Massimo prese la lettera, si rizzò un poco a sedere sul letto, e corse su queste parole:

«Caro zio, parto stasera per Lugano, dove dovrò avere una partita d'onore col barone. Cose che capitano ai vivi! procura che a Villa Serena non si sappia nulla o ritarda la notizia fin che è possibile. L'amico Bersi, nel caso d'una disgrazia sa quel che deve fare. Se, come non credo, non tornassi subito, ho lasciato per te, mio burbero benefico, una lunga lettera in camera di papà. Perdona al tuo Ezio.»

—Ecco, ecco, ecco…—uscì a dire il povero zio, agitando la lettera in aria.—Ho detto io che si doveva venire a questa! benedetto figliuolo, se mi avesse ascoltato. Ora non si è più in tempo a impedire nulla.

—Che cosa vorresti impedire? non possiamo volargli dietro. Del resto se l'è cercata.

—No, no, non possiamo star qui a far nulla, caro Cresti—disse l'amico.—Vediamo se siamo ancora in tempo… Lugano non è in fin del mondo.

—Si potrà andar a sentire… Intanto che tu ti vesti, faccio una scappata a Cadenabbia, dove si saprà qualche cosa. Il direttore dell'albergo potrà mettere a nostra disposizione una carrozza con due buoni cavalli se non saremo più in tempo a prendere la ferrovia di Menaggio. Bersi ha promesso di telegrafare: e forse, mentre parliamo, è già tutto finito colla pace di tutti.

—No, no, va a sentire, Cresti. Io ti raggiungo subito.

Mentre l'amico scendeva a corsa le scale, il buon zio ambasciatore, a cui la notizia aveva fatto battere il cuore in un modo straordinario, nel raccogliere i vestiti sul letto, andava sospirando:—L'ho veduta come in uno specchio. Mi avesse ascoltato! Che ci posso fare ora?…—

L'ultima frase della lettera: «Perdona al tuo Ezio» aveva d'un tratto disarmato i risentimenti d'un uomo, che a differenza di molti altri, più che le baruffe dell'amor proprio, amava di voler bene e di farsi voler bene.

Dopo una lunga vita sterile e vagabonda sentiva il bisogno di qualcuno che gli occupasse il cuore: e poichè c'era al mondo un ragazzo simpatico e ardito, che portava il suo nome, che non aveva che a chiedere il suo affetto, avrebbe voluto che Ezio corrispondesse con altrettanta confidenza. Per questa disposizione s'era commosso fino alle lacrime il giorno che l'avevano ricevuto a Villa Serena con tanta amorevolezza: e per questa disposizione aveva sofferto le pene dell'inferno nel vedersi a un tratto respinto, quasi oltraggiato da quel figliuolo. Ma ora che la mala passione aveva tirato il castigo, il cuore dell'uomo si sentì giovine, indulgente, tratto dalla sua stessa esperienza a compiangere nel povero ragazzo questa nostra povera vita, che tra i mali è una pagliuzza raggirata da un turbine.