—Ecco quel che rispondo—disse il disgraziato trascinato o dalla sua superbia, o da un falso giudizio che convenga, quando più si ha torto, sopraffare colla violenza le ragioni dell'avversario. Il temperamento monotono e remissivo del barone potè forse fargli credere in un vantaggio che la violenza non ha sempre sopra la resistenza.

Il barone gli fu coi pugni sulla testa. Accorse il commendatore, mentre Ignazio Bühler trascinava via Ersilia, che non aveva saputo trattenere un grido. Già alcuni passanti si eran voltati e stavano a vedere…

—Allora sarà necessario vederci altrove—disse quasi umilmente il barone, che non potendo impallidire s'era fatto giallo.

—Dove vuoi, quando vuoi, come vuoi…—rispose con fredda cortesia il giovine spavaldo, e fatto un inchino, se ne andò svelto per la sua strada, cioè per quella che aveva davanti.

Il barone si accompagnò al commendatore che gli si pose ai fianchi, in un rispettoso silenzio per tutto il tempo che occorse a misurare tre volte innanzi e indietro il viale delle acacie.

Quando all'orgasmo e ai giallori della bile sottentrò il giudizio e la visione delle cose, il barone aprì la bocca e col tono di chi invita un camerata a una partita a domino, disse al suo vicino:

—Commendatore, posso far conto anche sopra di lei?

—Ella mi onora, barone—disse colla sua cantilena il meridionale segretario generale, alzando la barba.

Se Bühler accetta, non desidero di meglio che di essere assistito da lor due. Essi hanno vista l'offesa, intendono, forse sanno anche quel che non posso dire. Non desidero che due cose: far presto e senza rumore.

—Forse sarà bene che ella non ritorni all'albergo in questo stato d'eccitazione—si arrischiò di consigliare l'illustre personaggio, pensando alla povera signora, a cui da ventiquattro ore andava facendo un poco la corte.