—Nossignore.

—Esce tutte le mattino a quest'ora?—avrebbe voluto domandare ancora, ma o gli parve di chiedere troppo a una cameriera o lo trattenne lo sgomento di saper troppe cose in una volta.

—Va bene—e licenziata la ragazza, tornò a passeggiare per la stanza. Ma poco dopo gli parve che non ci fosse aria abbastanza e uscì per discendere in giardino. Ai piedi della scala s'incontrò in Bühler che passeggiava nell'atrio in compagnia del commendatore Zuccani. Li schivò, uscendo da un'altra porta sulla piazza dell'albergo, dove rimase un pò di tempo a strologare l'aria, incerto su quel che doveva fare di sè.

Finalmente seguendo il primo impulso, si mise lentamente per il viale di acacie che costeggia il lago e lo risalì di malavoglia, giocherellando con una sottile bacchettina sui sassolini del terreno. Andò così fino a uno dei capi del paese dove tra le molte botteguccie del solito olivo lavorato e del solito corallo di Napoli svolazzava sopra una tenda rossa la scritta in grandi parole bianche: Pasticceria Omoboni.

Nella bottega arredata con qualche gusto cittadinesco non c'era in quell'ora che un vecchio signore esotico seduto davanti a un bicchierino di cognac in compagnia di una bellissima giovine, vestita con una estrema eleganza in chiaro, che rosicchiava con grazioso appetito un piatto di pasticcini usciti allora dal forno.

Se il barone avesse avuto occhi per vedere qualche cosa al di là de' suoi pensieri, avrebbe notato che al suo entrare la bella giovine s'era scossa con un moto quasi involontario. Sedette anche lui sulla soglia del caffeuccio, all'ombra della tenda rossa in un posto da dove poteva coll'occhio correre per tutta la strada fin oltre l'albergo e per tutto il viale del lago. Tutte le botteguccie splendevano in fila nella chiara e aperta luce del sole: tra le altre, sull'angolo d'una vecchia casa sporgente sopra una viuzza laterale, luccicava in grosse parole d'oro la scritta Coiffeur. Le indicazioni erano precise.

La mattina era lucida, arieggiata e preludiava a una di quelle giornate di lieti colori, di molli godimenti signorili, di feste deliziose, che il lago di Como offre così volentieri a chi ha tempo e denaro da spendere.

Per un senso di sincera rettitudine verso sè stesso il barone confessò che non era venuto nè per fare la spia, nè per dar la caccia a nessuno e molto meno per il gusto di tormentare sè stesso. Egli era troppo epicureo nel suo animo freddo e metodico per andare in traccia di dolori inutili sopra gl'indizi malfidi d'una lettera anonima, molto più che nella sua languidezza fisica cominciava a sentire che le brighe e le gelosie d'amore non valgono gl'interessi di quel capitale che una bella donna tien impegnato o morto.

Mentre col cucchiaino andava rimestando nella chicchera un caffè mezzo freddo, che non aveva voglia di farsi bere, correva di pensiero in pensiero, di ipotesi in ipotesi fino ad immaginare che cosa avrebbe dovuto fare nel caso che Ersilia avesse mancato indegnamente al suo contratto. Non gli pareva ch'egli dovesse dare in ismanie, perdere l'equilibrio della vita e molto meno dar spettacolo, come un attore tragico, del suo furore e della sua vendetta.

Per il suo spirito aritmetico, che secondo la teoria del Bentham suo filosofo prediletto, metteva il bene nell'utile, Ersilia cominciava a rappresentare una passività nel bilancio della sua vita e in questo disavanzo il suo stomaco non era il meno danneggiato de' creditori. E allora piuttosto che andare incontro agli svantaggi d'un fallimento, la più semplice della contabilità insegna a venir presto a un concordato prima che le liti e gli avvocati abbiano a consumare quel che si può meglio impiegare in economie.