In ricompensa di questi servigi il barone gli regalava di tanto in tanto sotto forma di gratificazione un pezzo di venti lire in oro col patto che non dicesse nulla a Ersilia, che avrebbe voluto tenere il vecchietto goloso e dissipatello più a stecchetto; ma anche questa piccola frode rendeva il regaluccio più saporito tanto a chi dava quanto a chi riceveva. Il pezzo d'oro barattato secondo il corso del cambio fruttava un altro piccolo guadagno, che aggiungeva al piacere del dono il gusto più squisito della speculazione. I cinquanta, i sessanta, i sessantacinque centesimi che a seconda dell'aggio il vecchietto guadagnava, gli erano quasi più gustosi che non le venti lire del suo pezzo d'oro: e non minore era la sua felicità di quella che fosse la gioia un po' patetica del suo illustre genero, quando con due righe di telegramma guadagnava alle Borse di Parigi e di Amburgo le sessanta o le centomila lire sulle oscillazioni dei valori. Il che dovrebbe ancora una volta dimostrare che la miglior felicità, come la miglior scarpa, è quella che va bene al piede di chi la porta.

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Fra le molte lettere che il sor Paoleto portò in camera una di queste mattine in cui il barone rimase ritirato, l'occhio strologato dell'affarista ne sceverò una d'una scrittura poco commerciale, chiusa in una busta profumata, color carne, su cui svolazzava un piccione d'argento entro i ghirigori azzurri d'un'elle maiuscola.

Vecchio frequentatore di alberghi e di maisons garnies, non del tutto refrattario a qualche umile distrazione, il banchiere fiutò nell'acuto profumo di sapone Windsor una di quelle seduzioni, che per chi si lascia prendere si risolvono, alla fine, in un conto da pagare aux ordres de madame. Mise in disparte la letterina e quando ebbe pazientemente percorsa tutta la corrispondenza utile, mentre il segretario tornava per la seconda volta alla posta, gettò un'occhiata svogliata anche al piccione svolazzante, aprì la letterina galante dall'acuto profumo di sapone e credette di decifrare in un ghirigoro sotto una mezza dozzina di righe non troppo solide nell'ortografia il nome di Liana, un nome di guerra che probabilmente minacciava guerra a qualcuno.

La lettera diceva: «Caro Barone, il mondo ride di te che sei uomo di troppa buona fede e di sublime confidenza. Se vuoi vedere come la tua bella moglie t'inganna con un falso amico traddittore trovati la mattina tra le dieci e le undici alla Pasticceria Omoboni di fianco al Coiffeur.»

Samuele Hospenthal, uomo riflessivo e filosofo quanto è necessario per non dare alle cose del mondo più peso che non abbiano naturalmente, sulle prime prese la cosa in ridere e credette di vedere in questa letterina lo sfogo d'una gelosia e d'una vendetta di donna; diversamente che poteva importare a Liana che la moglie d'un banchiere di passaggio andasse a mangiare delle sfogliate tra le dieci e le undici nella bottega d'un pasticciere? Evidentemente un senso d'odio contro il falso traddittore aveva messa la penna in mano alla misteriosa donna dal piccione svolazzante.

Chi poteva essere il falso amico traddittore?

Eran presto contati sulle dita i suoi amici: ma si guardò bene dal fermarsi a far delle indagini. Nella sua esperienza di uomo pratico e positivo il barone credeva di conoscere sua moglie più di chiunque, quando diceva di fidarsi più del temperamento che della virtù di una donna.

La virtù come ogni meccanismo morale, è suscettibile di composizione o di scomposizione, e, simile a un orologio in mano a un ragazzo, di rado la virtù nell'opinione di una donna segna l'ora giusta. All'incontro il temperamento è il metallo stesso del meccanismo, che non si muta se non si distrugge. Ersilia era vana, desiderosa di piacere e amava provocare gli adoratori per quell'ambizione che nella sua antica povertà le aveva insegnato a provocare gli applausi del pubblico: ma era troppo scarsa di cuore e di immaginazione per accendere una passione in casa sua e per sacrificare la sua felicità agli intrighi d'un romanzetto d'amore. Troppo attaccata ai vantaggi della sua ricca posizione sociale, era troppo egoista per non essere abbastanza savia: ed era appunto perchè la sapeva virtuosa per interesse, che suo marito le permetteva di concedere agli adoratori tutte le frangie e tutti i frastagli della sua civetteria. Purchè fosse salvo il suo diritto, nel suo ipocondriaco egoismo non vedeva mal volentieri che gli amici lo sollevassero qualche volta del peso di far divertire una donna insaziabile di passatempi, come su una festa da ballo uno stanco ballerino cede volentieri a' suoi compagni una dama troppo pesante. Questi patti di reciproca tolleranza, se non erano stati esplicitamente discussi, si osservavano ormai da troppo tempo, perchè una delle due parti avesse a non trovarli utili e legittimi.

La bella Ersilia sapeva che, se fosse venuta meno agli obblighi suoi con scandalo e incomodo di suo marito, non aveva più a sperar grazia presso di lui. Conosceva troppo bene l'ostinazione morale di quel filosofo per arrischiarsi ad un giuoco così pericoloso. La divisione assoluta, la perdita d'ogni diritto d'assegno per lei e per suo padre era ciò che l'avrebbe aspettata al di là d'un tradimento.