—Chi sarà con questo diavolo di tempo?—disse tra sè, aprendo un poco una finestra meno esposta alla sferza della pioggia; e stette lì ad ascoltare se era un'immaginazione o uno scherzo del vento. Il campanello risuonò ancor più forte.

—Chi è?—gridò, sporgendo il capo e gettando la voce verso la strada, per vincere il frastuono della pioggia.

—Mi manda il signor Ezio con una lettera—rispose una voce mezzo affogata.

—Ezio?—si chiese con un'intonazione di meraviglia come se dicesse:—l'imperatore della China?—e senza poter immaginare di che cosa potesse aver bisogno il signor Ezio in quel momento, con quel tempo, ma presentendo qualche cosa di poco allegro, scese sotto il portico, scelse tra molte ombrelle una assai grande e massiccia di tela rossa, e accesa la candela d'un lanternino a vetri, si fece coraggio e prese a discendere tra le due siepi di mortella per il viale che spicciava acqua da tutti i sassolini.

La luce del lanternino, che riempiva la cupola dell'ombrellone, sbatteva vermiglia sulla faccia e sulle mani e mandava l'ombra nera di due gambette sull'arena lucida del viale tutto chiazzato di fossatelle di acqua: e un'ombra più larga e spampanata passava sotto gli alberi di frutta come quella d'un immenso fungo proiettato da una gigantesca lanterna magica.

—Che cosa c'è Amedeo? una disgrazia?—chiese quando ebbe ravvisato l'uomo che, rannicchiato anche lui sotto una rustica ombrella dalle ossa dislogate stava attaccato colle mani alle sbarre del cancelletto, che gli offriva l'illusorio riparo di due magri pilastri ritti senza tetto.

—È per il signor ambasciatore. Il signor Ezio mi ha raccomandato di consegnarla subito stasera, ma c'è voluto del bello a trovare il Pioppino con questo buio.

—Qualche cosa di male?

—Ho paura di sì. È partito, credo per la Svizzera. A Tremezzo si dice si abbia a battere in duello.

—Venite dentro.