—Ferito gravemente, forse mortalmente….. oh Dio mio!—uscì a dire con voce alta e dolente il buon amico, che si credette quasi punito della sua stessa malevolenza. Oh non era possibile una sì grande disgrazia; no, no: egli non aveva desiderato questo male. Nè c'era a lusingarsi che il Bersi esagerasse. Non era della sua indole e non si esagera mai nel peggio in queste circostanze. Come poteva recare questa notizia a Massimo? come avvertirne di punto in bianco queste povere donne? davanti alla crudele verità veniva meno ogni piccola invidia, ogni sofisma; e le stesse ragioni logiche, che si vantavano poco fa d'aver preveduto il male, si vergognavano ora d'essere state così buone sibille.

Cresti non aveva desiderato quel male, e ora il suo cuore buono e generoso temeva soltanto di non aver la forza di rammaricarsene abbastanza; ma aveva fatto troppi passi sulla via della gelosia e del disprezzo, perchè nella sua squisita delicatezza morale non avesse a provare un brivido di rimorso. Il godere del male altrui è già per sè una specie di complicità. Così amaro è il sapore di certe ragioni, quando ritornano in gola nei momenti del castigo, che uno si pente di essere stato troppo logico come di uno scongiuro fatto al destino. Forse questo spiega come il volgo attribuisca all'astrologo una responsabilità nei mali ch'egli ha il torto di prevedere e come la sapienza che si vanta d'aver sempre ragione sia tanto odiata nel mondo.

Riavutosi dal primo colpo, però colla testa ancora intronata, prese a salire col passo rotto e pesante la strada del Pioppino, che mai gli si era presentata così ripida.

O povera gente!—andava rimpiangendo impaurito all'idea dello spavento che doveva recare a Massimo, a donna Vincenzina e a quelle povere signore del Castelletto.

—O povero figliuolo!—soggiungeva, correndo col pensiero a immaginare Ezio buttato là su un letto, colla testa in sangue, forse agonizzante, forse già morto.—O noi imbecilli!—finì col dire nel suo amaro disgusto, vedendo con quanta facilità gli uomini buttino via la felicità che la natura mette loro davanti, la giovinezza, la salute, la pace, la ricchezza, l'amore, l'amicizia, l'aria, il sole, per correre dietro alle melensaggini d'una fantasia sbrigliata.

Che mancava a Ezio perchè fosse l'uomo più beato del mondo? non l'ingegno, che fa intendere il valore delle cose, non la salute che dà la forza di goderle, non i denari che pagano le spese: non gli mancavano intorno affetti, amicizie, tenerezze, che son la cornice d'oro, più bella, non di raro, del quadro.

Per poco ch'egli avesse stesa la mano, il mondo era suo; ma nossignori! nessuno vorrà essere quel che natura lo fa, ma il desiderio di quel che non si può avere ucciderà sempre la volontà che non si contenta. Bisognava proprio ch'egli andasse a rompersi il capo per una baronessa di princisbecco, per un ex cantante di provincia, per una donna d'altri, nè fresca, nè rugiadosa, anzi discretamente sciupata, e scioccherella. E pazienza si fosse trattato di amore, di quell'amore che non lascia tempo a riflettere; ma tutti sappiamo di che cosa son fatti questi pasticci che il mondo chiama amori di contrabbando e che i romanzieri, che non li assaggiano, amano spacciare coi colori più falsi della loro immaginazione. Per un grano di simpatia son due grani di concupiscenza diluita in un secchio d'acqua sporca di tutte le falsità d'una vita oziosa e senza sapore. Mettici un po' di spirito di avventura, un pizzico d'amor proprio e di gusto del pericolo e bevi tiepido senza sete. L'effetto finale è quasi sempre un tedio infinito, la nausea dell'amore, quando non è l'odio per la donna, un odio che avvelena per sempre il fondo della vita.

Cresti predicava ancora dentro di sè, soffermandosi di tratto in tratto a prendere forza come se portasse su un sacco di malanni, quando si trovò faccia a faccia con Massimo, che era uscito impaziente per venirgli incontro.

—E così?—chiese paurosamente l'amico.

—E così… ecco—rispose l'altro con una voce cupa, presentandogli il telegramma.