secondo la legge civile e a presentarla al suo mondo misto di uomini d'affari, di grandi uomini e di oscuri agenti di cambio, di artisti e di vagabondi internazionali, in mezzo a cui le signore passavano quasi senza vedersi. «Libera coscienza in fedeltà d'amore» poteva essere il motto della famiglia. Il contratto era stato pari dalle due parti: egli aveva portato i suoi milioni, essa la sua vistosa bellezza: egli una tristezza fondamentale su cui a stento correva qualche sorriso di compiacenza e di critica bonaria: essa una giovialità senza fine, che avrebbe rallegrata una sinagoga: egli un'esistenza minuziosa che minacciava di triturare la sua vita: essa una risoluzione pronta e capricciosa, che travolgeva come un torrente furioso i progetti di suo marito. Ma giova dire che in questa volontà così diversa dalla sua il barone trovasse qualche vantaggio, perchè difficilmente osava contrastrare a sua moglie anche quando il muoversi rappresentava per lui una passività o una inquietitudine.

La baronessa poco si faceva vedere nei giorni in cui suo marito stava rinchiuso in camera. Veniva e restava con lui qualche mezz'ora al mattino, qualche mezz'ora dopo colazione, qualche minuto la sera, ma gli obbediva volentieri se le diceva di non lasciar soli gli amici. La malattia di suo marito era di quelle che guariscono più presto quanto meno si secca il malato: nè ci poteva essere rimorso da parte sua dal momento che Samuele desiderava di rimaner solo anche per sbrigare un'enorme quantità di corrispondenza, che gli correva dietro di posta in posta come uno sciame di mosche a un cavallo accaldato.

Per spedir telegrammi, per impastar francobolli sulle buste, per mandare a ricevere vaglia postali eragli di sufficiente aiuto il sor Paoleto suo suocero, un ometto svelto e discreto che sapeva tacere, quando vedeva l'acqua di Vichy più torbida, e sapeva in un altro momento raccontare mille storie, aneddoti e reminiscenze della sua vita di teatro e riportare i piccoli pettegolezzi d'albergo, di cui l'illustre genero si dilettava nei momenti di lingua meno sporca.